Scandaloso Calearo svela gli altarini di Veltroni e Pd

Andrea Tempestini

Calearo ? El xe un mona..». Eh, si fa presto a dire “mona”, bisogna averne i titoli. Anche se è così, -“mona”-  che uno svogliato esegeta veneziano del Pdl, chiama Massimo Calearo, il politico strutturalmente più simile a Renato Pozzetto che a quel Talleyrand campione assoluto di camaleontismo cui vorrebbe attagliarsi. Ma il senatore vicentino Calearo, 57 anni, non è affatto un mona. Anzi. L’esser mona, in lui, è quasi  deminutio, equivoco etico,  banalizzazione d’un’arte antica che va dai trasformisti Depretis e Scilipoti a Magdi Allam eurodeputato suo malgrado, passando da Antonio Gaglione il cardiologo pugliese del Pd che tuttora detiene con orgoglio il record d’assenza a Montecitorio. Calearo è un mix d’indecenze. É l’uomo che l’altro giorno, al programma radio La Zanzara,  ha denunciato l’usura della digitopressione sull’apposito pulsante votazioni a Palazzo Madama. É quello che «dall’inizio dell’anno alla Camera sono andato solo tre volte Non serve a niente», epperò invece di dimettersi rimane ancorato alla carega, sia perchè sennò al suo posto entrerebbe un filocastrista sia, soprattutto, perché «con lo stipendio da parlamentare ci pago il mutuo della casa a 12mila euro al mese, è bella grande». Ed è allora che la sua faccia da Pozzetto si muta in faccia come il coccige. Calearo si vanta di immatricolare la Porsche in Slovacchia per nasconderla  al fisco. Propone come risoluzione alla crisi gli scontrini con il Gratta & Vinci. Nel mezzo della furia anticasta invoca un’ennesima Agenzia Pubblica da lui ovviamente diretta. E, da latitante in Senato e deluso dal non essere stato nominato ministro -ma nessuno aveva mai pensato di candidarlo- , Calearo ritiene i politici ladri e fannulloni, «dovrebbero andarsene tutti». Però, quando gli fai notare che anche lui è un politico, anzi proprio lui assembla i peggior vizi della politica -trasformismo, assenteismo, sfregio dell’istituzione e dell’elettore, voracità di poltrona-; be’, il senatore, liscio come una percoca, inforca gli occhiali da stilista anni 80 e ti risponde: «Lei ha ragione...», ma poi sempre lì rimane, incollato col Bostik. Senza considerare i suoi cambi di casacca e di leader, repentini e spudorati ma avvenuti -sfiga vuole- sempre con un attimo di ritardo rispetto alla Storia: da Veltroni che ne scoprì il talento vacuo perfettamente adatto ai democratici al gassoso Rutelli, dal Gruppo Misto a Berlusconi agli ex Responsabili di Popolo e Territori che alle sue uscite ora commentano: «Se prima la gente ci sputava in faccia, ora ha il diritto a fare di peggio». A proposito di Veltroni.  Veltroni, il pigmalione, colui che candidò Calearo, su Twitter viene ora indicato come la principale causa del Male. Anche se l’ex leader dopo aver ammesso d’aver fatto una cazzata, non ci sta a fare da punching ball: «Vedo solo ora che mi si chiede di scusarmi per la candidatura di Calearo, ha mostrato di essere una persona orrenda. Ma ci sono casi peggiori...». E minaccia, dunque, di render noti tutti i nomi degli onorevoli “indegni” che transumano in Parlamento portati da altri grands commis del partito: dal Gaglione di fede bindiana al Tedesco dalemiano, ognuno ha il suo scheletro nell’armadio. Ma tutto ciò non servirebbe a sollevare Calearo dall’anonimato dei pària della politica. Il problema è che Calearo è veneto. Di più. É un imprenditore veneto, già presidente degli industriali di Vicenza e Federmeccanica, titolare d’una florida ditta di antenne. Gli imprenditori veneti sono rocce silenziose, mussi da combattimenti, carrarmati che fanno del senso del lavoro e di quello dell’onore il punto fermo dell’esistenza. Come gli alpini e i fanti della Serenissima, credono nell’istituzione in modo sussurrato ma fermo. Quando prendono un impegno ci mettono l’anima; e, per molti che conoscono la dignità della sconfitta, molti altri si disperano per i propri dipendenti, spingendosi  fino al suicidio. Tra i 50 imprenditori che negli ultimi due anni si sono tolti la vita non ce n’è uno che assomigli a Calearo. Calearo, anche nella sua grossièreté, nella sua compiaciuta irruenza, non ricorda affatto gli eroi laconici di Rigoni Stern e Sergio Saviane. Gli imprenditori veneti non sono sguaiatamente spocchiosi come Calearo: fanno gesti misurati, non si vantano del denaro guadagnato col sudore, e maledicono sì spesso la politica, ma dovessero entrarvi  non spiattellerebbero mai agl’italiani che stanno rubando lo stipendio alla faccia degli elettori, peraltro già abbondantemente traditi.  Calearo non è un mona. É, piuttosto, un traditore di tutto ciò che la sua terra rappresenta. Ciò detto, il senatore è una loffia nella politica italiana. L’attenzione che gli si dà è spropositata. Ieri Guglielmo Vaccaro, deputato Pd ha depositato in Parlamento una proposta di legge «che risponde all’arroganza di Calearo», dove ipotizza di far decadere dal suo ruolo un deputato in casi tanto gravi come quello di Calearo. Perfino il compassato Pd Lucio Malan è sbottato, esortando Calearo a tornare ai  doveri parlamentari o dimettersi. Per non dire della tempesta proprio su Twitter scatenata da mezzo Pd: #Calearo è diventato l’argomento di maggiore popolarità. Il sito www.boicottacalearo.it invita, esagerando, a non comprare prodotti che hanno la componentistica Calearo: embargo tecnico come con Cuba o l’Iran. Ognuno ha il suo scheletro nell’armadio, ribadisce Veltroni. Il problema è quando, invece di nascondercelo, lo fai eleggere... di Francesco Specchia