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GIustizia e politica

Facci: le toghe non pagano mai

25 Febbraio 2015

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Facci: le toghe non pagano mai

Nel Paese dei Renzi esiste una riforma che porta «vantaggi ai cittadini e nessuno svantaggio ai magistrati», parola del responsabile giustizia del Pd Davide Ermini. E che bello: la riforma andrebbe approvata entro oggi (è in discussione alla Camera da ieri sera) e non c’è neppure in vista uno sciopero della magistratura, perché «non sarebbe stato compreso»: parola di Rodolfo Sabelli, presidente dell’Associazione nazionale magistrati. E può dirlo forte: perché a non essere compresa, in verità, è la portata di una legge che appunto non c ’è, e che, probabilmente, non ci sarà. Non, almeno, in termini che meritino la definizione di riforma: altrimenti la magistratura avrebbe fatto l’inferno. Invece solo la corrente di Magistratura Indipendente l’ha definita «inutilmente punitiva», ma non è vero: andrà a finire che il guardasigilli Andrea Orlando si limiterà ad abolire il filtro di legittimità previsto dalla vecchia legge Vassalli (1988) e a interpretare il palese «travisamento del fatto e delle prove» come possibile «colpa grave», ciò che rarissimamente porterà lo Stato - non il cittadino - a rivalersi sul magistrato sino a dimezzargli lo stipendio.

Non ci sarà, dunque, l’obbligo di rivalersi sul giudice che emetta sentenze creative e cioè difformi dagli orientamenti giurisprudenziali, espressi dalla Cassazione a Sezioni unite. Non ci sarà il previsto innalzamento del tetto risarcitorio e la copertura del danno interamente sulle spalle del magistrato colpevole. Insomma, non ci sarà un cavolo di niente non soltanto rispetto all’ormai noto emendamento Pini (Gianluca, leghista che propose un emendamento secondo il quale era direttamente il cittadino a poter denunciare il magistrato), ma rimane ben poco anche di quanto aveva elaborato il relatore della proposta che doveva essere definitiva, il socialista Enrico Bueni. Ci ha pensato da tempo lo stesso Orlando, con tre emendamenti graditi all’Associazione magistrati, a mitigare il tutto. Doveva essere un «chi sbaglia paga» (solo 7 magistrati dal 1987 a oggi) ma rischia di essere «chi sbaglia paga un pochetto: forse, ma proprio forse, eventualmente, e alla fine di una trafila che resta comunque interminabile». Insomma, la possibilità che l’Europa ci rida dietro c’è tutta: va ricordato infatti che la teorica riforma è stata imposta da una condanna della Corte di giustizia europea che impone di modificare una legge troppo blanda (la Vassalli, appunto) pena sanzioni pesanti: la Corte europea ha aperto una procedura di infrazione che sarà esecutiva praticamente domani e per la quale stiamo già pagando 40 milioni di euro, più 36mila al giorno.

Detto questo, guardando alla giustizia in generale, sarebbe anche ora di dire «vedo» e di scoprire quali carte abbia in concreto Andrea Orlando, guardasigilli che da anni si perde in diagnosi e ipotizza terapie: ma non affronta mai - davvero - la decisiva volontà del paziente, cioè la magistratura, la grande supplente: un potere che, al pari di ogni potere, è deciso a non cedere un’oncia di quanto acquisito dagli anni Novanta a oggi. Perché non c’è solo la questione della responsabilità civile, ovviamente. Ieri il ministro, in un’intervista al Foglio, ha ricordato gli analgesici già somministrati dal suo governo al corpo dello Stato devastato dalla malagiustizia, e si perdoni la sintesi.

Cause civili: erano 4,5 milioni, cinque anni fa, e ora sono un milione in meno. Bene, ma se n’è accorto qualcuno? È forse cambiato il tempo d’evasione medio delle pratiche?
Obbligatorietà dell’azione penale: è stata introdotta la «tenuità del fatto», ossia la possibilità di archiviare fatti trascurabili o ritenuti tali, con ciò - osserviamo noi - consolidando un potere enormemente discrezionale nelle mani del magistrato.

Separazione delle carriere: non c’è e non si farà, anche perché servirebbe una riforma costituzionale - osserviamo noi - ma il governo ha introdotto regole e regolette per consolidare norme sulla distinzione dei ruoli: e chissà perché non funzionavano, prima, chissà chi era ad applicarle un po’ così.

Correntismo esasperato della magistratura: niente di niente.

Custodia cautelare e suoi eccessi: il governo ha introdotto una norma per cui non potrà mettere in carcere preventivo chi, stando al capo d’imputazione, potrebbe essere condannato a una pena che non prevede il carcere. Giustissimo, peccato che una regola del genere c’è sempre stata e implicava una capacità «prognostica» di prevedere a quanti anni tizio sarebbe stato condannato. Il problema è che a un magistrato basta ipotizzare capi d’imputazione improbabili per sbattere dentro tizio e buttare via la chiave: tanto, per derubricare un reato, c’è sempre tempo. La prova? Basta guardare quanti dei 1.230 condannati di Mani pulite hanno subito delle carcerazioni preventive (con, inizialmente, capi d’imputazione esageratissimi) anche se, poi, sono stati condannati a pene inferiori ai due anni. Non bastano le leggine: non per impedire applicazioni estensive, ciò che determina più di ventimila detenuti in attesa di giudizio (anche se l’Italia ha un tasso di criminalità tra i più bassi d’Europa) con una carcerazione che nei fatti viene adottata per dare anticipi di pena o per costringere a confessioni.

Poi c’è il sovraffollamento carcerario. Il ministro dice che l’indice è passato dal 131% (2013) al 107% (2015), e qui c’è solo da fidarsi dei suoi dati; anche se nulla vieta di osservare che le carceri italiane fanno schifo indipendentemente dal numero dei detenuti: problema che, certo, il ministro non può risolvere in tre minuti e soprattutto senza soldi. Infatti fanno schifo, le carceri, perché nessun governo ci ha speso soldi in tempo di crisi perenne: i posti cella sono pochi in assoluto (per uno Stato di 60 milioni di individui) e indulti e amnistie resteranno inevitabili sinché non sopraggiungano soluzioni radicali. Ricordiamo che una direttiva europea sui suini prevede che ciascun maiale (inteso come animale) disponga di almeno 6 metri quadri, mentre la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia perché un detenuto a Rebibbia viveva in 2,7 metri. Rebibbia è ancora lì. I nodi della giustizia pure. Ma non facciamo i gufi, suvvia.

di Filippo Facci

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Commenti all'articolo

  • doberman

    25 Febbraio 2015 - 13:01

    Cane non morde cane .

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  • gregio52

    25 Febbraio 2015 - 12:12

    Facci pensa di dire una novità ? In questo momento basta che l'idea sia partita dalla "mens" di "Pinocchio" e signori miei è l'ennesima balla. L'unica cosa che sia riuscito a fare, aumentare le tasse da tutte le parti, per il resto questa classe politica, una classe che vive sullo sperpero a danno del popolo, non ha fatto nessun sacrificio per allinearsi, anzi continua il dissanguamento.

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  • txyleo

    25 Febbraio 2015 - 12:12

    ma quel disegno nell'articolo...... quale scimmia rappresenta?

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    • sgnacalapata

      25 Febbraio 2015 - 16:04

      che acqua hai bevuto, quella della festa dell'unità?

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