Lo sfogo di Re Giorgio

Napolitano deluso dai partiti: "Sto finendo il mandato in modo surreale"

Nicoletta Orlandi Posti

E' una riflessione amara quella di Giorgio Napolitano. Non immaginava tutte quelle polemiche dopo il suo tentativo di salvare il salvabile. "Dopo sette anni sto finendo il mio mandato in un modo surreale, trovandomi oggetto di assurde reazioni di sospetto e dietrologie incomprensibili, tra il geniale e il demente...", si sfoga il presidente della Repubblica in un colloquio con il 'Corriere della Sera'. Ammette di trovarsi nel "momento peggiore del settennato" Re Giorgio e recrimina di sentirsi "lasciato solo dai partiti" dopo le polemiche suscitate dalla scelta di convocare un doppio comitato di specialisti incaricati di "formulare precise proposte programmatiche" in grado di divenire "in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche".  Una scelta, riflette il capo dello Stato, che è stata travisata e criticata in modo ingiusto. Quel giorno - ecco la sua ricostruzione - ha pregato due gruppi di persone, diverse tra loro ma con alcune caratteristiche di competenza o istituzionali, di fare una specie di "quadro sinottico" di problemi da affrontare, tenendo conto delle posizioni che si sono espresse finora o aggiungendovi ciò che vorranno... Aveva in mente, insomma, un lavoro istruttorio che può facilitare il successivo compito per la formazione del governo. Anche sulla controversa assenza delle donne tra i consulenti da lui messi insieme "con acrobatiche ricerche", va considerato che il capo dello Stato ha inserito i presidenti delle commissioni speciali che si sono costituite alla Camera e al Senato e che, sebbene certo gli dispiaccia che in quelle commissioni non vi sia una donna, non poteva farci niente. Anche qui, dal suo punto di vista, "si sfiora il ridicolo". Poi la riflessione affronta il delicato tema delle dimissioni: perchè non le ha date? La risposta, benchè già riassunta nella nota che il presidente ha letto sabato al Quirinale, è la seguente: ha deciso di restare al suo posto per garantire un elemento di continuità. Se si fosse limitato alle risultanze degli ultimi colloqui che aveva avuto, avrebbe dovuto riconoscere: "Sono conclusioni che fanno disperare della possibilità di governare questo Paese". In definitiva, le sue dimissioni, che sarebbero state ampiamente motivate dalla paralisi nella quale si venuto a trovare (non poter dare alcun incarico, non poter formare alcun governo, non poter sciogliere) avrebbero contraddetto l’impegno di offrire un impulso di "tranquillità". Di dare la sensazione che "lo sforzo continua". Di confermare l’impianto del suo settennato, ispirato a "dare agli italiani un senso di comunità e di unità".