L'intervista

Matteo Salvini: "Vi dico come risorgere senza l'euro"

Andrea Tempestini

Matteo Salvini, lei è l'unico segretario di partito che ha trovato l'antidoto a Grillo. La Lega è la sola che non perde voti a vantaggio di Cinquestelle... «L'antidoto è la concretezza. Il vaffa è una protesta, va bene una volta, due; ma siamo pagati per risovere i problemi di chi ci vota, non per protestare». Lega e M5s sono i partiti anti-Europa, qual è la differenza? «Grillo sull'immigrazione ha tradito, ha votato per la cancellazione del reato d'immigrazione clandestina. E anche sull'euro ha fatto retromarcia: noi siamo “no euro”, lui è diventato “parliamone”, ha abbandonato il messaggio che l'euro uccide l'Italia e l'Europa».  Ma è davvero così? Non è che se l’Italia esce dall'euro dal giorno dopo diventa terzo mondo? «L'euro è morto, ormai lo dice anche chi l'ha inventata. Diventeremo terzo mondo se non ne usciamo prima che la sua fine ci travolga». Ma lo spread schizzerebbe… «Chi se ne frega? Lo spread è un falso problema. Il Giappone ha il doppio del nostro debito ma stampa moneta, investe, cresce. Due terzi del nostro debito pubblico è in mano italiana. Non è più come nel 2011, quando Berlino in un giorno svendette i nostri bot e fece schizzare apposta lo spread». I risparmiatori temono che via l'euro i ricchi saranno ancora più ricchi e loro si ritroveranno coi loro pochi soldi che non varranno nulla… «La via per difendere i risparmi è far ripartire l'economia e con essa gli investimenti, anche finanziari. Prima dell'euro avevamo la metà dei disoccupati e il doppio dell’export. Non faccio la battaglia all’euro per i voti. Non comprometterei il futuro dei miei figli per un successo elettorale». Più che abbandonare l'euro servirebbero organismi sovranazionali che lo governassero nell'interesse di tutti… «Non ci credo. Questa moneta è troppo forte, troppo sbagliata, fa bene solo alla Germania. L'Europa non sarà mai in grado di gestirla nell’interesse di tutti. L'Europa in economia non esiste, è sempre stata solo Berlino, e non cambierà mai. Non credo a una Merkel solidale». Cosa accadrebbe in Italia il giorno dopo l'uscita dall'euro? «I nostri prodotti sarebbero subito più competitivi, sia all'estero che in Italia. Attireremmo turisti e compratori, le imprese tornerebbero a lavorare e creare occupazione. Si innescherebbe un circolo virtuoso, si abbasserebbero le tasse e salirebbero gli stipendi, mentre oggi ci stiamo trasformando in un Paese di poveracci a tempo determinato e imprenditori sull’orlo del fallimento strozzati dal fisco». La fa semplice, le materie prime costerebbero di più… «Con l'euro bollette e benzina non sono calate. Penso a partite Iva, artigiani, disoccupati, persone comuni. Con la lira ci guadagnerebbero. Poi, se uno vuol comprarsi casa a New York, ci smena». Cosa farà da lunedì, quando anche se vincerà le elezioni l'Italia resterà nell'euro? «Già martedì sarò a Bruxelles a incontrare la Le Pen: abbiamo un tavolo con tecnici seri, non alla Monti, per preparare il piano di uscita dalla moneta unica». Quali sono i suoi alleati? «Lega e Front National sono i partiti guida, perché Italia e Francia sono i Paesi che ci guadagnerebbero di più. Ma ci sono anche olandesi, spagnoli, austriaci, scandinavi. Non i comunisti greci di Tsipras, rovinati dalla Merkel ma pro euro, la sinistra filoeuro è o stupida o sospetta». Con la Le Pen siete diversi... «Abbiamo una piattaforma comune: no euro, no immigrati, no Islam, priorità agli italiani in Italia e ai francesi in Francia, lavoro, diritto degli Stati di difendere i propri interessi economici in sede Ue. In modo chiaro, non subdolo e con guerre monetarie come fa la Merkel…». Fate un partito unico tipo Ppe? «Per la prima volta alle Europee chi vota Lega non vota dei cani sciolti. Faremo un gruppo autonomo, un'alleanza sotto lo stesso nome». Abolirebbe l'Unione Europea? «No, ne delimiterei i compiti. Sì ai macrotemi: difesa, immigrazione, politica estera e sicurezza. No all'unione fiscale. Agli Stati va restituita la possibilità di fare una politica economica indipendente, difendere i loro interessi e farsi concorrenza. L'Unione deve solo garantire che le regole del gioco non avvantaggino Berlino a scapito di Roma». Perché gli italiani sono diventati i più euroscettici? «Abbiamo pagato il prezzo più caro all'asservimento dell’Ue alla Germania. Abbiamo versato 60 miliardi per salvare la Grecia e le banche spagnole e tedesche ma anziché ringraziarci ci trattano da pezzenti. E i nostri politici che dicono "jawhol" e ci infilano le mani nel portafogli». Renzi e il ministro dell'Economia Padoan? «Come Monti o Letta. Camerieri funzionali ai disegni di Bruxelles». Il suo feeling con Putin? «Dobbiamo guardare a Est. Per le riserve energetiche, per