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Nel partito di Matteo chi dissente sloggia

15 Giugno 2014

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Nel partito di Matteo chi dissente sloggia

Penso di conoscere abbastanza bene Corradino Mineo, uno dei quattordici senatori democratici che si sono autosospesi. In dissenso contro i modi spicci del premier Matteo Renzi, impegnato a radere al suolo l’assemblea di Palazzo Madama così com’è oggi. Conosco Corradino perché è un giornalista da molti anni e l’ho interrogato a lungo quando preparavo un mio libro, Tipi sinistri, uscito nel 2012 per la Rizzoli. Mineo era uno dei soggetti che avevo scelto di descrivere, dal momento che era davvero un sinistro da manuale. Sotto l’aspetto politico e non personale, poiché era un signore cortese e allegro, un vero monello con i capelli diventati bianchi prima del tempo.
In quel momento dirigeva Rai News 24, un canale televisivo dedicato a trasmettere notizie e servizi per l’intera giornata. Faceva ascolti minimi, lo zero virgola qualcosa, però meno a rasoterra di quelli del concorrente diretto, il telegiornale di Sky. Ma la sua dedizione al lavoro era straordinaria. Sveglia tutte le mattine alle 5,30. Presenza nello studio o in redazione sino alle 11, per sbrogliare mille grane diverse e governare la bellezza di cento redattori. Rientro a casa, pranzo frugale, pennichella e ritorno a Rai News alle 16. Altro lavoro, nuove grane. Infine, a chiudere la giornata, di nuovo in onda alle 20 per un’ora di diretta.
Corradino non si dava arie, e mi sembrò un tipo in grado di sopravvivere nell’inferno burocratico della Rai. Non nascondeva di essere un vecchio ragazzo rosso, passato per il Manifesto di Luigi Pintor e poi al Tg3 di Sandro Curzi, fondatore e dittatore della mitica Telekabul. Ma non gli andava di frequentare la Casta di allora, neppure quella rossa o rossiccia.
Tuttavia era facile intuire che aveva un debole per Pierluigi Bersani, in quel momento segretario del Partito democratico. E l’ammirazione eccessiva per il capo della «ditta» emerse tutta nel luglio 2011 quando andò a intervistarlo in pubblico alla festa del Pd romano. L’incontro fra i due venne trasmesso in diretta da Rai News 24 e Corradino fu accusato di essersi messo in ginocchio davanti al leader democratico. Forse era più colpa di Bersani che di Mineo. I capi della Casta non vogliono mai avere tra i piedi intervistatori fastidiosi. Il giornalista che non sta al loro gioco è sempre un nemico potenziale. Con me Corradino sbuffò: «Pansa, vai sempre a cercare il pelo nell’uovo! Quella era una festa, il clima non poteva che essere colloquiale».
Sia come sia, alle elezioni del 2013 Bersani, sempre segretario del Pd, liberò Mineo dalla gabbia di Rainews e lo fece eleggere senatore nella natia Sicilia. E lì sono cominciati i guai di Corradino come membro di Palazzo Madama. La faccenda è di questi giorni. Lui stava nella Commissione senatoriale chiamata a dare un parere sulla riforma del Senato, ma lo staff di Renzi, nella persona pregevole della Maria Elena Boschi, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha deciso di levarselo dai piedi in quanto ben poco convinto del destino da riservare alla cosiddetta Camera alta. Lo stesso era accaduto ad altri due senatori, tra questi Vannino Chiti, autore di una proposta alternativa a quella del governo. Renzi ha poi confessato: «La sostituzione di Mineo l’ho voluta fortemente io».
Corradino si è inquietato e non l’ha nascosto, con dichiarazioni ai media e interviste alla tivù. Come eroe solitario e perdente mi è piaciuto, ma non ho potuto fare a meno di rammaricarmi che un vecchio ragazzo rosso e astuto come lui non abbia preso atto di quanto sia cambiato il clima politico in Italia da quando Renzi è diventato presidente del Consiglio e al tempo stesso segretario del Pd. Proverò a spiegarlo qui, senza ironie, in modo freddo e con rispetto per il nostro premier.
