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Il giorno dei rifugiati

La cultura dell’accoglienza che distrugge i popoli

23 Giugno 2015

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La cultura dell’accoglienza che distrugge i popoli

Ieri si è celebrata - con grande abbondanza di manifestazioni pseudo artistiche per celebrità in cerca di promozione - la Giornata mondiale dei rifugiati. A Firenze è stato organizzato l’immancabile concertone con annessa sfilata di star impegnate nel sociale. Il presidente Sergio Mattarella si è sentito in dovere di dire che «l’Italia sente forte il dovere della solidarietà», e avrebbe potuto anche dire «oggi fa caldo e ho voglia di una granita»: l’impatto sui cittadini sarebbe stato il medesimo. Eventi piccini e ambiziosi sono stati approntati un po’ ovunque. A Roma, per dire, è andata in scena l’imperdibile kermesse Noi come voi siamo tutti migranti.

È evidente che ci troviamo davanti a un’offensiva che è prima di tutto culturale. Ci sono slogan, parole d’ordine, mantra da scandire, frasi da piantare nel cervello degli italiani affinché ne scaturisca rigogliosa la pianta dell’accoglienza. Kulturkampf, dunque, a cui non si può che rispondere sul terreno culturale. Cominciando dal banale buonsenso: «Noi come voi siamo tutti migranti» è una bugia. Non è vero che siamo tutti migranti. Anzi, siamo in maggioranza stanziali, persino gli zingari. Dopo tutto, «a nessuno piace migrare». Non lo diciamo noi, lo scrive addirittura l’Espresso nel servizio di copertina dell’ultimo numero, un reportage di Fabrizio Gatti. Il noto giornalista spiega che, nel solo 2014, l’Italia ha speso per l’assistenza agli sbarchi 746.172.000 euro. Quasi 750 milioni di euro andati a 170 mila immigrati o poco più.

Dal 2011 al 2014, invece, abbiamo speso 2.288.000.000. Con questi due miliardi e passa avremmo potuto creare nel continente africano, dice l’Espresso, oltre un milione e ottocentomila posti di lavoro, che avrebbero sostenuto qualcosa come dodici milioni di persone. Eppure, il denaro preferiamo spenderlo per portare gli immigrati sul nostro territorio o per organizzare concerti a loro favore. Ci viene detto da Laura Boldrini, da Cecilia Strada, perfino da Mattarella che tutto ciò è giustificato dalla solidarietà e dal rispetto dell’altro. Non è affatto vero. Quella dell’accoglienza indiscriminata, in realtà, è un’ideologia non maggioritaria, ma dominante, creata da una élite a discapito di intere popolazioni. Una ideologia che è stata descritta e analizzata da autori di segno e convinzioni diverse, che è utile leggere per farsi gli anticorpi necessari a debellare la malattia mentale (quella sì, dannosa, a differenza della «scabbia mentale fascioleghista» di cui bercia Gad Lerner) che serpeggia per l’Occidente.

Questa ideologia dell’accoglienza, tanto per cominciare, è un prodotto squisitamente occidentale. Deriva dalla nefasta fusione di internazionalismo marxista e capitalismo sfrenato. Lo studioso americano Christopher Lasch ha ben raccontato nel fondamentale La ribellione delle élite (Feltrinelli) come si sia sviluppata, negli Stati Uniti ma anche in Europa, una classe intellettuale e benestante che ha fatto dello sradicamento e del «nomadismo» le proprie bandiere. Libri come La classe creativa spicca il volo di Richard Florida e L’infelicità del successo dell’economista Robert Reich sono scesi (da prospettive diverse: entusiasta il primo, più critico il secondo) ancor più in profondità. Eccola, l’élite di oggi, quella per cui la patria è il mondo intero, per cui la delocalizzazione dell’anima è il primo passo verso la realizzazione. Il concetto di nazione va superato, dicono, così come quello di comunità. Libera circolazione delle merci e degli uomini, dunque. Peccato che tra la merce e l’uomo, alla fine, non si faccia alcuna differenza. Il creativo deve essere sempre pronto a partire, a spostarsi, a cambiare vita e lavoro: nomade, insomma. Ovviamente con un superstipendio e magari con il conto corrente in un paradiso fiscale, la casa a Miami, il capoufficio a Palo Alto e la scrivania a Parigi, che fa tanto Bohème. Pochi legami sociali, e a breve termine. Poche certezze, sempre quelle: se il creativo americano che ha studiato in Europa si trova per caso in Giappone, vuole trovare la sua catena preferita di panini, la sua rivendita di cellulari e magari vuole partecipare a una riunione dentro a un grattacielo disegnato dall’architetto-star che ha progettato casa sua (leggere in proposito Maledetti architetti di Tom Wolfe e No alle archistar di Nikos Salingaros). La differenza non esiste più. O, meglio, esiste come patina: l’individuo, si dice, ha diritto di «esprimere se stesso», ha diritto alla propria originalità. Che si risolve, per lo più, nell’omologazione: gli impiegati di Google possono andare al lavoro in camicia hawaiana e calzoncini, ma è pur sempre una divisa.

