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Sestino Giacomoni, il più stretto collaboratore di Silvio Berlusconi rompe il silenzio: "Il suo vero piano per vincere le elezioni"

28 Marzo 2017

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Silvio Berlusconi

Tutti gli italiani lo hanno visto, pochi sanno chi sia. Da dodici anni Sestino Giacomoni è l’uomo col vestito impeccabile che sta sempre un passo accanto a Silvio Berlusconi. È membro dell’ufficio di presidenza di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Finanze e assieme a Valentino Valentini costituisce il tandem dei collaboratori più stretti e fidati del Cavaliere. La scuola è quella di Gianni Letta: discrezione, tanto lavoro, mai una parola o un capello fuori posto. Rompe il silenzio oggi, giorno del suo cinquantesimo compleanno e dell’anniversario della prima vittoria di Forza Italia.

Giacomoni, quando la sua strada si è incrociata con quella di Berlusconi?
«Nel 2005. Stava per iniziare la campagna elettorale e il presidente mi convocò a palazzo Grazioli, per la prima volta a quattr’occhi. Mi disse che tutti gli avevano parlato bene di me: Letta, Marinella, Valentino. Aveva saputo che intendevo lasciare l’attività politica per riprendere a tempo pieno la libera professione. Mi invitò a ripensarci, proponendomi di fare il capo della segreteria tecnica a palazzo Chigi, nonché il suo assistente. Non me lo aspettavo. Chiesi un giorno per pensarci e parlarne con mia moglie».

Difficile dire no a Berlusconi.
«Infatti. Era un grande onore. Il giorno seguente gli dissi che accettavo con entusiasmo. Da allora sono a palazzo Grazioli come uno di famiglia».

Cosa aveva fatto sino a quel momento?
«Mi ero laureato con lode in Scienze politiche alla Luiss, facevo il consulente finanziario, a 23 anni ero stato eletto consigliere comunale e avevo cominciato a collaborare in università con il mio relatore, il professor Roberto Pessi. Fu proprio lui a parlarmi, alla fine del 1993, del nuovo movimento liberale che stava nascendo intorno a un imprenditore del Nord. Inviai il mio curriculum e da lì a poco, nel 1994, mi ritrovai a partecipare, da volontario, al Centro Studi di Forza Italia, coordinato da Paolo Del Debbio. Nel 1996 il professor Antonio Marzano, responsabile economico di FI, mi scelse prima come suo assistente parlamentare e poi come capo della segreteria tecnica, quando nel 2001 divenne ministro delle Attività Produttive».

Oggi lei è segretario della Conferenza dei coordinatori regionali di Forza Italia, ma svolge anche un ruolo di consigliere di Berlusconi. In parole semplici, cosa fa?
«Fra gli incarichi che Berlusconi mi ha dato c’è quello di tenere i contatti con i coordinatori regionali, che sono l’ossatura di Forza Italia e rispondono direttamente a lui. Da un lato quindi, attraverso loro, ho un quadro aggiornato della situazione sul territorio, che rappresento al presidente; dall’altro lavoro per aiutare il nostro movimento nelle varie regioni».

Questo per il partito. Poi c’è il lavoro per Berlusconi.
«Il presidente si attende dal suo staff una collaborazione a 360 gradi. È abituato ad ascoltare con grande disponibilità i suggerimenti delle persone di cui di fida. Alla fine è lui che fa una sintesi e decide, ma ci fa sempre partecipi delle sue ragioni. Anche per questo lavorare insieme a lui è un’esperienza unica».

Stare accanto a Berlusconi è un lavoro a tempo pieno. Lei è sposato, ha due figlie. Come ci riesce?
«Questo dovrebbe chiederlo a mia moglie. Consideri che Berlusconi, appena uscito dall’intervento dell’estate scorsa, ha ripreso a lavorare con dei ritmi e un’energia che sono sfiancanti anche per chi ha trent'anni meno di lui…».

Solidarietà. Lei è un politico anomalo: tanto lavoro dietro le quinte, la polemica e i tweet non la interessano. Quanta importanza ha avuto lavorare questi anni accanto a Gianni Letta?
«Gianni Letta è un maestro di stile, di intelligenza politica e di equilibrio. E io sono convinto che gli italiani si aspettino politici seri, che lavorano per mantenere gli impegni. Il resto è ciò che proprio Berlusconi definì “il teatrino della politica”. Lui ci ha insegnato a starne alla larga. Il futuro della politica non può essere in un tweet, ma nel lavoro quotidiano».

Quanto peso ha oggi Letta nelle decisioni di Berlusconi?
«Il rapporto fra loro è per definizione indissolubile. E Berlusconi chiede a Letta la sua opinione su ogni decisione importante».

