Cadere in basso

Report, Sigfrido Ranucci: "Berlusconi come un virus". Indiscrezioni: cosa ha scatenato la vergognosa violenza del conduttore

Francesco Specchia

Non è lui. Sigfrido Ranucci, ruvido cronistone scuola Paese Sera, grande cucitore d'inchieste (memorabili quelle nei Balcani e sull'uranio impoverito e sulla pinacoteca di Tanzi), alter ego per anni di Milena Gabanelli, vicedirettore di Raitre, è -per come lo conosco- professionista rigoroso e persona dabbene. Perciò credo che il Ranucci che l'altra sera ha mandato in onda a Report L'Italia che amo, il bombardamento di Dresda di Berlusconi, sia in realtà un impostore. Il vero Ranucci è prigioniero in una segreta della Rai, col volto nascosto da una maschera di ferro. Dev'essere così per forza. Sennò non si spiega l'attacco di così inusitata violenza piovuto dal (falso) Ranucci contro Silvio Berlusconi, che proprio in quel momento, dopo essersi ritirato dalla candidatura quirinalizia, stava rientrando per problemi di salute all'ospedale San Raffaele.

 

 

UN DEJA VU SPIETATO
Il Report dell'altra sera -pur forte di un pruriginoso 9% di share- a firma di Luca Bertazzoni era un deja vu disonorevole superato dai processi politici e giudiziari; una fucilata senza pietà nei confronti di un ultraottantenne che nel bene o nel male ha fatto la storia del Paese; un atto discriminatorio puro senza alcun aggancio cronistico. Sono rimasto spiazzato, mi ha evocato un dossier della Stasi. Ho visto Noemi Letizia versione mora che, dopo dodici anni, riacquista all'improvviso la memoria e racconta la "sua" verità («a quella festa mi sono accorta che quelle cose non andavano bene») sugli incontri con "Papi". Ho visto interviste tagliate ad Antonio Martino distrutto con i ricordi del fallimento berlusconiano della rivoluzione liberale immersi nel cognac. Ho visto uno sgraziato collegamento con Bill Emmott ex direttore dell'Economist, il quale nel 2001 descrisse Silvio «unfit to lead Italy», incapace di guidare l'Italia. Ma, nella furia dell'attacco, ho pure visto omettere sia che Emmott era stato corrispondente di Repubblica di Silvio nemica giurata, sia che lo stesso Emmott nel 2018 si ricredette affermando che «Silvio Berlusconi is fit to save Italy», Silvio era diventato idoneo a salvare l'Italia dai 5 Stelle. Ho visto le solite confessioni del solito Lele Mora; il fantasma rattrappito di Emilio Fede che avrebbe sguainato il suo pene alle "cene eleganti"; la Fornero che parlava di debito pubblico; l'ennesima Ruby Rubacuori che un secolo fa un Parlamento distratto e assai imbarazzante accreditò come nipote di Mubarak. Poi ho visto quello che mai un cronista obiettivo come il (vero) Ranucci, avrebbe fatto.

 

 

Un monologo col Cavaliere e l'immagine del demonio sullo sfondo. Con Ranucci che diceva: «Berlusconi aveva tutti i diritti di diventare presidente della Repubblica, non lo è diventato perché ha inoculato nella società un modello culturale, quello della scorciatoia, quello di arrivare al successo attraverso i canoni della bellezza, della ricchezza, dell'impunità, mettendo da parte all'angolo la meritocrazia e il rispetto delle regole, che imbarazzava ed era diventato un handicap. Aveva inoculato nella società l'idea che non pagare le tasse fosse giusto. Ha alimentato quelle odiose disuguaglianze. Poi ha inoculato il virus dell'uomo solo al comando, subito recepito da alcuni leader politici, che cercano di emularlo, adottando le stesse strategie di comunicazione: demonizzare e gettare fango sugli avversari». Ecco, il paragone tra Berlusconi e una pandemia mi mancava. E ancora: «Berlusconi aveva la televisione, loro hanno le bestie social. Berlusconi ha condizionato la libertà di stampa, aveva a disposizione tre televisioni sue e due del servizio pubblico. Poi le satellitari, con Mediaset: poteva condizionare gli editori che non la pensavano come lui, attraverso le concessionarie pubblicitarie. Poi aveva i giornali e riviste di famiglia, che potevano utilizzare dei dossier per infangare, dossier spesso falsi preparati da ambienti oscuri con cui manganellava oppositori politici e giornalisti. Laddove non riusciva coi dossier scattavano gli editti bulgari».

Non ci potevo credere. Il (falso) Ranucci col kalashnikov accusava Silvio di manganellare. Tre pensieri mi sono affiorati. Il primo: sembra di essere tornati indietro nel tempo, nella trincea dell'antiberlusconismo più efferato; sarebbe legittimo lo sfogo d'odio, se non fossimo sul servizio pubblico. E se non fossimo su Report, ossia uno dei massimi esempi di obiettività giornalistica di cui il sottoscritto è sempre stato peraltro fan accanito. Secondo pensiero. Passato Berlusconi nel tritacarne dei cattivi, è chiaro il motivo di un'inchiesta senza notizia: l'attacco preventivo alla reputazione di Berlusconi per impedirne l'ascesa al Quirinale. Che sarebbe comprensibile, se lo facesse Il Fatto Quotidiano. Dubito che Milena Gabanelli, equidistante fino al midollo l'avrebbe fatto, ne avrebbero prevalso la continenza giornalistica e perfino la pietas. Terzo pensiero: l'etica personale di Berlusconi gl'italiani la conoscono e disconoscono bene; e proprio la personalità divisiva dell'uomo l'ha costretto alla resa per il Colle, non certo un'inchiesta decotta e telefonata (e lo dice uno che, da destra, per primo denunciò l'immoralità del caso Minetti consigliera regionale pagata da noi).

 

 

SALVATE SIGFRIDO
Non si sentiva il bisogno, insomma, di brandire una testata pubblica come una clava contro un avversario politico, perché di questo si tratta. Non ci potevo credere. Spegnendo la tele, la considerazione finale non è andata a Silvio, ma a Sigfrido. Non avrò pace finché l'autentico Ranucci non sarà libero e avremmo smascherato l'impostore (sennò non si spiega..).