Prima di tutto abbiamo un capo del governo che si è dato una missione. È una parola grossa che connota un obiettivo molto ambizioso. Si tratta di «cambiare verso» all’Italia, per dirla con lo slogan da lui più amato. Ossia farle mutare del tutto la direzione di marcia, sottoporla a una cura riformista da cavallo, di tipo radicale, e distruggere dalle fondamenta tutto il vecchiume istituzionale che la opprime. Renzi sta cercando di fare una vera e propria rivoluzione. È soltanto un’operazione di potere che può sfociare in un regime personale e autoritario o si tratta dell’unico mezzo possibile per uscire da quella che lui chiama «la palude»? Qui siamo di fronte a un dilemma che ha molte ragioni su un versante come sull’altro. Ma soltanto il futuro ci svelerà il senso vero dell’operazione renziana.
Nella sua marcia connotata da un decisionismo ultrarapido e sinora senza ostacoli, Renzi possiede uno scudo fortissimo. È il risultato elettorale delle Europee: il 40,8 per cento dei voti, undici milioni di suffragi. Si può discutere all’infinito quanto valga questo record assoluto in un’Italia dove gli elettori calano a vista d’occhio. Ma di fatto il Pd renziano è il partito più votato in Europa. Siamo di fronte a un potere senza concorrenti. Questo è un vantaggio, ma anche un limite.
I tanti consensi raccolti il 25 maggio non lasciano nessun margine alla squadra renzista. Se la sua rivoluzione fallirà, la colpa sarà soltanto del premier e di nessun altro. Renzi non potrà accusare che se stesso. Per questo la sera di quella domenica, molti dei renziani avevano dipinto sul volto il timore di chi si trova davanti alla parete nord dell’Eiger e dovrà scalarla con le sole proprie forze, per non rischiare di precipitare nel disastro.
Le grandi difficoltà di «cambiare verso» al Paese obbligano Renzi a usare modi spicci in tutte le decisioni che prende. Lo ha fatto nelle nomine delle società partecipate dal Tesoro, senza dare spiegazioni pubbliche. Lo ha fatto ancora nelle nomine comunicate venerdì, nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. In quell’occasione ha pronunciato un motto che abbiamo l’obbligo di rammentare: «Nel Partito democratico il tempo delle mediazioni è finito».
Quella stessa mattina avevo letto sul Sole-24 Ore, la rubrica di Stefano Folli, un analista sempre attento e imparziale. Diceva: «Proprio il grande successo elettorale dovrebbe consigliare al premier di cercare qualche mediazione e di appianare i contrasti anziché esacerbarli». Senza citarlo, Renzi gli ha risposto sbattendo la porta contro ogni cautela. Del resto, il premier si è impegnato in un programma dall’ampiezza mai vista e che esclude qualsiasi tipo di buone maniere. Il solo elenco delle «cose da fare» spaventa: riforme istituzionali, nuova legge elettorale, pubblica amministrazione, lavoro, giustizia, riduzione della spesa pubblica, fisco, rapporti in Europa, lotta alla corruzione, contenimento dell’immigrazione clandestina.
Su questo sterminato campo di battaglia, quanto possono pesare i dissensi di una pattuglia di senatori? Come cittadino mi sento vicino a loro. E ho gli stessi timori espressi venerdì in un’intervista a Repubblica da uno degli autosospesi: Massimo Mucchetti, giornalista che stimo, anche perché ho imparato molto dal suo lavoro e dalla sua storia. Ma il realismo mi impone di dire che la loro protesta si spegnerà presto. Anche nel caso che decidano di lasciare il Pd.
Del resto credo che sia proprio questo il desiderio di Renzi. Oggi nel partito di Matteo chi dissente è pregato di andarsene, di sloggiare, purché non metta a rischio la sorte del governo al Senato. Ma tutto deve ancora accadere. Chi vivrà, vedrà.

Di GIAMPAOLO PANSA

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Commenti all'articolo

  • arwen

    16 Giugno 2014 - 08:08

    Zanda e la memoria corta (sua) e del PD. Che disse Zanda quando l'allora PDL chiese la sostituzione di Paolo Amato? Come sempre, in questo paese di burattini, un evento o una dichiarazione assumono significanti assolutamente divergenti a seconda di chi li compie o le pronuncia....Il PD può fare ciò che vuole, xchè è il partito del bene e dei giusti, gli altri, i beceri, non possono. Che buffonate!

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  • agostino.vaccara

    15 Giugno 2014 - 14:02

    Francamente non capisco cosa ci sia di strano nel fare sloggiare dal partito chi dissente dal leader!!! Se, a suo tempo, lo avesse fatto Berlusconi, forse oggi sarebbe ancora alla guida del paese.

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