Il giorno più brutto per voi è stato il 7 giugno, quando Berlusconi fu ricoverato. Da allora lei e Valentini avete assunto un ruolo diverso. Sarebbe successo comunque?
«In quella giornata le nostre preoccupazioni erano ben altre che gli assetti organizzativi di Forza Italia. Premesso questo, non credo ci sia un nesso fra le due cose. Il presidente ha semplicemente sentito la necessità di rendere più snella la sua struttura, ricostituendo il tandem che lo aveva seguito negli anni di palazzo Chigi».

Il Cavaliere sembra l’unico a credere nella possibilità di una vittoria del centrodestra. Salvini è tentato di correre da solo.
«Spero proprio che il nostro presidente non sia l’unico a credere nella vittoria. Per ottenerla dobbiamo essere uniti e io do per scontato che accada. Qualunque partito del centrodestra che decidesse di correre da solo si condannerebbe all’irrilevanza. È il motivo per cui stiamo lavorando a quello che sarà il vero collante della coalizione: un programma elettorale nuovo e concreto».

È quello che dicono tutti, sempre. Cosa c’è di diverso stavolta?
«La prima stesura del programma l’abbiamo scritta attraverso quattro focus group a cui hanno partecipato trecento italiani aventi diritto al voto che non avevano votato nelle ultime due elezioni e che avevano manifestato l’intenzione di non votare nemmeno alle prossime. Alla fine, nell’ultimo focus group, la bozza di programma derivata dalle loro proposte e dai suggerimenti del presidente è stata votata da 92 presenti su cento».

C’è posto per Alfano? Per altri centristi?
«Per vincere dobbiamo allargarci il più possibile, ma verso gli elettori. Non dobbiamo riprenderci i professionisti della politica, ma elaborare proposte che convincano a votare quegli italiani che oggi pensano che sia inutile. Credo che molti di loro siano liberali e moderati, come noi».

E con quali proposte pensate di convincerli?
«Individuando temi ed interessi concreti. E proponendo per ogni tema tre cose da fare. Per esempio, per quanto riguarda la pressione fiscale, diciamo: niente tasse sulla casa, niente tasse sulla prima auto, niente imposta di successione».

Vi crederanno?
«Siamo credibili perché lo abbiamo già fatto. Il nostro traguardo è la flat tax, un’aliquota unica intorno al 20% per tutti i redditi».

Per arrivare al 40% e guadagnare il premio di maggioranza è indispensabile che Forza Italia ottenga almeno il 20%. Oggi i sondaggi vi danno attorno al 12%. Otto punti sono tantissimi: come credete di recuperarli?
«I sondaggi in cui crediamo ci danno al 14%. Ma abbiamo due armi: il nostro programma e Berlusconi, con la sua storia di governo - trentasei riforme importanti senza aver messo mai le mani nelle tasche degli italiani - e con la sua capacità di spiegare le nostre proposte. In passato, grazie a lui, abbiamo recuperato ben più dei 5-6 punti che ci servono oggi».

La Corte di Strasburgo potrebbe non riconoscergli il diritto a candidarsi.
«Sarebbe la più alta delle ingiustizie. La Corte ha il dovere morale, anche se non giuridico, di pronunciarsi in tempo utile perché gli italiani di centrodestra possano votare per il loro leader. Se poi questo non accadesse, Berlusconi ha già assicurato che sarà comunque in campo alla testa di Forza Italia, con tutto il suo impegno, anche senza candidarsi».

Quando sarà affrontato il tema della successione a Berlusconi? Perché non volete lasciare gli elettori liberi di scegliere il leader della coalizione?
«Berlusconi c’è e ci sarà nel futuro. Per governare servono buon senso, equilibrio, capacità, esperienza e rapporti internazionali: chi può vantare queste doti alla pari di lui? Le primarie non regolamentate per legge sono uno strumento di corruzione e di malcostume, come dimostrano le esperienze del Pd. Forza Italia ha appena presentato una proposta di legge elettorale, che contempla primarie vere: “Il capo della coalizione è quello della forza politica che ottiene il maggior numero di voti alle elezioni”».

Lei ha rotto il silenzio dopo tanti anni di riservatezza. Le chiederanno altre interviste, c’è chi vorrà invitarla in televisione. Che farà?
«Ho il massimo rispetto per il lavoro dei giornalisti e per l’impegno dei colleghi che vanno in televisione, ma sinceramente mi piace di più lavorare che parlare. Credo di essere più utile così».

di Fausto Carioti

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Commenti all'articolo

  • dom67

    28 Marzo 2017 - 19:07

    Finché ci sarà Berlusconi, il centrodestra è destinato a far confluire i propri eletti in accordi con la sinistra. Forse Berlusconi é più comunista del partito democratico, ha fatto approvare le nozze gay, si accinge a votare l'eutanasia, la liberalizzazione delle droghe. Traditore della patria e degli italiani, venduto.

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