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L'intervista

Paolo Brera: "L'importanza dei classici nelle cantine della Storia"

17 Gennaio 2017

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Paolo Brera: "L'importanza dei classici nelle cantine della Storia"

Ci sono Lev Tolstoj e Xavier De Maistre accomunati dai loro racconti avventurosi sul Caucaso. O Joseph Conrad e Ion Luca Caragiale, finiti, con lo stesso criterio, nel volume La locanda delle streghe. O, ancora, Senza vampiri: antologia che raccoglie testi narrativi di Emilia Pardo Bazan, Edgar Wallace, Eugenio Quiroga, Jan Neruda e Arthur Reeve. Il filo conduttore? Il nome «vampiro» nel titolo originale, senza che però nel testo ne appaia uno. È la nuova collana di ebook di Algama dedicata ai racconti meno noti (alcuni mai giunti in Italia) e più curiosi tradotti e curati da Paolo Brera: I racconti di Brera. Potenza della globalizzazione, che ha messo a disposizione scritti che un tempo bisognava cercare in polverose biblioteche di paesi sperduti o nelle cantine della storia. Lui non solo li traduce, ma li adatta ai tempi moderni, li commenta e li cataloga, sfornando antologie godibilissime a prezzi infimi (al massimo 4,99 euro). E dando vita ad una biblioteca digitale tutta nuova per l’Italia. Con testi originali a seguire.

Brera, dove nasce l’idea? 
«Innanzitutto da una mia passione: quella per la traduzione. A me piace prendere una cosa scritta in una lingua e produrne l’equivalente in italiano. Dato che sono anche uno scrittore e un giornalista, aggiungo a questo la vocazione di scrivere in maniera gradevole e in una lingua scorrevole. O almeno mi pongo questo obiettivo. Infine, e correggimi se sbaglio, c’è il fatto che il lettore non vuole più opere ponderose: al posto di Guerra e pace, legge più volentieri sei o sette novelette (cioè opere di narrativa lunghe da 150mila a 200mila battute). E poi c’è il fatto che se si prendono autori la cui grandezza è nota da tempo a tutti, il rischio di annoiarsi non c’è».
Resta il fatto che questi autori sono accessibili a tutti su Internet, e gratis. 
«Accessibili sì - in lingua originale. Io però li traduco. E poi non sono neanche sempre gratis, perfino quando l'autore è morto da tempo e non si devono più pagare i diritti. Molti siti chiedono soldi».
Però le traduzioni in italiano non sono cosa nuova. Diversi degli autori che trovi e raccogli sono tradotti. 
«Sì e no. Se scrivono in una lingua diversa dalle maggiori, sono tradotti poco. E perfino quelli maggiori spesso sono tradotti solo nelle opere maggiori, non in quelle più brevi. Asperum in fundo, spesso sono traduzioni “erudite”" e non popolari. A mio parere, la filologia non dovrebbe intorbidire l’interesse della materia per il lettore. Penso a molte traduzioni dal russo, per esempio, che sono difficili da leggere, poco scorrevoli, perché lo spirito della lingua è diverso da quello dell’italiano. Poi ci sono le determinazioni socioculturali, quelle che ti dicono in quale tempo e in quale società si svolge l’azione. Lasciarle o fornire un equivalente contemporaneo? Io credo che occorra trovare un compromesso. A volte un personaggio grida “Marrano!” e io traduco “Stronzo!”, ma in altri casi scelgo invece di mantenermi più vicino all’originale per non falsare il sapore di quei tempi».  Perché no testi italiani? 
«Occasionalmente sì, quando si mettono insieme racconti di diversa origine che abbia senso presentare congiuntamente. Ma per lo più no. Non per poco patriottismo, ma per motivi sia di contenuto che commerciali. I racconti di autori italiani sono spesso scritti in una lingua antiquata, perché l’italiano popolare è una lingua giovane, in pratica esiste solo dalla metà del secolo passato. E poi, come ho detto, ci sono motivi commerciali. Se gli autori sono fuori diritti, spesso sono disponibili gratuitamente. A questo punto, l’unica possibile aggiunta di valore sarebbe la mia Introduzione. Non credo possa bastare, o perlomeno non sempre. Preferisco allora battere strade su cui posso dare qualcosa di più e di più originale».
Già, le tue Introduzioni… 
«Anche queste sono un po’ la mia passione. Penso che a volte al lettore possa interessare il background di quello che gli propongo di leggere. Altre volte si può fare un po’ di letteratura - scusate la parolona - prendendo come base l’autore e il suo periodo storico. E possono emergere cose curiose: per esempio la premio Nobel Emilia Pardo Bazán che ai primi del secolo scorso, fervente cattolica e marxisteggiante com’è, viene nominata contessa dal re di Spagna; oppure gli insulti che si prende Dumas, di cui una dama del bel mondo parigino dice che “puzza di negro” (in effetti, la nonna paterna era una schiava haitiana di origine africana, ma francamente non credo che lo scrittore puzzasse). A me piace andare a scavare, spiegare e sprizzare».
Veniamo alle traduzioni. Da quante lingue? 
«Chiariamo: il mio obiettivo è partire da un testo scritto in una lingua estera e arrivare a un testo in italiano. Nulla più di questo. Non parlo tutte le lingue da cui sono in grado di tradurre, e probabilmente non sarei stato in grado di farlo senza Internet e un computer. Ma avendo a disposizione questi ausilii, sono stato in grado di tradurre da, o in, 15 lingue, più 3 da cui ho reso in italiano brevi testi senza pormi il problema di presentarli al pubblico - un paio di poesie di Kaváfis, una parodia olandese della canzone Lili Marlène, i brani latini su cui si preparava alla maturità classica mia figlia».
Una facilità notevole. 
«Ma quale facilità, certe volte mi ci rompo sopra la testa, impiego ore per una singola pagina. Alla fine però il risultato è quello che è, la fatica che mi è costato non si vede più. E perfino io, col tempo, me la scordo».

di Edoardo Montolli

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