Il caso Calabresi

Bruno Vespa e l'ex brigate rosse Pietrostefani: "Era mio compagno di scuola, cosa vorrei chiedergli adesso"

Bruno Vespa parla del suo compagno di classe, Giorgio Pietrostefani. Quando lo incontrò dopo più di trent'anni, nel '97 nel carcere di Pisa gli disse: "Bruno, io sono innocente", "non c'entro niente con l'esecuzione del dottor Calabresi". "Mi colpirono due parole. Quel 'dottor' che Pietrostefani usò sempre nel nostro colloquio parlando di Calabresi. Ed 'esecuzione', il termine tremendo usato dai terroristi rossi per indicare l'omicidio delle loro vittime", scrive nel suo editoriale su il Giorno.

 

 

"Avevamo fatto le elementari insieme. Ci eravamo divisi al ginnasio, ma giocavamo in coppia a tennis. non eravamo amici, a scuola c'eravamo scontrati", racconta Vespa, "non ci vedevamo dal '62, quando Giorgio si trasferì a Pisa, la città che avrebbe cambiato la sua vita". E infatti Pietrostefani diventò uno dei capi carismatici di 'Lotta Continua'. "Quando gli ricordai la tremenda campagna di stampa contro Calabresi, Pietrostefani riconobbe che fu 'una campagna assurda", scrive il giornalista, "e accennò, senza far nomi, ai famosi appelli pubblicati nel '71 dall'Espresso in cui il meglio dell'intellighenzia di sinistra scrisse contro Calabresi la motivazione di una condanna a morte. "Era naturale che nella logica estremistica di quei tempi si dicesse: Pinelli stava nella stanza di Calabresi, Pinelli è caduto dalla finestra, Calabresi ha buttato giù Pinelli. Calabresi è un assassino. Cominciò così', mi disse Giorgio".

 

 

Da lì cominciò una storia giudiziaria unica in Italia: 15 sentenze in 12 anni. "Nel 2000 Pietrostefani scappò definitivamente in Francia, mai pensando che ventuno anni dopo il patto Draghi-Macron avrebbe fatto cadere la dottrina Mitterand", racconta Vespa. Che però ha una richiesta da fare a Giorgio Pietrostefani che "ha 78 anni ed è malato seriamente". Se "la giustizia non è vendetta", "il nostro Paese ha diritto di sapere il tanto non detto sugli Anni di Piombo. Troppi brigatisti sono stati perdonati senza aprire davvero bocca".