non consegnarci nelle mani di Bruxelles, Berlino o Washington, perché la Russia è un baluardo di valori tradizionali in cui crediamo». Al Cavaliere non sta riuscendo il miracolo di recuperare voti... «Il guaio è che Forza Italia è nel Ppe. Berlusconi si dice nemico giurato della Merkel ma chi vota Forza Italia vota Juncker, che è il candidato del Ppe e di Angela alla Commissione Ue, un anti-italiano doc». Forse per questo Berlusoni ha parlato poco di Europa… «Ma così ha sbagliato campagna elettorale. Non funziona più promettere dentiere o assistenza sanitaria ai cani. Bisogna parlare di Europa, lavoro, economia. Dando dell’assassino a Grillo è caduto nella trappola del comico, l'ha inseguito sul campo in cui Beppe è maestro e non ha parlato più ai suoi elettori». Anche Renzi ha insultato… «E anche lui ha sbagliato campagna elettorale. Dà l'idea di inseguire il comico. E poi ha promesso troppo e mantenuto poco. È stato in Emilia e non ha detto nulla sui terremotati, al Vinitaly era più a suo agio col bicchiere in mano che con il capannello di disoccupati. Non va nelle aziende che chiudono, evita i lavoratori. Preferisce le tribune degli stadi e i salotti tv. Su questo ha ragione Grillo, è un cinico illusionista». Alle Politiche il centrodestra si presenterà unito come ai vecchi tempi come spera Berlusconi? «Non con la Lega, non su queste basi. Basta ammucchiate che poi non combinano nulla. Adesso l'unico centrodestra in Italia siamo noi». Forza Italia oggi ricorda l'ultima Lega di Bossi? «Due partiti piegati dai giudici e con il leader fondatore in difficoltà, circondato anche da persone che se ne approfittano». Come se ne esce? «Io sono tutti i giorni per strada, incontro le persone, ci parlo, conduco battaglie pragmatiche, popolari. Certo, Berlusconi ora è addirittura impossibilitato fisicamente a farlo». Un esempio di battaglie vinte? «In Veneto teniamo gli ospedali aperti fino alle 24. In Lombardia abbiamo fatto avere un assegno di 400 euro ai separati in difficoltà. Poche promesse, tanta concretezza: così si rimotiva un elettorato deluso». La priorità oggi della Lega? «Il lavoro. Io sono un non violento ma quando penso alla Fornero… Ha rovinato milioni di persone». La formula per creare lavoro sembra introvabile… «Basta sprechi pubblici, così si liberano risorse per finanziare opere pubbliche ma soprattutto imprese private, i soli veri produttori di ricchezza. Poi una moneta nostra che ci faccia tornare competitivi, lavoratori in pensione all'età giusta, controlli alle frontiere». I Paesi ricchi accolgono e sfruttano gli immigrati… «È un gioco che non dura, si tirano in casa delle bombe sociali. Pensiamo ai quartieri islamizzati di Londra, ai ghetti turchi in Germania. Sfruttano gli immigrati? La pagheranno carissima». Non avrà mica la colf filippina? «Magari...». E la Padania? «È all'articolo 1 dello Statuto, l’obiettivo. Non più secessione ma tante indipendenze. Prima il Veneto, dove sono più avanti, poi si allarga il raggio, non solo al Nord, penso alla Sardegna, al Salento. Ho un’idea di Italia uguale a quella che ho di Ue: governi diversi, macrotemi comuni, politiche economiche separate. Per questo chiedo voti anche al Sud». Cosa risponde se le do del populista? «Meglio che cretino. È un complimento, mi sono fatto la maglietta con la scritta “sono un populista”». E se le do del razzista? «Mi arrabbio. La Lega ama le differenze. I razzisti in Italia stanno a sinistra. Razzismo intellettuale». E del manettaro? «Forse un tempo, ora non è più così. Ho visto troppi onesti finire in cella e poi essere assolti. E quando un giudice sbaglia non paga mai. Quando poi vedo ora i pm litigare mi si drizzano i capelli. Il Pool di Milano sta sputtanando se stesso, la categoria e le inchieste». Con Bossi come va? «Ci sentiamo spesso. Non parliamo di legge elettorale e scenari politici ma di problemi concreti. L'ultima volta, domenica, abbiamo parlato del Tfr, va rimesso in azienda». È un segretario tiranno come lo era lui? «Non mi piace fare il Renzi, l'accentratore. La mia squadra deve valere, non essere brava a dire solo sì». Dove avete recuperato voti? «Nei ceti produttivi, che ci avevano voltato le spalle e che abbiamo riconquistato tornando a combattere le loro battaglie e tra i giovani, perché sono i più predisposti a ribellarsi al pensiero unico». Fino a dove arriverà la Lega? «Se riusciremo a diventare il punto di riferimento di tutti gli autonomisti, fino al 20%. Certo oltre il 15». Sogno nel cassetto? «Non mi interessa vincere il Nobel o fare il ministro. Il massimo sarebbe fare il sindaco della mia città, Milano. Per me, a differenza che per altri, è un punto d'arrivo. Sono pronto a candidarmi per rimediare ai danni di Pisapia. Non sarà facile». intervista di Pietro Senaldi