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Filippo Facci: otto mesi per Erri De Luca? Istigare a un reato, è un reato

22 Settembre 2015

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Filippo Facci

Filippo Facci

Il cittadino Erri De Luca non finirà in galera e del resto non l' ha mai minimamente rischiato: lo sa chiunque sia informato sui fatti e soprattutto sul Codice - pochissimi, quindi - e però il nostro «intellettuale e scrittore» un record l' ha comunque già registrato: può vantare la più nauseante cappa di conformismo a suo favore che si potesse vedere da una ventina d' anni, cioè dai tempi di Mani pulite o addirittura dai tempi del commissario Calabresi. I più lo appoggiano in quanto «intellettuale e scrittore» che poverino «ha espresso un' opinione», si cita Voltaire anziché citare gli operai del cantiere Tav che hanno vissuto assalti con cesoie, sassi, molotov e bombe carta, non si cita - mai - neppure - quel militare che resterà invalido per tutta la vita.

Ma prima la cronaca. Ieri, a Torino, i pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo hanno chiesto 8 mesi di reclusione per Erri De Luca, «intellettuale e scrittore» con la faccia da pubblicità del tonno Insuperabile. Notare - a proposito di conformismo - che uno dei pm, Andrea Padalino, era osannato ai tempi di Mani pulite (quando era gip nelle indagini contro Berlusconi) ma più di recente è divenuto accusatore di Beppe Grillo per violazione dei sigilli in Valsusa, e mal gliene incolse. Il reato ipotizzato è istigazione a delinquere, anche se tutti preferiscono chiamarlo genericamente «reato di opinione»: infatti, il 1° settembre 2013, da membro dei No Tav, De Luca in un' intervista disse che «la Tav va sabotata... le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti».

Il dettaglio, omesso quasi sempre, è che in Valsusa nel mese successivo vi fu una recrudescenza di attentati, con incendi ed esplosioni in quattro imprese. Giustifica la galera, questo? Nemmeno per idea, ma giustifica il sospetto che le parole di De Luca abbiano sortito un effetto e che perciò siano state pronunciate, sospetto che è divenuto certezza nelle parole di vari testimoni. Tra questi un ex dirigente della Digos che, a processo, ha appunto spiegato che gli assalti al cantiere ebbero un sussulto proprio dopo la pubblicazione delle dichiarazioni sul sabotaggio. In parole povere: se io invito a compiere un reato, io compio un reato; se invito a compiere un reato e poi il reato viene compiuto, beh, è un reato a cui si aggiunge un' aggravante. Il principio è questo, ed è pure banale, non c' entra la «libertà di parola»: libertà della quale l' intellettuale e scrittore ha sempre fatto un uso alquanto estensivo.

De Luca è stato responsabile del servizio d' ordine in Lotta Continua che lui stesso definì «paramilitare», in quanto «ammetteva per definizione l' uso delle armi»; in altre interviste negò che le Brigate Rosse fossero terroristi e che negli anni di piombo ci sia mai stato terrorismo; disse lo stesso sulla strage di Via Fani: non terrorismo bensì una guerra civile, tanto che gli uomini delle scorte uccisi, a suo dire, sarebbero dei «caduti, alla stessa stregua dei caduti della sinistra rivoluzionaria». Erri De Luca disse queste cose, però nessuno lo processò per questo: l' hanno fatto - ora - dopo che a un' istigazione alla violenza è seguita una violenza.

Ora, dopo l' udienza di ieri, manca solo la sentenza: dovrebbe giungere il 19 ottobre prossimo. «De Luca non ci venga a dire che non ha sentito parlare di molotov», ha detto il pm Rinaudo nella sua requisitoria. De Luca, secondo il pm, rispose a una domanda specifica sulle molotov e aggiunse che «sabotaggi e vandalismi sono necessari per comprendere che la Tav è nociva». Ecco perché «è implicito il contenuto di violenza del parallelismo tra sabotaggi e vandalismi». L' avvocato di De Luca, invece, ha citato Voltaire per sostenere la libertà di manifestazione del pensiero: «Le chiedo, giudice, di decidere se le parole di De Luca, che inducono a una riflessione, possano essere pronunciate in un sistema democratico». I No Tav, in effetti, furono indotti a una riflessione: ma incendiaria.

Poi, in aula, è seguita l' ennesima disquisizione sul significato della parola «sabotare», che secondo il vocabolario Treccani significa (anche) «intralciare la realizzazione di qualcosa o fare in modo che un' iniziativa altrui non abbia successo». Erri De Luca ci aveva già provato, a spiegare che «sabotare» non significa solo sabotare: significa anche «intralciare, ostacolare, impedire». Ma i No Tav, col vocabolario, hanno sempre avuto poca dimestichezza. Quanto alla libertà di parola, fuori del processo, è stato lo stesso De Luca - o chi per lui - ad aver mostrato di volerla delimitare: da wikipedia sono sparite alcune voci che lo riguardavano, inoltre la vicepresidente della Fondazione Erri De Luca ha preannunciato querele muovendo «non solo i miei legali italiani, ma anche quelli americani». È stato querelato (pare) persino Silvio Viale, ex compagno di Erri De Luca in Lotta Continua, colpevole d' aver detto che l' istigazione al sabotaggio in effetti c' era stata. Anzi no, perché «le parole di un intellettuale non possono costituire reato» hanno ripetuto più volte gli avvocati dell' imputato: questo mentre al processo gigioneggiavano drappelli di ammiratori con la maglietta "#iostoconerri" che era sfoggiata anche da cosiddetti vip come Gad Lerner, Concita De Gregorio e Sandro Veronesi. Solo ieri pomeriggio bastava digitare «De Luca» su twitter per vedere appelli di Feltrinelli Editore, Luigi Magistris, Roberto Saviano, Alessandro Robecchi, Antonello Caporale, Michela Murgia, Giuseppe Giulietti eccetera. Basta che parta uno e partono tutti.

di Filippo Facci

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Commenti all'articolo

  • Uchianghier

    Uchianghier

    19 Ottobre 2015 - 18:06

    Dipende se hai o meno l'epiteto di comunista.

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  • Armageddon1

    19 Ottobre 2015 - 15:03

    libertà di pensiero e di azione... spaccare tutto... gudrun ensslin era una principiante

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  • 222 a.C.

    19 Ottobre 2015 - 15:03

    Facci..... ma perchè ancora scrive?

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