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Economisti, la grande riffa delle previsioni sbagliate

 Caricatura di J.M. Keynes

Da paria della politica a teorici indiscussi dei governi: storia e miserie di una casta che ha sempre sbagliato tutte le previsioni nel libro il tempo degli economisti

Francesco Specchia
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Da paria della politica a teorici indiscussi dei governi: storia e miserie di una casta che ha sempre sbagliato tutte le previsioni. 

Due anni la Bbc confezionò uno stroboscopico videoclip -trasmesso in Italia dall’emittente Pop Economy- in cui, John Maynard Keynes e Milton Friedman si sfidavano su un ring di pugilato cadenzando a colpi di rap le loro posizioni sulle politiche economiche degli anni 40, specie quelle sull’origine dell’inflazione. Keynes dava la colpa all’aumento dei prezzi, alla spesa pubblica, alle pressioni sui salari dei sindacati, alla stretta sul petrolio; Friedman al fatto che il governo stampasse troppo moneta. C’era, in quel massacro di ideologia e guantoni, un che di esilarante. Ma, tra una risata e l’altra, nessuno, dopo settant’anni, ha ancora capito bene chi dei due economisti avesse ragione. E già questo basterebbe ad indicare la loro scienza come inesatta se non confusionaria. 

La colluttazione Keynes/ Friedman (ossia intervento pubblico nell’economia contro liberismo sfrenato) neanche fossero Ed Sheeran contro Lady Gaga sfrigola ora in uno dei capitoli de Il tempo degli economisti- falsi profeti, libero mercato e disgregazione della società (Hoepli pp 468, euro 24,90), bestsellerissimo del giornalista del New York Times Binyamin Appelbaum in Italia curato con uno poderoso saggio introduttivo di Federico Rampini. La tesi è che si stia sgretolando il “pensiero unico”: sia nell’economia anglosassone fatta di deregulation finanziaria, tagli alle spese sociali e sanitarie e dei redditi e dei diritti dei lavoratori; sia nell’Eurozona dove, salvo nel periodo del qualitative easing, si è consumata una furiosa lotta all’inflazione. E la colpa di un mondo in balia alle contraddizioni non è solo dei governi di destra o di sinistra, ma soprattutto degli economisti a cui quei governi hanno fatto riferimento. Scrive Rampini: “La maggioranza degli economisti ha lasciato le impronte digitali su errori spaventosi. Nessuno di loro seppe prevedere lo schianto sistemico del 2008/2009. Peggio: i più autorevoli economisti del tempo avevano ispirato decisioni – delle banche centrali, delle autorità di vigilanza sui mercati, dei governi- che provocarono quel disastro della finanza”. Da allora un disastro ha seguito l’altro: la Brexit, la politica economica dell’amministrazione Trump, la guerra commerciale Usa- Cina. E, prosegue Rampini, tuttora da parte degli economisti “non vi è traccia di un’autocritica di massa per la responsabilità di quegli eventi. Né di ravvedimento”. Anzi. Il giornalista della Stampa Luigi Grassia notava che tra tutti i premi Nobel che aveva intervistato negli ultimi vent’anni non ce n’era uno che avesse ammesso di aver sbagliato le sue previsioni. Anzi, alcuni di loro che alla vigilia dei crac rassicuravano le masse, al crollo dei bilanci scaricavano ogni responsabilità sui “regolatori”, ovvero “le banche centrali che hanno dormito” e  che poi si sono auto-incensate per aver rimediato ai loro stessi errori ispirati dagli stessi economisti del “pensiero unico” di cui sopra. Insomma una spirale perversa in cui gli economisti si rivelano boia dei sistemi produttivi, privi di un brandello di autocoscienza.

