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Pansa: "Ho visto tre guerre e mi sono bastate"

27 Novembre 2015

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Giampaolo Pansa

Giampaolo Pansa

Fare la guerra? L' ho già vista da vicino questa storia. Addirittura quando avevo appena un giorno di vita. Il 2 ottobre 1935, Benito Mussolini dichiarò guerra all' Etiopia per strapparla all' imperatore Hailè Selassìè, il Negus. E annunciò l' attacco con un discorso trasmesso per radio in tutte le piazze italiche. Qualche giorno dopo, un terzetto della Milizia fascista bussò alla porta dei miei genitori. Il capo manipolo domandò a mio padre: «Siete un dipendente dello Stato, come mai non eravate in piazza ad ascoltare il discorso del Duce?». Papà rispose: «Perché mi è nato il primo figlio». «Fatecelo vedere». Il pargolo gli venne presentato. «È maschio o femmina?». «Maschio» spiegò Ernesto. Il capo manipolo replicò: «Bene, ecco un futuro soldato per le guerre della nostra patria».

Da bambino sentivo parlare spesso dell' Italia in armi. Nel 1940, quando iniziò il secondo conflitto mondiale, si discuteva soltanto di questo. Nell' estate del 1943 avevo sette anni e mezzo e i miei mi mandarono nella colonia montana delle Regie Poste a San Giovanni d' Andorno, sopra Biella. Ogni mattina dovevamo assistere all' alzabandiera. A turno uno di noi recitava la «preghiera del Balilla». Diceva: «Signore, benedici i Sovrani, i Principi, il Duce nostro nella grande fatica che egli compie per guidare l' Italia verso la vittoria».

Ma in quell' anno non si poteva più parlare di una guerra vittoriosa. L' Italia stava perdendo su tutti i fronti. A cominciare dalla Russia, dai Balcani e dall' Africa settentrionale e orientale. Si mormorava di migliaia di soldati italiani catturati dall' Armata rossa e dagli inglesi. In città arrivavano i convogli dei feriti e dei mutilati. La sera, dopo aver sbarrato porte e finestre, mio padre ascoltava Radio Londra e sentiva il colonnello Stevens spiegarci che eravamo un Paese sconfitto.

Ogni venerdì mia madre Giovanna acquistava il settimanale cittadino. Un giornale povero, ridotto a quattro sole pagine. Soffocate dalla propaganda del regime e dalla censura di guerra. La vita reale irrompeva nell' ultima pagina. Dalle colonne riservate agli annunci funebri, con i nomi, i volti, le storie dei caduti sui tanti fronti. Il colonnello comandante del 6° Alpini morto in Russia. Il tenente medico scomparso nel sommergibile al largo di Gibilterra.

Undici soldati di un battaglione di Camicie nere, giovanotti dei paesi vicini, uccisi sul fronte greco-albanese. Tutti presenti alle bandiere, nomi buoni soltanto per la giornata degli eroi. Anche l' umore della gente era cambiato. Nella modisteria della mamma vedevo entrare troppe clienti con volti da far compassione. Facce smorte di chi si alza la mattina e ha già lo spavento addosso. Parlavano a bassa voce. Mia madre sospirava e loro non si trattenevano dal piangere. La città era piena di caserme. E dappertutto si vedevano soldati, a volte giovanissimi, spesso allegri. Ma la gente li guardava con pietà.

All' inizio del luglio 1943, gli alleati sbarcarono in Sicilia. Li comandava il maresciallo Montgomery, un inglese gelido che diceva ai suoi soldati: «Gli italiani non sono brava gente, uccidetene più che potete!». Sempre in luglio, venne bombardata per la prima volta Roma e gli aerei americani fecero una strage nel quartiere San Lorenzo. Mussolini e il governo caddero. Al suo posto andò un nostro concittadino, il maresciallo Pietro Badoglio.

Quindi arrivò l' armistizio e Badoglio con il re scappò da Roma e si rifugiò a Brindisi, dagli alleati.
Sembrava che la guerra fosse conclusa, ma ci aspettava un' altra prova. Un piccolo reparto di paracadutisti tedeschi razziò i tanti soldati che stavano nelle caserme cittadine.

Nel giro di qualche giorno, li deportarono in Germania. Cominciò presto un altro conflitto, questo tutto fra italiani. In seguito l' avremmo chiamata una guerra civile. Ma in realtà furono proprio i civili a finire dentro una morsa capace di stritolarli senza pietà.
L' ho vissuta tutta anch' io.
Stavo fra gli otto e i dieci anni.

Ma la memoria dei bambini è una potente macchina fotografica. Scatta immagini che, lì per lì, sembrano svanire. Eppure con il passare degli anni, a poco a poco ricompaiono di colpo e fanno di noi anziani i testimoni implacabili del tempo che abbiamo vissuto. Con la fame che assediava soprattutto le grandi città. Per prima Napoli, dove le donne si vendevano per un piatto di minestra.