La differenza vera è osteggiata. Il patrimonio culturale è un fardello: va bene se produce il ristorante orientale sotto casa, meno se si esprime sotto forma di differenti tradizioni. Ma poiché tutti possono essere uguali ovunque, ecco che ovunque devono essere garantiti i medesimi «diritti», in particolare i «diritti umani». Il fatto che siano una costruzione occidentale (come mostra Alain De Benoist in Contro i diritti umani e nel recente I demoni del bene) non preoccupa nessuno, né la Boldrini né i suoi discepoli. Il cui atteggiamento si risolve nell’«imperialismo al contrario» di cui parla Pascal Bruckner in La tirannia della penitenza (Guanda). Poiché l’Occidente è il centro del globo e il responsabile di tutti i mali, deve porvi rimedio: per esempio accogliendo gli immigrati, i quali arrivano qui, si dice, in virtù di guerre e carestie provocate per lo più dall’Occidente. Ancora una volta, consideriamo gli altri popoli selvaggi da educare. Scriveva Guillaume Faye - da posizioni completamente diverse rispetto a quelle di Bruckner - che «bisogna smetterla di presentare i Paesi del Sud, e soprattutto l’Africa, come le “vittime” eterne dei malvagi disegni dei Paesi del Nord. (...) Bisogna avere il coraggio di responsabilizzare - e non vittimizzare - i Paesi poveri: le sciagure dell’Africa hanno come causa principale gli africani stessi. Non possiamo ogni volta batterci il petto e sostituirci a loro» (la citazione è da Archeofuturismo, imperdibile, così come Il sistema per uccidere i popoli, entrambi editi da Barbarossa).

Ma lo facciamo. Lo sradicato dell’élite creativa, ovviamente progressista, si sente vicino al «migrante», e si sente colpevole. Quindi espia i suoi peccati accogliendo. Risultato: la civiltà europea viene erosa da due parti. Prima dagli individui che la compongono. Poi da quelli che arrivano da fuori. In fondo, il creativo nomade non ha tempo né voglia di fare figli. E quando li fa, sono peggio di lui: talmente viziati da rifiutare qualunque impiego non sia adatto alle loro aspettative. Gli immigrati allora non solo vanno accolti, ma «servono». Come forza lavoro sostitutiva, se non come schiavi da far lavorare gratis (a discapito dei lavoratori occidentali), come propose un ministro italiano poco tempo fa e come ribadiva ieri la Caritas nel suo decalogo sull’immigrazione, dicendo che i «migranti» vanno «ospitati in esperienze di volontariato civico a favore delle comunità d’accoglienza».

Si attua così quella che l’intellettuale francese Renaud Camus (gay e filoisraeliano, dunque non di «estrema destra») chiama «Grande Sostituzione». A un popolo se ne sostituisce un altro. Perché poi l’immigrato, a differenza dell’europeo «internazionalista», alle sue abitudini e tradizioni ci tiene eccome, e vuole conservarle anche nei Paesi in cui si stabilisce. Si compie così quello che Eric Zemmour, nel suo bestseller, ha indicato come «il suicidio francese», che è poi il suicidio dell’Europa intera.

In questo quadro, il profugo è l’eroe del nostro tempo. Egli è la «vittima» perfetta del Maschio Bianco Occidentale (ovvero il Demonio), come scriveva Richard Hughes in La cultura del piagnisteo. E allo stesso tempo è il modello da seguire, l’«avanguardia» di una nuova civiltà, come ha teorizzato la Boldrini. Il profugo supera i confini, che l’élite vorrebbe distruggere per diffondere l’omologazione vestita da compassione. Questa è la cultura da combattere. Difendere il confine, spiega Régis Debray in Elogio delle frontiere, vuol dire preservare il proprio patrimonio e quello altrui. Senza i confini, si erigono muri.

Ed è dai ponti che passano gli invasori. La frontiera non impedisce di scambiare conoscenze e ricchezze. È la migrazione che fa perdere tutto. Ecco perché lo straniero andrebbe aiutato, se serve, nel suo Paese, di cui dobbiamo rispettare il governo e le usanze, pretendendo che anche le nostre siano rispettate. Altrimenti, saremo profughi a casa nostra.

di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • arciere1934

    23 Giugno 2015 - 22:10

    signor Borgonovo,io non la conosco,ma da ciò che scrive e come scrive,me ne dispiace moltissimo.anche se il mio giudizio non conta niente,sappia, che nutro per lei la più grande ammirazione

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