 Il testo di Appelbaum, che si legge come un grande romanzo popolare, spiega che però ci fu anche un tempo in cui gli economisti non avevano tutto questo potere. Tutt’altro.  L’economia era considerata una materia esoterica. L’autore fa riferimento al professor Paul Volcker che era stato assunto come “calcolatore umano” alla Federal Reserve Bank e viveva in uno scantinato senza possibilità di carriera; anche perché nel cda della banca figuravano banchieri, avvocati e perfino un allevatore di suini dell’Iowa, ma neanche un economista. Lo stesso Keynes era considerato da Roosevelt soltanto un “matematico privo di senso pratico”; gli economisti a Washington vivevano in capanni prefabbricati di lamiera ondulata, ed erano indicato come i servi della “scienza triste” ; e avevano meno autorevolezza di un idraulico. Idem in Unione Sovietica dove, nonostante l’appeal dell’economista Karl Marx, si diceva che “i politici davano gli ordini e agli economisti era concesso di trovare ragioni per cui quegli ordini erano da considerarsi molto intelligenti”. La loro era una categoria di servi della gleba, paria, intoccabili. Almeno fino agli anni 70 quando, con la crescita ai minimi storici, i leader politici si persuasero di confidare di più nel mercato. Lo scatto avvenne soprattutto in America laddove si accese il dibattito sull’uso economico della leva militare dimostratasi inefficace perché toglieva risorse alla crescita delle società (da lì l’esercito professionistico tout court mutuato dalle teorie dell’economista cieco Walter Oi, prediletto di Nixon). Sicché, tra il 1969 e il 2008 – “il tempo degli economisti”, appunto, secondo lo storico Thomas McCraw- dalle università si verificò una costante transumanza verso le stanze del potere. E la situazione si rovesciò: gli economisti imposero la loro corporazione in modo talmente selvaggio da dover affrontare due fenomeni “centrali nel funzionamento delle nostre economie: la corruzione e la burocrazia”, spiega Rampini. E’ negli anni Settanta che la fiducia della sinistra nelle proprie idee in materia economica svanì. Il libro narra anche la vicenda di Juanita Kreps, prima donna e prima economista a diventare Segretario al commercio. Si dimise e lasciò anche la cattedra di «economia keynesiana» all’università perché, disse, «non saprei più cosa insegnare agli studenti». Gli intellettuali di sinistra si arresero alla narrazione semplicistica della destra che spiega: «Lo Stato si deve fare da parte e mille fiori sbocceranno». Non sbocciarono, almeno non del tutto. Se ne ebbe l’illusione negli anni Ottanta col collasso dell’Urss e l’avanzata del thatcherismo che portò alla radicalizzazione dell’idea assoluta di mercato. Il premier britannico Benjamin Disraeli predicava “politiche di sinistra, politici di destra”, intendendo che i conservatori erano più forti che mai quando sceglievano di mettere a terra politiche liberali. Negli anni Novanta e Duemila accade, invece il contrario, e l’arroganza della casta si elevò a stato d’arte.

Rampini sottolinea che il problema della categoria, oggi, sta soprattutto nei “conflitti d’interesse”. Una disciplina che si occupa molto di denaro si mette facilmente al servizio del denaro stesso. E, a parte le lodevoli eccezioni degli specialisti che studiano dell’effetto esplosivo delle diseguaglianze sulla democrazia – da Amarysa Sen a Thomas Piketty, da Angus Daton a Branko Milanovic-; be’, “eserciti di laureati in economia sono asserviti ad un settore finanziario che pratica comportamenti predatori e parassitari”. Dove perfino l’idea delle “meritocrazia” alla fine viene calpestata dall’1% dei privilegiati, e  “coloro che hanno davvero meritato sono una minoranza”. Non è un caso che gli economisti trovino posto nelle task force dei governi, oggi più che mai. In soldoni, la categoria, oggi, guadagna in salari e servilismo ideologico ma perde in obiettività. Qualcuno evoca, in questo solco, il percorso parallelo dell’economia italiana. Destra e sinistra collaborarono agli stessi obiettivi: ridurre lo Stato nell’economia, tagliare le tasse ai ricchi, indebolire i sindacati. I governi del socialista Bettino Craxi, per esempio, precedettero sotto molti aspetti quelli del leader laburista Tony Blair nel Regno Unito, che venne ripreso a sua volta dal leader dei Ds Massimo D’Alema e dal cancelliere tedesco socialdemocratico Gerhard Schröder.

Dopo aver sbagliato tutto sull’austerity, poche settimane fa un editoriale del Financial Times spiegava che le politiche monetarie non bastano più, mentre il capo dello staff di Angela Merkel, con il Recovery Plan proponeva di fare più deficit, citando quegli stessi economisti che avevano sempre ritenuto ogni politica espansiva un atto irreversibile per il declino degli Stati. Al di là dei keynesianesimo o del monetarismo, nessun politico che si fosse infilati i guantoni per dar loro, finalmente, una lezione…

 

 

 

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