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Ai raggi X

Marco Minniti, il ritratto: il ministro di destra che come tutti i comunisti non sa di esserlo

13 Febbraio 2017

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Marco Minniti

Come tutti i veri comunisti, il ministro degli Interni Domenico Marco Minniti è un uomo di destra. Minniti è il nostro Rudolph Giuliani, solo che ancora non lo sa. Mi spiego. Il suo rigore tutto «legge e ordine» sul tema immigrazione sta provocando movimenti tellurici non solo tra le associazioni che gestiscono gli sbarchi, ma soprattutto nella sinistra di cui il senatore ha sempre rappresentato lo zoccolo duro e purissimo. Daspo urbano -ovvero esilio immediato per chi viola la sacralità dei territori-; trasformazione dei Cie in Centri Permanenti per il Rimpatrio; accoglienza veloce per i povericristi che hanno diritto d’asilo e rimpatrio velocissimo per i clandestini e i delinquenti; pagamento dei libici (in infrastrutture) affinché fermino le ondate migratorie alla fonte, come neanche il miglior Berlusconi ai tempi; identificazione immediata dei migranti che sbarcano qui, insegnamento della lingua e obbligo ai lavori socialmente utili e gratuiti, invece di farli bighellonare ingrassando le cooperative addette all'accoglienza. La dottrina Minniti. Pugno di ferro in guanto d’alabastro. Più che Giuliani, Batman.

Sospetto che, finito l’orario al Viminale e indossato un cappuccio sopra la pelata, Minniti vigili sul crimine dal tetto del Nazareno come a Gotham City: la stessa aria pietrosa di quand’era il braccio destro di D’Alema, un decreto di espulsione in mano, il mantello che svolazza nella notte al ritmo crepuscolare di Street Hassle di Lou Reed (che il ministro ama davvero ascoltare al buio). Un cavaliere oscuro, figlio prediletto delle Botteghe Oscure. Quando Gentiloni l’assegnò al Viminale l’ex mentore D’Alema che oggi lo odia d’un odio affilato sentenziò: «Se il cambiamento è Minniti al posto di Alfano abbiamo già perso 5 punti percentuale». In questo momento Minniti è in vetta alle classifiche di gradimento del governo. Ha impresso al nuovo ruolo quasi una svolta culturale. Laddove con lo svogliato Alfano che si presentava al dicastero -pare- due volte a settimana, il fenomeno dell’immigrazione era andato fuori controllo, oggi al Viminale c’è qualcuno che ha un piano. La controindicazione è che i dipendenti del ministero vivono nella strana inquietudine di ritrovarsi Minniti che li controlli da dietro la macchina del caffè.

Anche se con gli amici ha fama di barzellettiere e di cazzone, Minniti è, per i più, una creatura insondabile: rispetto al parlamentare classico parla solo quando ha qualcosa da dire. Ed è la prova provata dell’esistenza dei fenomeni carsici in politica: sottosegretario alla Presidenza del Consiglio col governo D’Alema, sottosegretario alla Difesa nel secondo governo Amato e viceministro dell'Interno nel secondo governo Prodi. Infine la delega ai servizi nel governo Letta, che mantiene con l'arrivo di Renzi. «Sono la prova vivente che in politica si può sparire e contare lo stesso», sussurra. In effetti, muovendosi felpato dal mondo dei Servizi, l’uomo non ha profili sui social network, sparisce dai radar di stampa e tv, secreta ogni traccia di vita privata. Gli unici suoi slanci narcisistici che si ricordino sono quelli ai convegni dei carabinieri: «L’Isis sta pedendo sul campo di battaglia. Occorre agire con le orecchie a terra, come i Sioux». O quelli in qualche rara intervista sentimentale: «A 38 anni ero dirigente, a 42 sottosegretario. Ricordo ancora una mia visita ufficiale a Cuba nel 1994. Ero partito con l’obiettivo di ristabilire i rapporti diplomatici con il partito comunista cubano. Prima di incontrare Castro mi presentarono al suo aiutante di campo. L’uomo, sulla settantina, studiò bene la mia biografia. Davanti ai dati anagrafici miei e di D’Alema rimase a bocca aperta. Poi richiese stupito: “Ma da voi chi comanda veramente?”». È la domanda che ancora la Storia si pone.

