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Rebibbia University

15 Gennaio 2016

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Filippo Facci

Filippo Facci

Ieri sera, a Matrix, è andata in onda una lunga intervista all'ex presidente della Sicilia Salvatore Cuffaro: uno spettacolo di auto-flagellazione pregna di quella doppia morale cattolica di cui è intrisa anche la nostra giustizia, laddove fanno capolino l'errore, il pentimento, il perdono, il ravvedimento operoso, la confessione, l'espiazione a fare il missionario in Burundi, queste cose. Era difficile rimproverare qualcosa a un politico che ha fatto 5 anni di galera (record) e che ammette i suoi errori: e ti parla, soprattutto, delle carceri italiane con le loro vergognose miserie. E bisogna parlare, delle carceri. Occuparsi, delle carceri. Quindi viva Cuffaro, viva la resipiscenza. Però, ecco, la prima notizia è questa: ci si può occupare delle carceri anche se non si è finiti in galera. Già. È da 25 anni che leggo di politici finiti in carcere - per mezz'ora, tre giorni, cinque anni - i quali d'improvviso scoprono il sistema penitenziario italiano e le sue inciviltà da Paese del Terzo mondo. La battuta viene facile: se i politici per conoscerlo devono finirci dentro, beh, confidiamo in una retata. Oltretutto è sbagliata, come battuta: perché il carcere non è un'esperienza occasionale o turistica, non è una dimensione parallela che banalmente a un politico può capitare di non incrociare. Conoscere il carcere e i suoi problemi - addirittura tentare di risolverli - sarebbe un dovere, per un politico. È, anche, il suo lavoro.

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