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Moda

Bellissime e difettose, le modelle new normal

10 Ottobre 2015

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Bellissime e difettose, le modelle new normal

«Il periodo durante il quale sono stata modella è stata l’epoca in cui si è finalmente passati da oggetto a soggetto», dichiara Carla Bruni nel documentario Pop Models di Olivier Nicklaus, in onda su Sky Arte HD oggi alle 15:50 (e in replica lunedì alle 14.30, venerdì alle 16.30, domenica alle 15.45). Dedicato all’evoluzione della figura della modella per abiti da quando non esisteva ad oggi, il lavoro di Nicklaus è un’imperdibile visione propedeutica a capire cosa (e perché) stia accadendo adesso nel mondo della moda. Ovvero, il rispecchiamento del mondo così com’è e l’umanizzazione dei canoni di bellezza.

Ad un certo punto dei primi decenni del secolo scorso, le macchine incominciarono a sostituire la forza lavoro prima incarnata solo dall’uomo (si pensi alle fabbriche). Nel settore degli abiti accadde il contrario: si passò dai manichini di legno e stoffa ai corpi veri delle prime modelle da atelier. Figurini umani e mobili, mostravano i vestiti agli acquirenti indossandoli con un numero attaccato. Era il prototipo di quella che sarebbe diventata la sfilata dei nostri tempi: se il cliente si innamorava del vestito annotava il numero e la casa di moda glielo realizzava su misura. Poi arrivò la società dei consumi. Esplosero anche la fotografia e le riviste e la modella divenne cover girl, passando dallo status di anonima «stampella» umana a quello di musa di femminilità con nome vip, che le donne imparavano dai giornali e dagli altri media basati sull’immagine che erano al loro incipit storico (come la tv).

Spettacolare fu il successo di Bettina Graziani, scomparsa a marzo di quest’anno, negli anni Quaranta e Cinquanta. Nei Sessanta si affermò Twiggy: se la modella ha sempre rispecchiato un fenomeno della società (le modelle furono tra le prime donne a lavorare, prostitute escluse), lei rappresentava la rivoluzione dei costumi. Negli Ottanta ci furono le supermodels, gruppo formato da Naomi Campbell, Linda Evangelista, Carla Bruni, Cindy Crawford, Claudia Schiffer. Per prime, spiega il documentario, fecero addirittura cartello economico rifiutandosi di sfilare per somme basse e affermarono definitivamente il concetto anche professionale di top model che strappava l’attenzione all’abito e alla griffe per accentrarla su di sé. Poi ci sono state le modelle healthy, americane e tedesche, che rispecchiavano la voglia di salute e del bodycare, a seguire le grunge la cui regina fu Kate Moss.

Con lei principiò la decostruzione dei rigorosi canoni della moda che oggi viaggia a ritmo battente. Viviamo in una società nella quale, giustamente, la «diversità» reclama pari diritti: al «normal» si sta sostituendo il «new normal». Le modelle di questo nuovo ideale abbassato al livello di noi tutti possiedono tutte corpi e visi che decenni fa non avrebbero mai sfilato. La più ipnotica è Chantelle Winnie, che grazie all’occhio di Tyra Banks di America’s Next Top Model è diventata la regina delle passerelle «nonostante» la vitiligine che da piccola la fece essere anche vittima di bullismo. Con la sua pelle metà scura e metà bianca come il latte, è anche icona dell’integrazione sociale. Altra modella outsider è Ashley Graham. Bellezza ben più che botticelliana, è, come si dice in gergo popolare, «tanta roba» splendida che ha letteralmente sdoganato le taglie forti. Meravigliosa è anche Brunette Moffy, corpo e viso da Brooke Shields, ma «il difetto» di un prepotente strabismo di Venere che però, voilà, è diventato la sua forza magnetica.

Tutto ciò che prima nell’immaginario della moda era tabù, adesso fronteggia e vince la lotta per non esserlo più. In Pop Models sentiamo Carla Bruni affermare che la decisione di smettere di sfilare e posare derivò dalla consapevolezza che una modella over trenta era considerata sul viale del tramonto. Ecco, invece, la modella ottantaquattrenne. Meravigliosa, mannequin da settant’anni, Carmen Dell’Orefice incarna la grazia caratteristica della modella non «senza tempo» perché, svanita la giovinezza, scompare da obiettivi e passerelle e quindi il pubblico ne cristallizza un’immagine al top della produzione fisiologica di collagene mentre lei avvizzisce nascosta altrove. Carmen è la bellezza col tempo.

C’è tutto: modelle down, modelle disabili, senza arti o in carrozzina, la modella calva e col viso difficile, Melanie Gaydos. Raccontano storie di vita in cui una professione svolta per aderenza ai canoni poi ha subito un incidente o una malattia che non le ha fermate. Oppure il desiderio di affermarsi proprio come modelle pur essendo lontanissime da un mondo che prima faceva entrare solo chi era sopra la norma, nemmeno dentro. L’aspetto più profondo di questa tendenza è che nella società le categorie «extra normal» lottano, talvolta gridando per essere accettate o ribaltando il canone e imponendo il dominio dell’ex oppresso. Mentre laddove l’immagine sembrava essere tutto, queste stesse categorie sono entrate senza alcun problema. Dobbiamo imparare dalla moda.

Gemma Gaetani

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