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Griffe rampante

Les Bohémiens: stilisti giovani, carini e occupatissimi a vestire

8 Febbraio 2016

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Les Bohémiens: stilisti giovani, carini e occupatissimi a vestire

Sono giovani, carini e contrariamente al titolo di quel film, occupatissimi. Francesco De Falco e Pasquale Vittorio D’Avino hanno bruciato ogni tappa immaginabile. L’anno successivo alla fondazione, hanno ottenuto il premio Italia Giovane patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Hanno fornito gli abiti al film dei The Pills, al film Vacanze ai Caraibi, a Luca Tomassini di X-Factor (di cui sono brand partner). In sole tre stagioni, partiti da zero, hanno già trentacinque clienti. Se continuano così, entro breve i negozi venderanno - e vestiremo tutti - solo Les Bohémiens.

Da cosa nasce Les Bohémiens? 
«Abbiamo fondato la società il primo marzo del 2013. Io e il mio coinquilino - studiavamo, anzi studiamo ancora Giurisprudenza alla Luiss di Roma - e ora socio Francesco De Falco abbiamo sempre avuto un’enorme passione per l’imprenditoria. Cercavamo un settore nel quale promuovere le nostre comuni origini, campane, e abbiamo pensato di applicare le tecniche sartoriali napoletane al mondo fashion». 
Perché questo nome? 
«Fino a cinque anni fa la moda dettava giacca e cravatta. Poi è completamente cambiata, con lo stile hipster, underground, nerd. Anche i benestanti, un po’ come i bohémien ottocenteschi, indossavano maglie super oversize, giubbotti, sneakers. Quindi abbiamo dato questo nome al marchio. Adesso sta cambiando di nuovo tutto, sta tornando il contemporary fashion, che è ciò che siamo noi». 
Un informale di estremo stile? 
«Esattamente. Abbiamo coniato il termine street couture. Perché siamo nati con l’avvento della moda streetwear, ma abbiamo utilizzato fin da subito tessuti Bonotti, lana LoroPiana, Cerruti, il tipicamente italiano, ma applicato al fashion. Quando portiamo ai nostri fornitori, sarti settantenni, modellistiche molto diverse da quelle che sono abituate a fare a Napoli, vanno in panico. Però poi le fanno». 
Modellistiche del tipo? 
«Giacche a casacca, abbottonature a un petto e mezzo, camicie con abbottonatura a scomparsa». 
Perché applicare le tecniche sartoriali napoletane al contemporary fashion? 
«È la cosa più figa di tutto questo. Ed è quello che ci fa promuovere il nostro territorio. Le più grandi maestranze, sartorie come drapperie, sono tutte in Italia e in principal modo al Sud. Per i tessuti invece, al Nord: Biella, Como. Il top della stampa su tessuto è a Como». 
Avete riunito il tricolore italiano sotto questo giovane marchio rivoluzionario? 
«Sì...». 
In più, infilandoci anche l’arte. La vostra stampa reticolato con uccelli stilizzati del colore del cielo, che sembra ritrarre uccelli fuori dalla rete della gabbia, ha qualcosa di Magritte, è meravigliosa. 
«È la nostra maglia iconica. Il nostro è un progetto a trecentosessanta gradi. Da qui a un paio d’anni vorremmo fare un po’ di mecenatismo, trovare giovani artisti coi quali collaborare, mettere la loro arte sui nostri capi d’abbigliamento. Fondare un’etichetta discografica di musica underground, che spesso non viene valorizzata». 
Avete girato anche un fashion film, Chiens. 
«Sì, è su Vogue. Girato da due giovanissimi registi pugliesi. Lo presenteremo al Fashion Film Festival di Parigi, siamo in candidatura, speriamo che lo accettino. Cerchiano di raggruppare sotto Les Bohémiens un po’ tutti i campi. E di farlo con soggetti molto giovani. È una scelta, anche nel nostro staff prendiamo soltanto persone under 26. Il nostro desiderio è promuovere le giovani leve». 
Perché? 
«Perché per quanto mi riguarda a 25 anni si è già vecchi nel settore dell’imprenditoria. Negli Stati Uniti trovi diciassettenni che sono avanti nove anni luce». 
Sono scherzosa, ma mi dai una giustificazione per questo vostro «ageismo»? Anche Madonna si è ribellata alla discriminazione degli anziani, sai? 
