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L'editoriale

Maurizio Belpietro: "Lo schifo Rai tollerabile solo se è la via che porta al Nazareno economico"

7 Agosto 2015

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Maurizio Belpietro:

Ohibò, dopo mesi di applausi, la Repubblica si è accorta che Matteo Renzi non fa sul serio. Loro, che avevano gioito alla notizia della rottura del patto del Nazareno, ieri si dolevano della nascita del Nazareno due, quello stretto con le nomine Rai. Il commento del direttore Ezio Mauro sprizzava stizza da ogni riga. Ma come, invece di un consiglio di amministrazione di alto profilo il premier ne ha scelto uno di bassa lottizzazione. Al posto di nominare un cda tutto ferocemente anti-berlusconiano, così da far felice il giornale debenedettiano, Renzi ne ha imposto uno decidendolo insieme con Berlusconi.


Anche a noi i vertici della tv pubblica non piacciono e non tanto perché non ci garbino le persone. Monica Maggioni è una brava e stimata collega. Di Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca si può dire altrettanto. Di Franco Siddi ricordiamo i meriti della carriera sindacale e speriamo che servano per tenere a bada l’Usigrai, ovvero l’agguerrita sigla dei giornalisti della tv pubblica. Guelfo Guelfi quasi non sappiamo chi sia, se non che è amico del presidente del Consiglio e sedeva nel suo comitato elettorale e questo ci basta. Conosciamo e stimiamo il professor Marco Fortis e l’ex dirigente Rai Carlo Freccero, mentre non conosciamo e non sapremmo che dire degli altri due esponenti  del nuovo consiglio, Rita Borioni e Paolo Messa, se non che vengono dalle retrovie della politica. Tuttavia, le competenze o - per meglio dire - le incompetenze non sono l’elemento determinante per giudicare il nuovo cda. Il giudizio è complessivo e riguarda il metodo, ovvero la lottizzazione, e ancor più la strategia che sta dietro alle nomine.

Noi ci saremmo attesi che in linea con le sue promesse Renzi prendesse il toro per le corna e cioè affrontasse il vero nodo della dipendenza di viale Mazzini dalla politica, tagliando quei cordoni ombelicali che legano la televisione ai partiti.


Che noi si sappia, in altre aziende gli esponenti dei consigli di amministrazione non risiedono stabilmente dentro l’azienda e non hanno segretaria e uffici come fossero dirigenti a tutti gli effetti di quella società. In Rai no. I consiglieri vivono in azienda. Si recano ogni giorno a viale Mazzini come se fossero effettivamente in organico. E come se fossero operativi hanno a disposizione ogni singola pratica. La babele che ne segue è evidente. Perché ogni esponente del cda cura quotidianamente gli affari di chi lo ha nominato. Al contrario di altre società non ci sono consiglieri indipendenti, che fanno l’interesse dei piccoli azionisti. Ci sono solo consiglieri dipendenti, che fanno gli interessi dei propri azionisti. Così, gli italiani, che sono i soli veri proprietari della tv pubblica in quanto pagano il canone, vengono espropriati della loro rappresentanza e dentro viale Mazzini non esiste qualcuno che li difenda.
È la governance che non funziona. Il sistema che consegna nelle mani dei partiti e della presidenza del Consiglio la Rai. In passato Matteo Renzi ci aveva illusi facendoci credere di voler rottamare il sistema di controllo dell’ente, ma alla fine, come ieri ha scoperto Repubblica, essendo in difficoltà, il presidente del Consiglio non ha saputo resistere al fascino di poter disporre di un megafono e di poterlo usare nelle prossime campagne elettorali.


Addio dunque all’idea di privatizzare la televisione pubblica, sepolta ogni fantasia di copiare il modello Bbc, con una fondazione che rendesse la Rai impermeabile ai partiti e al governo. L’ente resta saldamente nelle mani del Pd e del suo capo, che poi incidentalmente è anche capo del governo. Renzi dunque procede nell’occupazione di qualsiasi cosa trovi sulla propria strada, riuscendo a fare ciò che neanche all’ex Cavaliere era riuscito. Dai giornali alle istituzioni non c’è incarico che sfugga al suo controllo e se serve piazzare il fedelissimo di turno non si esita a far dimettere prima della scadenza l’intero consiglio di amministrazione, così come è accaduto con la Cassa depositi e prestiti. In tutto ciò, c’è una sola nota positiva. Sulla Rai il presidente del Consiglio ha capito che, pur essendo un uomo solo al comando, da solo non riuscirebbe ad andare lontano.


Renzi può occupare anche il sottoscala delle istituzioni - come peraltro sta facendo - ma se non fa un accordo sui grandi temi con un pezzo dell’opposizione, visti i molti nemici che lo aspettano sulla riva del fiume, non andrà lontano. Non sappiamo se sia giusto parlare di Nazareno due. Ma se vuole evitare una resa dei conti che potrebbe rivelarsi pericolosa, il premier ha una sola via: stringere un patto su Fisco, Giustizia e Burocrazia con il centrodestra, la sola opposizione che può condividere con lui un piano per tagliare le tasse, limare le unghie ai giudici e ridurre il peso della confusione legislativa sulla vita dei cittadini e delle imprese.
Se Renzi capirà tutto ciò e cercherà un’intesa così come ha fatto per le nomine di viale Mazzini, perfino una schifezza come il nuovo cda della Rai potrebbe dunque farci un po’ meno schifo.

Maurizio Belpietro
[email protected]

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Commenti all'articolo

  • francesoconforti

    08 Agosto 2015 - 20:08

    non ce lo dire, non lo vogliamo sapere e speria non lo venga a sapere Vittorio Feltri che in ritiro al Forte

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  • irucangy

    08 Agosto 2015 - 18:06

    Scusa belpietro, ma queste valutazioni non mi trovano d'accordo. In primis, Renzi non e' stato votato da nessuno e come tale deve dimettersi e far votare gli italiani. E' questo e' il peccato originale. Ne consegue che tutte le nomine, anche quelle della rai sono politicamente illeggittime, non rappresentano gli italiani. Qualunque accordo con un usurpatore non va fatto, punto.

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  • alb.ripi

    08 Agosto 2015 - 16:04

    Ma davvero anche lei, Belpietro, si è bevuto le palle di Renzi? Ma possibile che siete tutti così boccaloni? Eppure il soprannome di Renzi fin dai tempi della scuola era "il bomba". Qualche piccolo allarme dovrebbe accenderlo...

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