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Il commento

Sì alle pensioni a mille euro, bravo Silvio Berlusconi

30 Novembre 2017

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Silvio Berlusconi

Caro direttore,

per una volta non sono d’accordo con Lei quando in modo irriverente e provocatorio chiede a Silvio Berlusconi dove trova i soldi per portare le pensioni minime a 1.000 euro al mese.

Al netto del fatto che, come ha detto lui stesso, il Cavaliere mette le mani in tasca e i soldi li ha sempre trovati, la storia gli dà ragione. Sulle pensioni minime come in tanti altri campi, per esempio la politica estera. Ma quello è un altro argomento.

Come Lei ricorda bene, Berlusconi le pensioni minime, allora di cinquecentomila lire, le ha già portate a un milione, a partire dal lontano primo gennaio del 2002 (articolo 38 della Legge 448 del 2001 - cosiddetta “finanziaria” di quell’anno). Da allora nessun altro è riuscito a fare un intervento così incisivo in quel settore. L’aumento costò circa due miliardi di euro, tutti coperti, e interessò 1.835.000 pensionati.

Era il punto numero tre del “Contratto con gli italiani”. Uno dei diversi impegni presi da Berlusconi in campagna elettorale e sempre rispettati. Dicevamo del Contratto firmato negli studi di Bruno Vespa a Porta a Porta: secondo un rapporto dell’Università di Siena è stato realizzato per l’80%. E ricordiamo che nessuno in politica, ai tempi, presentava programmi così chiari, per punti, che gli elettori potessero ricordare a memoria e di cui si potesse controllare il grado di avanzamento giorno per giorno. Solo Donald Trump negli Stati Uniti, ma quindici anni dopo, ha adottato lo stesso metodo e negli uffici della Casa Bianca ci sono i cartelloni con le promesse fatte in campagna elettorale e accanto a ognuno di esse una casella da riempire con una spunta.

Sulle pensioni minime, i conti li ha fatti e pubblicati sul sito del gruppo Forza Italia della Camera dei Deputati il professor Renato Brunetta, da sempre il più bravo di tutti con i numeri e non solo. Dossier 1471 del 21 novembre 2017.

Le pensioni che nel 2002 sono state portate a un milione di lire sono diventate 516,46 euro nel passaggio alla moneta unica e aggiornate al valore attuale di 631,87 euro.

Aumentarne l’importo fino a mille significa dare 368,13 euro in più al mese a ciascun avente diritto, pari a 4.785,69 euro all’anno (tredici mensilità).

Il provvedimento porterà l’innalzamento di 842.551 assegni pensionistici (dati Inps) per un costo totale di circa 4 miliardi di euro.

Si può poi discutere se sia giusto favorire i più anziani piuttosto che i giovani, in una fase in cui questi ultimi, a differenza delle generazioni che li hanno preceduti, faticano a trovare un lavoro che li soddisfi e a programmarsi una vita serena. C’è da dire, però, che se pensare ai giovani significa dare loro 80 euro al mese - come vorrebbe Matteo Renzi - che abbiamo già visto non producono nessun effetto, meglio fare una scelta politica, restringere magari la platea, ma con un aumento significativo del potere d’acquisto per i beneficiari. E con le conseguenti ricadute economiche che andranno a vantaggio di tutte le fasce d’età.

Ottanta euro al mese non cambiano la vita neanche ai poveri, quasi quattrocento euro al mese sì.

E in ogni caso costano meno della metà del bonus di Renzi, che ha buttato via 10 miliardi all’anno (40 miliardi dal 2014 a oggi), senza concludere niente. Di Berlusconi ci si può fidare.

di Paola Tommasi

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Commenti all'articolo

  • abes50

    05 Dicembre 2017 - 09:09

    "Siamo tutti froci con il culo degli altri" oggi è così. E' facile utilizzare risorse non proprie per scopi diversi da quelli per le quali sono destinate. Lo stato non paga i contributi per i suoi diretti dipendenti eppoi va ad aggredire l'ormai residuo patrimonio dell'INPS al quali tutti si sono abbeverati. Solo i dipendenti pubblici PAGANO PER TUTTI ritardandone la pensione, e senza sconti.

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