«No, nessuna discriminazione. Ai miei occhi nessuno è vecchio. Le nostre giovani idee hanno bisogno dell’esperienza degli “anziani”, la consulenza di chi è nel settore da vent’anni. È un’enorme sinergia». 
È un progetto postmoderno. Siete riusciti a trasformare in moda tutti i contenuti di cui si è nutrito il pubblico giovane, dall’arte al fumetto, giustapponendoci la classicità della tradizione made in Italy. Avete pure coniato la vostra versione del concetto di «made in Italy»: «proudly made in Italy». Per molti il made in Italy è trito e ritrito, anche per molti giovani, magari più attratti dalle felpe made in Usa...
«Ma molto spesso nessuno sa che quella felpa statunitense o un capo francese Yves Saint Laurent sono prodotti da noi. Il 75% della produzione dei brand magari francesi comprati da megagruppi viene fatta in Italia. Sono megabrand mondiali, superfamosi, che poi sfilano a Parigi, e magari trattano male i fornitori italiani, pagano due spiccioli per dargli il brand in licenza produttiva. A me questo dà veramente fastidio. Noi siamo estremamente patriottici. Legati al territorio italiano. Abbiamo girato molto, ma amiamo la nostra nazione e perciò abbiamo voluto fare una cosa tutta made in Italy. Ci vuole molto poco a fare t-shirt uguali alle nostre, pagandole meno, in Thailandia. E dato che non c’è una grossa regolamentazione basterebbe un piccolo escamotage per lasciarci pure su il made in Italy». 
Spiega. 
«Se uno dei tre passaggi di produzione viene effettuato in Italia, si può applicare l’etichetta “made in Italy”». 
Ma effettuare due passaggi altrove e solo uno qui è la negazione matematica del concetto di made in Italy! 
«Esattamente. Infatti noi usiamo l’etichetta “100% made in Italy”, perché non è solo cucito in Italia, anche il tessuto è italiano, tutto è italiano». 
Avete creato una rete tutta italiana. 
«Sì. E giovane. Angelico di Biella, Cerruti e altri sono storici, però ci affidiamo anche a giovani non ancora affermati ma che si impegnano».  
È quasi un movimento cultural-economico il vostro.  
«Sì, è un movimento filosofico, di pensiero che stiamo cercando di inculcare nelle persone. Per come la vedo io, l’Italia non è nemmeno una nazione più, è un brand. Il brand che vende di più al mondo, a partire dal cibo fino alla moda. E siccome ci siamo scocciati di vedere il finto made in Italy in giro, abbiamo deciso di promuovere le nostre radici in questo modo. E anche i distretti locali: ci sono piccole realtà sconosciute di vera eccellenza. La nostra forza non è nemmeno la grande industria, ma le piccole e medie imprese fino a cinque milioni di fatturato. Per lo Stato non sono nulla, ma dai piccoli laboratori escono oro, opere d’arte, capolavori... Usano tecniche antiche che altri non hanno. Ma in termini di riconoscenza non hanno indietro nulla. Dalla prossima stagione, stiamo vagliando la possibilità di mettere etichette come made in Como, in Milano, in Napoli, in Civitanova, in Vigevano. È una cosa molto forte». 
Qui siamo al futurismo, altro che bohémiennes, un giapponese dovrebbe mettersi a cercare dov’è, cos’è Como! Fantastico. 
«Sì, così lo scoprirebbe». 
Io terrei il «proudly made in Italy» e aggiungerei l’altra etichetta che specifica il luogo preciso. 
«Sì, magari sì».
Due vip, uomo e donna, che sareste appunto orgogliosi di vestire? 
«Pharrell Williams e Cara Delevingne». 
Però Gigi Hadid è più nerd di Cara!
«Sì, ma ci ispiriamo anche a un gusto nordeuropeo che Cara rispecchia di più. Il futuro della moda è nel Nord Europa, Svezia, Danimarca, Norvegia. Nessuno prima andava alla Fashion Week di Copenaghen; ora, mentre parliamo, sono tutti lì». 
Volete conquistare anche quel mercato? 
«Sì, e quello asiatico. Prima un cliente del Libano mi chiedeva chi ci aveva, chi erano i nostri clienti in Italia». 
Si sale per passi, prima interni, poi esteri. 
«Sì». 

di Gemma Gaetani

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