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Il caso

La truffa di Banksy: finto ribelle, vera faccia di bronzo

9 Marzo 2016

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La truffa di Banksy: finto ribelle, vera faccia di bronzo


Et voilà, la decostruzione di Banksy, forse, è completata. L’artista senza volto sembrerebbe avere, finalmente, un nome e un cognome. Che è Robin Gunningham: il nome come Robin Hood, il cognome quasi identico a quello di Richie Cunningham, quello di Happy Days. Già il Daily Mail, in un’inchiesta del 2008, lo aveva rivelato. Ora la tesi è avvalorata dal geographic prophiling, la profilatura geografica che raccoglie i luoghi pubblici in cui una persona era presente. Usata nelle indagini criminali, questa mappatura viene poi confrontata con i luoghi di omicidi, attentati e simili. In questo caso, è stata sovrapposta alle sedi dei graffiti di Banksy. Gli scienziati della londinese Queen Mary University ne sono certi: il Daily Mail aveva ragione, Banksy è Robin Gunningham. Sembrerebbe avvalorarlo anche il fatto che, saputo della ricerca, i legali di Banksy abbiano cercato di opporsi alla sua pubblicazione sulla rivista scientifica Journal of Spatial Science. Da lì, infatti, la notizia è rimbalzata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. E ci crediamo. Un artista che ha costruito gran parte della sua universale fama sull’anonimato può di colpo diventare ordinario se il pubblico conosce la sua identità. Alla fine, la morale della favola del «grande rivoluzionario dell’arte», su cui Banksy ha molto spinto il pedale, è che lui non lo è veramente. Banksy si è sempre proposto come il ribelle senza nome, lo Zorro dell’arte contemporanea, che combatte il sistema a colpi di graffiti. Ci sono caduti in molti: la gente ha bisogno di credere che le favole siano vere. Ma la sua autonarrazione di esosistemico (fuori dal sistema commerciale dell’arte), alla quale l’anonimato prestava il fianco, aveva già mostrato la sua vera natura. Almeno agli occhi di chi non è né cieco né scemo.
La sua idea di arte diffusa, di museo metropolitano aperto a tutti, è presto andata a farsi benedire. I suoi graffiti non venivano cancellati dai muri, come accade a tante altre opere dei writer sconosciuti. I suoi erano preservati, a volte staccati per essere esposti nelle gallerie o - è successo non molto tempo fa - venduti per cifre che hanno raggiunto i 500 mila euro da Sotheby’s. Un vero lupo solitario non dovrebbe impedire che le sue opere «donate anonimamente alla collettività» vengano requisite per essere deportate alla vendita nella Wall Street dell’arte? In un’intervista per il Sun, nel 2010, un incappucciato Banksy si bullava di aver boicottato il lancio dell’album di Paris Hilton nel 2006. Ne sostituì 500 copie rimaneggiate da lui: in copertina, la faccia di un cane e uno sticker che recitava: «Tracce incluse: Perché sono famosa?, Che cosa ho fatto? e A cosa servo?». Dovrebbe rispondere lui a quelle domande - oggi più che mai - e non Paris, che non ha mai nascosto di essere famosa grazie all’identità di figlia di papà Hilton.
Del resto, il fenomeno Banksy è stato ben costruito da Steve Lazarides, agente del nostro «uomo del mistero» fino al 2009, che già nel 2008 vendette l’opera Laugh Now per 228 mila sterline. Il ribelle che non esiste e che però ha l’agente come ogni morto di fama o ogni arrivato Damien Hirst: beh, a noi pare un finto ribelle perfettamente organico al sistema dell’arte e al mercato. Banksy ha sempre interpretato il ruolo della voce popolare contro le élite, dei poveri contro i ricchi. Graffiti in Palestina, il murale sull’ambasciata francese a Londra (due mesi dopo la strage parigina al Bataclan, peraltro). In quest’ultimo, forzava la Cosette dei Miserabili a rappresentare le condizioni dei migranti di Calais. Come se veramente potessero essere la stessa cosa. Eppure, nonostante queste prese di posizione da Narciso della ribellione, da terrorista dell’arte, già nel 2007 Brad Pitt e Angelina Jolie (sempre tramite Lazarides) scucirono un milione di dollari per acquistare opere del nostro. Banksy è diventato - perché si è venduto benissimo così - l’artista perfetto per i radical chic. Spacciandosi per Robin Hood, è diventato il maggiore produttore seriale di graffiti feticcio di «impegno» per ricconi. Un rivoluzionario della domenica, che fingendo di criticare il sistema si è limitato ad allargarne il raggio d’azione, innanzitutto economico, preferibilmente verso se stesso. Con il suo distorto parco giochi Dismaland, copia apocalittizzata di Disneyland, non ha «abbattuto la visione del mondo disneyana»: l’ha solo traslata per il pubblico dei contestatori.
È questo a renderlo stucchevole. Il vero Banksy è semplicemente un costoso prodotto per una nicchia precisa di consumatori, cioè quelli che si ritengono impegnati secondo i soliti, retorici crismi dell’impegno alla Boldrini qui, alla Sanders negli Usa e così via. Se il mondo avesse saputo che le opere del «grande ribelle» erano frutto dell’ingegno del medio borghese Robin Gunningham, avrebbero avuto lo stesso successo? Per noi no. Secondo voi, quanto tempo ha passato Robin, tra una rivoluzione spray e l’altra, a chiedersi a tavolino quanto sarebbe stato poco funzionale al personaggio dell’anonimo ribelle popolare la genìa borghese accuratamente occultata? Ora sappiamo com’è il volto di Banksy, ma che fosse una faccia di bronzo a noi era chiaro da tempo.
Gemma Gaetani

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