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"Vince Trump": Feltri e l’articolo che ha previsto il trionfo (a marzo)

10 Novembre 2016

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"Vince Trump": Feltri e l’articolo che ha previsto il trionfo (a marzo)

Pubblichiamo un articolo scritto nel marzo scorso per il supplemento del Giornale in cui Vittorio Feltri annunciava la vittoria di Trump.

Donald Trump, candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, non è odiato soltanto dai democratici, avversari politici «istituzionali» e tradizionali, ma anche da quelli che dovrebbero essere suoi compagni di partito. Egli è antipatico a tutti coloro che non la pensano in pieno come lui, i quali però sono una minoranza, se è vero, come pare, che i sondaggi lo danno favorito per entrare alla Casa Bianca. Non era mai successo nella storia degli Usa che un politico accreditato di tanti voti fosse così detestato sia dai nemici storici sia dai potenziali amici di cordata. Gli americani di solito sono ricchi di fair play. Stavolta invece mostrano un’aggressività che non è ammorbidita neppure dalla buona educazione.
Come si spiega questo fenomeno nuovo? Si può procedere soltanto per tentativi; personalmente non ho certezze perché da tempo non frequento gli States. La mia impressione è che Trump piaccia un sacco a molta gente comune perché non è ipocrita e parla come mangia, dice cose che tutti pensano e che pochi ammettono di pensare; non si nasconde dietro a un dito e non si vergogna di essere un tipo terra terra.
La franchezza è apprezzata dalla maggioranza e disprezzata dai cultori del politicamente corretto, cioè una mentalità che incontra solo il favore delle minoranza liberal, intellettuali, in ogni caso desiderose di apparire chic. E l’America popolare invece è stanca di liberal e chic. Le masse non si sono mai riprese dallo choc provocato dalla famigerata bolla, cioè dalla crisi economico-finanziaria del 2008; hanno un reddito pro capite fermo al 2007 e faticano a recuperare il benessere di cui avevano goduto per parecchi anni. Sono nervose, inquiete e desiderose di mutare registro. Non sopportano l’immigrazione incontrollata e ascoltano con piacere le parole dure e disinibite di Trump che promettono la riscossa statunitense e che talora grondano razzismo, almeno a giudizio degli oppositori. In campagna elettorale le esagerazioni e le asprezze verbali sono all’ordine del giorno in tutto il mondo, e gli Usa non fanno eccezione. Basti pensare agli insulti che riceve in Italia Salvini, e che ha ricevuto Berlusconi al tempo in cui deteneva saldamente la leadership.
Chi minaccia di vincere sta sul gozzo a chi ha l’impressione di perdere. Cosicché le scaramucce si susseguono facendo smarrire la sinderesi agli osservatori più pacati e disposti a ragionare. Stando ai suoi detrattori, Donald nella sua vita (ha 69 anni suonati) ne avrebbe combinate di ogni colore: dall’evasione fiscale allo sfruttamento dei clandestini, senza contare il resto. Ma sono soltanto insinuazioni che hanno trovato poche o punto conferme.
Certamente, l’uomo non è un simbolo di eleganza, la sua eloquenza, per quanto efficace, non soddisfa il pubblico raffinato. Ma la politica, specialmente nei periodi elettorali, non richiede salamelecchi e nobili speculazioni filosofiche. Come diceva volgarmente, ma con indubbia efficacia Rino Formica, socialista barese di grande temperamento, la politica è fatta di «sangue e merda». A Trump non manca nessuno dei due elementi citati dall’indimenticabile pugliese. Costui si adatta alla pugna, e la base dei suoi elettori gradisce i toni accesi e le bastonate rifilate a coloro che si dilettano a fare troppi distinguo nell’interpretare le esigenze dei repubblicani più convinti, ossia gli americani fondamentalisti. Che sono attaccati al loro Paese e inclini a considerarsi meritevoli di avere maggiori diritti rispetto agli ultimi arrivati. Cittadini che si ritengono più cittadini di chi è entrato negli Usa di soppiatto e dopo due anni di permanenza pretende di essere trattato coi guanti bianchi. Forse la mia analisi è un po’ sbrigativa e trascura dettagli che a distanza di migliaia di chilometri sfuggono a uno come me che siede ad una scrivania milanese. Ma da quanto abbiamo letto e fiutato, questa sintesi non è campata in aria. Una sintesi che mi conduce a concludere che Trump, per i motivi sopra elencati, sia attrezzato per succedere a Obama, la cui reputazione forse non è pessima, ma non serve ad assicurare a una democratica quale la signora Clinton un camminamento liscio verso la Casa Bianca. La lotta con l’avversario burino, ma tosto, sarà aspra. Per annunciare il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti sarà indispensabile attendere lo spoglio dell’ultimo voto. Ma la sensazione è che dopo lustri di politicamente corretto, cioè di discussioni sull’uso delle parole anziché sui concetti che esse esprimono, sia opportuno dare all’America una guida più attenta ai fatti (e alle aspirazioni degli statunitensi) che non alle chiacchiere da salotto. Chi vivrà vedrà. Ora la vedo così e non sono miope.

di Vittorio Feltri

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Commenti all'articolo

  • pao.silvia

    20 Febbraio 2017 - 12:12

    Menomale che ha vinto Trump. Gli faccio i miei migliori auguri e spero che anche in Italia arrivi uno cosi' che difenda i nostri interessi e che ci tolga l'euro dalle tasche per rimetterci la lira

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