Mughini

Chiunque vinca alle elezioni, sarà l'Italia a perdere

Andrea Tempestini

  di Giampiero Mughini Il mio amico Maurizio Belpietro e io stiamo invecchiando nel duettare in commedia nei nostri rispettivi ruoli. Lui in quello del giornalista che individua in Mario Monti «l’uomo del danno», ossia uno che da capo del governo le ha sbagliate tutte; io in quello del commentatore che giudica che senza Monti, e con quello che passa il nostro convento politico-partitico, Sua Maestà la Crisi Economica ci avrebbe messo ancora più in ginocchio di quanto lo siamo. È verissimo che di Iva lo Stato ne incassa meno di quanto ne incassasse prima dell’aumento delle aliquote deciso dal governo Monti. Solo che questa diminuzione è dovuta al semplice fatto che nessuno di noi ha più un euro di che acquistare beni mobili su cui lo Stato incasserebbe l’Iva.  Quanto allo strazio provocato dall’Imu, ossia dall’unica patrimoniale possibile e redditizia in una società come la nostra, qualcuno sia così cortese da dirmi come altro e in tutta fretta lo Stato avrebbe potuto accaparrarsi i soldi di che permettere ai comuni di mantenere le strade illuminate e far marciare i bus e tenere aperti quel poco di servizi sociali che esistono. Togliete i miliardi di euro della tassa sulla prima casa e ditemi da dove cavarne l’equivalente in tutta fretta. Non certo mettendo in vendita il Colosseo o chi per esso, dato che di compratori in questo momento non ce n’è veruno, e a meno non si accetti la trasformazione del Colosseo in un hotel a sei stelle per russi e cinesi ricchi.  Listarelle Quanto all’abbattere «i costi della politica», è del tutto evidente che è più difficile di quanto lo fosse per le truppe angloamericane conquistare le spiagge della Normandia Duetto teatrale tra me e Maurizio a parte, sono però contento che Monti abbia deciso di non mettere il suo volto e il suo nome su listarelle elettorali che lo invocavano quale miglior capo possibile del governo. A mettere assieme i voti delle brave persone che costituiscono il centro detto «moderato» - da Casini a Montezemolo a Gianfranco Fini -, dubito che si supererebbe di molto il dieci per cento dei voti espressi. Forte di un risultato talmente misero, Monti non è più il Monti di cui ha eventualmente bisogno il Paese. Se ne stia fermo, aspetti, lasci che l’acqua del fiume trasporti i cadaveri di quanti bestemmiano «l’agenda Monti». E del resto quando la IV Repubblica chiamò Charles de Gaulle a salvare la democrazia francese, lui era uno che se ne stava recluso nella sua casetta di campagna. E qui veniamo al tema che fa da baricentro di questo articolo. I «danni» dell’appena iniziata e sciagurata campagna elettorale, una campagna che sarà ricca di schiamazzi e di promesse da marinaio e che non avrà vincitori per il semplice fatto che non c’è nessun “piatto” da conquistare sul tavolo da gioco e quali che siano i seggi parlamentari conquistati dall’uno o dall’altro schieramento. Sia rosso o nero il vincitore della contesa elettorale di febbraio, il nuovo governo non sposterà di un euro il fatto che lo Stato non ha 90 miliardi di euro con cui pagare gli imprenditori ai quali aveva commissionato dei lavori che sono stati consegnati, il fatto che 35 ventenni su 100 non trovano lavoro né lavori, il fatto che il posto fisso è divenuto un miraggio e un cimelio del passato, il fatto che la Fiat vende in Europa il 25 per cento di auto in meno, il fatto che un grande ospedale romano con 3.000 posti letto e 5.000 dipendenti rischia di chiudere perché la Regione non gli paga più quello che gli deve, il fatto che siamo all’apocalisse dell’editoria su carta stampata e le aziende del settore annunciano licenziamenti su licenziamenti, il fatto che i libri preziosi della Biblioteca Nazionale di Firenze sono coperti da teli di plastica perché lo Stato non ha i soldi per otturare i buchi nel soffitto da cui passa l’acqua.  Quali dei Rambo della nostra scena politica che invaderanno gli schermi televisivi durante i mesi da qui a febbraio hanno di che modificare in meglio questo scenario? Chi? Ignazio La Russa, il sempreverde Francesco Storace, l’elettoralmente immiserito ex pubblico ministero Antonio Di Pietro, il rombante pubblico ministero Antonio Ingroia (un caso ai miei occhi allucinante, ma anche a quelli dell’ottimo Pino Corrias de «Il Fatto»), il Beppe Grillo che schiamazza contro Libero reo di riscuotere un gran rimborso governativo e laddove quel rimborso non esiste più da cinque anni? O un Silvio Berlusconi che ne spara una al giorno e più forte è meglio è, che un giorno invoca Monti come leader dei moderati e il giorno dopo dice che la sua esperienza governativa è stata «un disastro»? È la saga dei dilettanti allo sbaraglio. E qui siamo al cuore del «danno», a quella rovina politico-culturale del centro-destra che fa da campana a morto della nostra democrazia. Perché da che mondo è mondo una democrazia bipolare si basa sul fatto che da una parte ci sono gli uni e da quell’altra i loro competitori. Da quell’altra parte c’è adesso il nulla, tanto è vero che una buona parte degli elettori che diedero il loro sì al centro-destra del 2008 si stanno adesso leccando i baffi al pensiero di votare Grillo. Ma quali tecnici? Un danno, eccome. Perché non è vero affatto che il governo Monti fosse un governo tecnico. Era un governo assolutamente politico perché sostenuto dal voto delle tre forze politiche essenziali del nostro Paese, quelli di sinistra, quelli di destra, quelli di centro. La peculiarità era che i ministri di quel governo non appartenevano strictu sensu all’una o all’altra parrocchia. Monti aveva sì la «legittimazione popolare», perché quelli che gli dicevano sì in Parlamento erano quelli eletti nel 2008, seppure il 2008 sia un millennio fa. Era la prima volta dopo la stipula della Costituzione, e a parte certi momenti della lotta contro i terroristi assassini dei Settanta, che nasceva in Italia una coalizione dei «responsabili», una coalizione che prendeva atto dell’emergenza e del pericolo: una coalizione che non aveva da distribuire caramelle e bensì da parare il disastro.  Giorno dopo giorno il Berlusconi di oggi sta spacciando via il buono di quell’esperienza cui aveva contribuito, e questo pur di tornare al confronto muscolare. Se non è un danno della democrazia questo. I muscoli, anziché le proposte possibili al tempo dell’apocalisse. Vincerà la sinistra. Per fare che? Mica male quello che ha dichiarato il senatore del Pd Piero Ichino, uno dei pilastri della moderna cultura riformista, il quale ha detto che non si candiderà alle primarie del Pd se il suo partito non smentirà l’irresponsabile parolibero Stefano Fassina, il capo del settore Economia del Pd, uno che un giorno sì e l’altro pure annuncia che loro «rovesceranno» l’agenda Monti. Ossia moltiplicheranno i pani e i pesci come riuscì una volta a quello che sapeva camminare sulle acque. Danno, danno, danno.