Ma tant’è. Calabrese di Reggio, classe ’56, una laurea in filosofia, la passione per la moglie, i due figli e le poesie di Catullo, il senatore Minniti ha probabilmente maturato l’ossessione per la sicurezza basculando tra la famiglia di ufficiali (un padre generale dell’aeronautica aiuta) e il partito. Dove, da segretario del Pci di Gioia Tauro negli anni 70 combattè la morsa delle cosche della ’ndrangheta al fianco del mitico sindaco Falcomatà, e subì l’omicidio del collega Peppino Valarioti. «Sulla sicurezza e sull’immigrazione» ha detto Minniti a Marco Damilano dell'Espresso « ci giochiamo gli equilibri democratici dell’Europa. E dell’Italia. Da tempo ho un’idea: sfatare il tabù che le politiche di sicurezza siano par excellence di destra». Non è un caso che il ministro, dopo aver ottenuto a Bruxelles il sostegno del suo pacchetto-sicurezza dal Commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos, abbia incontrato, in segreto la giornalista Milena Gabanelli. E ne abbia approvato il progetto che toglie il business dei centri accoglienza ai privati, centralizzandolo nelle mani dello Stato; e che allestisce caserme dismesse e relais sequestrati alla camorra come «hub» dell’immigrazione, con i costi coperti dalla Ue.

Minniti, sulla conoscenza del Medio Oriente, delle dinamiche del terrorismo e dell’intelligence ha scavalcato la destra da sinistra. Minniti è intriso di senso dello Stato. Lo è da sempre, dai primi passi sul palcoscenico della politica nazionale tra i Lothar, i servant calvi di D’Alema -Latorre, Velardi, Rondolino e lo stesso Minniti- all’esperienza con Veltroni e con tutti gli altri che passano mentre lui rimane. Come dirigente degli 007 ha svecchiato l’immagine delle nostre spie, declassato gli atti coperti da segreto e assunto trenta giovani selezionati dalle università su settemila curriculum. I suoi detrattori insinuano che talora utilizzi le immense entrature e la Icsa, il think tank internazionale sulla sicurezza fondato con Francesco Cossiga, per far partire inchieste dimostrative nei confronti degli avversari esterni o degli avversari interni che alzino troppo la cresta. Anzi, gli stessi detrattori lo indicano come «il Cossiga del 2000», pensando di percularlo. Ma non hanno la minima idea del bulldozer che potrebbe investirli. In questo il ministro di destra Minniti è un comunista antico...

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • Bolinastretta

    14 Febbraio 2017 - 16:04

    per ora tante belle parole in stile PD Renziano, che poi puntualmente ha disatteso, ... attendiamo i fatti prima di valutare l'Uomo e, se d'uomo trattasi ...e non una mezza minchietta come il suo predecessore!!!

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    • cane sciolto

      14 Febbraio 2017 - 22:10

      Come non condividere.

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  • lupoclauss

    14 Febbraio 2017 - 11:11

    Avendo avuto Alfano quale predecessore non sarà difficile fare meglio.

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  • Italia_Libera

    14 Febbraio 2017 - 11:11

    Strano!!! Un ministro "PD" che pontifica una gestione dei clandestini,a scusate li devo chiamare come dice il governo komunista "migranti economici" cioè africani che senza scrupoli ti ammazzano per un smartphones,che sono pronti a spacciare,che sono pronti a stuprare,che sono pronti a fare barricate se non gli viene concesso internet! Ma al paese loro tutte queste dimostranze non le fanno?

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    • cane sciolto

      14 Febbraio 2017 - 22:10

      wall, hai centrato il problema, ossia questi nei loro paesi non fiatano! purtroppo abbiamo parecchi traditori in Italia che già prima che arrivano sono statti addestrati dalle varie cooperative, befane che gli danno i pizzini di cosa dire cosa fare, Caritas, Croce Rossa, Coop, ecc, ecc, basta vedere quando gli Svizzeri li perquisirono ed uscirono i pizzini! io sono come San Tommaso voglio vedere

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