Poi Roma, ridotta a un accampamento di disperati. Infine Milano, Torino e Genova sotto l' incubo di una povertà che sembrava scomparsa da decenni e invece si ripresentava come un mostro brutale. In casa nostra non abbiamo mai provato la fame. Una sorella di mio padre aveva sposato il fattore di una grande azienda agricola. Tutti i venerdì lo zio veniva in città per il mercato settimanale e la sua generosità ci riforniva di cibo. Il mio ricordo più duro è un altro. Sono i bombardamenti degli aerei inglesi e americani. Un' ossessione iniziata nell' estate del 1944.

La nostra città era affacciata sul Po e possedeva due ponti, pedonale e ferroviario. Il primo venne interrotto subito, il secondo non fu mai colpito. Nel tentativo di abbatterlo, l' aviazione alleata ritornava di continuo. Per me la guerra ha il rumore delle bombe che cadono: straziante, disumano, alieno. La prima volta, era una domenica mattina, pensai di morire. Un' assurdità per un bambino che non aveva ancora nove anni. Poi mi abituai, ma fui costretto a sfollare come stavano facendo milioni di italiani.

Mentre le bombe seguitavano a cadere, cominciò un' altra guerra coperta di sangue. Carica di un odio tra italiani che nessuno aveva previsto. Dalle finestre socchiuse di casa vidi i partigiani condotti alla fucilazione e poi i fascisti sconfitti richiusi in gabbioni di legno e portati in riva al Po per essere uccisi. Ma anche quell' orrore finì e crescendo mi convinsi che non avrei più visto nessuna guerra. Mi sbagliavo. A partire dal 1970, quando facevo il giornalista, si aprì lo scontro con il terrorismo rosso e nero.

Oggi l' abbiamo dimenticato, ma quella faccenda durò diciannove anni, più una coda di altri tre anni, dal 1999 sino al 2002.
Ho fatto un po' di conti. In un ventennio abbondante le Brigate rosse hanno ucciso 82 persone e ne hanno gambizzate almeno 60. Ma se allarghiamo lo sguardo ai delitti politici di quel tempo, i civili assassinati da atti di terrorismo individuale risultano 180. Per non parlare delle stragi: Piazza Fontana a Milano, 17 morti, le tante bombe sui treni, gli attentati della mafia, l' eccidio alla stazione di Bologna, 85 vittime più i tanti feriti.

Una gran parte della mia vita professionale l' ho passata a scrivere del terrorismo di casa nostra. Ho corso pure il rischio di essere ucciso da una banda di figli di papà che si credevano rivoluzionari comunisti. La fortuna mi ha protetto, ma al posto mio è stato assassinato un altro giornalista, Walter Tobagi. Oggi, alla verde età di 80 anni, dovrei impegnarmi a raccontare un quarta guerra, quella contro il Califfato nero.

Prevedo un futuro nerissimo per tutti noi. Alle prese con un nemico che non conosciamo o del quale sappiamo poco o niente: alieni che combattono, pregano Allah, digiunano. E non hanno paura di morire. Ma confesso che mi sono stancato. Ho attraversato tre guerre e mi sono bastate. Adesso ci pensino i più giovani.

di Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • garfanhotto

    28 Aprile 2016 - 03:03

    Grandi cazzate; Io l'ho conosciute veramente due persone che avevano fatto 3 Guerre la Prima, Quella d'Africa e la Seconda, che questo venga a dire che appena nato ha visto tre guerre mi pare una pagliacciata con tutto il rispetto come scrittore!

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  • garfanhotto

    28 Aprile 2016 - 03:03

    Grandi cazzate; Io l'ho conosciute veramente due persone che avevano fatto 3 Guerre la Prima, Quella d'Africa e la Seconda, che questo venga a dire che appena nato ha visto tre guerre mi pare una pagliacciata con tutto il rispetto come scrittore!

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  • nick2

    28 Novembre 2015 - 14:02

    La guerra che, secondo lei, tutti chiamiamo “guerra civile” è in realtà conosciuta dal 90% degli italiani come RESISTENZA. Nel suo articolo ha fatto intendere che la responsabilità delle stragi degli anni 70-80 fosse delle Brigate Rosse e non dei fascisti. Chissà se mamma Giovanna, sospirante nella sua modisteria, avrà mai immaginato che suo figlio, in età avanzata sarebbe diventato un fascista.

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    • martini.amianto

      28 Novembre 2015 - 16:04

      Conosco due resistenze, una si misura in ohm, l'altra in newton. Quella che tu chiami con immeritata maiuscola si misura in cadaveri, rossi, neri, ammazzati per rapina, per vendetta, per rappresaglia, anche per fame, per lo più ingiustamente e con violenza gratuita e soprattutto per instaurare un regime staliniano di cui tu sei un tetro epigono. E chiamala guerra civile, che è meglio.

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