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Beatrice Venezi, Muti Junior lascia la Fenice e attacca i sindacati

di Pietro Senaldi mercoledì 4 marzo 2026

4' di lettura

Domenico Muti è un uomo intelligente e un ottimo professionista. Certo, è anche un figlio di papà, più che un figlio d’arte, giacché suo genitore è il maestro Riccardo, il più grande direttore d’orchestra italiano, e probabilmente non solo, da oltre quarant’anni a questa parte. Domenico si è seduto al tavolo della vita quindi con delle ottime carte; ma anziché spaventarsi, logorarsi in impossibili confronti o vivere schiacciato nell’ombra dorata, le ha giocate al meglio. Facilitato dalla parentela, ha deciso di intraprendere la carriera di manager e gestore artistico e culturale, occupandosi naturalmente anche delle attività del grande Riccardo.

Con notevole furbizia Nicola Colabianchi, sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia, di cui Muti senior fu direttore d’orchestra, aveva messo sotto contratto per tre anni Domenico, con compensi legati agli obiettivi, per promuovere l’attività del tempio musicale della Laguna. Ieri, fulmine a cielo già in tempesta, il manager ha lasciato l’incarico con effetto immediato «perché il clima che è stato creato non mi permette di andare avanti con serenità», rinunciando ai due anni e mezzo di contratto che aveva davanti e anche a quanto aveva già maturato e non gli è stato ancora saldato.

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«Avevo accettato con entusiasmo, conscio delle opportunità che avremmo potuto sviluppare...» ha dichiarato, ma non se ne fa più nulla. «Profondamente amareggiato» Colabianchi, palesemente soddisfatto invece Marco Trentin, orchestrale e sindacalista della Fenice, che dall’addio «inevitabile» di Muti figlio trae la lezione che «senza correttezza e trasparenza non si va da nessuna parte». In realtà poi chiarisce meglio: «Le scelte spettano al sovrintendente, ma se sono contestate... Un certo tipo di gestione non porta a soluzioni efficaci». Leggasi: vogliamo avere noi l’ultima parola.

Un salto indietro, per inquadrare la vicenda. Tutto nasce quando il Teatro ha deciso di mettere sotto contratto la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, bacchetta dorata della destra di governo, non avendo mai nascosto le sue simpatie politiche, peraltro ereditate dal padre, già da molto prima che Giorgia Meloni vincesse le elezioni. Mesi fa Colabianchi accelerò la nomina, informando solo dopo gli orchestrali, ai quali invece aveva assicurato che glielo avrebbe detto prima. Non bellissimo. Da allora, è partito uno stato di agitazione, con tanto di minaccia di sciopero a Capodanno - data che rappresenta il 12% degli incassi della stagione -, rientrata perché il sindaco, nonché presidente della Fondazione La Fenice, Luigi Brugnaro, aveva detto che avrebbe fatto saltare il bonus welfare, giustificando la scelta con i mancati incassi. Venezi prende servizio a ottobre, ma per il momento ha solo due spettacoli in cartellone, su dodici, più tre concerti sinfonici. Interrogato sul feuilletton musicale veneziano, recentemente il maestro Muti si era permesso di dire che non ama esprimersi sui colleghi, che non ha mai ascoltato Beatrice dal vivo e che comunque «lasciatela dirigere, poi si vedrà».

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Non un grande endorsement, ma una bacchettata d’autore agli orchestrali trinariciuti. Tanto è bastato perché siti di gossip e stampa progressista sostenessero che il grande direttore era stato clemente per non mettere in difficoltà il figlio, ingaggiato dalla Fenice proprio come la Venezi. Detto fatto, Domenico in un amen si è sfilato, togliendo dall’imbarazzo se stesso e il genitore e inchiodando i musicanti alle loro stecche. Né l’uno né l’altro del resto hanno bisogno degli orchestrali lagunari; casomai, è il contrario. «Spero che ci ripensi», è l’appello di Colabianchi, il quale parla di «autolesionismo e mancata volontà di crescere dell’orchestra». Spiega che «Muti aveva portato tournée e occasioni, costringerlo a lasciare provoca danni reputazionali e strategici al teatro, nonché perdite economiche ai chi lavora». A primavera ci saranno le elezioni delle nuove rappresentanze sindacali della Fenice, dove potranno votare anche i tecnici, gli impiegati e tutti i dipendenti, non solo la componente musicale, e la speranza è che la situazione ambientale migliori. Ma non sarà facile. Il sospetto è che sia anche il clima pre-voto ad avvelenare l’acqua in Laguna. A maggio la città deve scegliere il nuovo sindaco. Ci sono orchestrali che aspirano a candidarsi nelle file della sinistra o a ottenere incarichi, nel caso il piddino Andrea Martella si insedia Palazzo Ducale. I sindacati che criticano Venezi si fanno scudo dietro lo slogan “fuori la politica dal teatro”. Ma la politica, con i suoi finanziamenti a fondo perso, garantisce l’80% degli incassi della Fenice. Ed è grazie a questi quattrini che Trentin e compagni possono permettersi il lusso di disgustare Muti e di fare la guerra a Venezi. È bastato annunciare il suo ingaggio che gli abbonamenti del teatro sono saliti del 7%, ma questo per gli artisti sovvenzionati evidentemente è un dettaglio. 

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