Cerca

Un retroscena esplosivo

Marco Minniti, il ministro di ferro più amato dagli italiani: per questo alle prossime elezioni...

5 Aprile 2017

2
Marco Minniti

«Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue». Con questa frase e con una stretta di mano, i capi tribù libici hanno dato la loro parola al ministro dell’Interno congedandosi da lui dopo una maratona top secret di 72 ore tenutasi al Viminale venerdì scorso. E Marco Minniti, salutandoli uno ad uno, ha replicato: «Io sono calabrese, ed anche per me, e per la regione da cui provengo, conta il sangue».

È tutto qui, in questo botta e risposta quasi da incontro tra uomini d’onore, il profilo caratteriale del titolare del Viminale, il quale, a meno di tre mesi dalla sua nomina, ha firmato un accordo di pace tra le tribù del sud della Libia, con dodici punti di intesa riguardanti il contrasto ai traffici di esseri umani e con l’obiettivo di bloccare l’incessante flusso via mare di migranti nel nostro Paese. Una pace strategica, importante, per poter stabilizzare il micidiale scacchiere mediterraneo e restituire orgoglio e centralità all’Italia agli occhi indifferenti e insofferenti dell’Unione Europea.

Nessuno prima di lui ci era riuscito, tantomeno Angelino Alfano che quella poltrona l’ha occupata per sei anni, escludendo Silvio Berlusconi, l’unico che grazie ai suoi rapporti personali con l’allora presidente Gheddafi, aveva stretto con lui su questo tema un patto di ferro. Ma un’unità di intenti con ben 60 tribú libiche in guerra tra loro, divise nelle alleanze con i due governi locali, era apparsa a tutti una ridicola chimera. Invece Marco Minniti l’ha trasformata in realtà in poche settimane, dopo che a gennaio, recandosi personalmente dal presidente Al Sarraj, aveva trovato l’accordo con i governi di Tobruk e Tripoli, aveva riaperto l’ambasciata italiana e preparato l’incontro romano fissato con i capi dei clan nell’ultimo giorno di marzo.

Appena nominato infatti, il ministro ha fiutato subito che il fronte caldo dell’immigrazione sarebbe stata l’occasione della sua vita per riuscire dove gli altri avevano fallito, senza perdere di vista il terrorismo jihadista, e catturando, pochi giorni dopo il suo insediamento, l’attentatore di Berlino Anis Amri, neutralizzato a Sesto San Giovanni. Chi lo conosce bene descrive l’ex golden boy di Massimo D’Alema come studioso e pragmatico, abituato ad andare diritto alla soluzione del problema, forte della sua lunga esperienza politica e dei suoi rapporti con i servizi, con i quali ha cominciato a lavorare vent’anni fa senza più smettere. Il ministro conosce personalmente i vertici e i funzionari di tutti gli organi, e negli anni ha sminato molte rivalità tra i corpi dello Stato in contrasto tra loro. Questa sua abilità diplomatica, discreta e mai esibita, lo ha favorito nella sua ascesa silenziosa nell’ombra e fatto identificare come l’uomo forte dei servizi, mentre oggi risulta l’unico ministro che detta l’agenda e che produce risultati, rivelandosi nei sondaggi il più amato del governo Gentiloni, con una preferenza superiore a quella del premier in carica.

Il suo vero nome è Domenico, come lo chiamano solo i suoi familiari, ma il suo soprannome è Lothar, come l’assistente calvo di Mandrake, e come lui non ama le luci della ribalta, non va in televisione, non rilascia quasi mai interviste, non è iscritto sui social, non è su Twitter né Facebook, e non è nemmeno intervenuto pubblicamente nel conflitto politico del Pd, il suo partito diviso e lacerato, non amando le cordate, ma chiedendo ai suoi colleghi solo «un supplemento di profondità», dichiarando: «Anche il dramma deve essere solenne».

Il «signore delle spie» da giovane avrebbe voluto fare il pilota militare, tanto che nel suo ufficio al Viminale espone le foto dei suoi quattro cani, piccole statue di pulcinella, e un’infinità di modellini di aeroplani e jet da combattimento, e siccome i suoi genitori gli impedirono di iscriversi alla accademia, lui, per ribellione nei loro confronti, scelse filosofia, perché il padre la considerava la cosa più inutile del mondo. Minniti tuttora ha mantenuto lo spirito giovanile e scapigliato di quegli anni, anche nel suo look esibito, attillato e modaiolo, una volta esclusivamente firmato Dolce&Gabbana, ed oggi, pur avendo perso del tutto la chioma della gioventù, non ha perduto il suo carattere positivo e spiritoso che contrasta con la sua immagine pubblica, oltre al formidabile repertorio di ironie e barzellette sul mondo comunista nel quale è cresciuto.

Schivo e riservato sul lavoro, il duro Marco al Viminale tiene aperti molti tavoli: dialoga con le Regioni e i Comuni per definire i termini dell’accoglienza, prepara pacchetti per la sicurezza urbana a prova di bomba, come nell’ultimo G20 a Roma dove non è scoppiato nemmeno un palloncino, e conduce sotto traccia il dialogo per un patto con le comunità islamiche.

Lui non è un semplice ministro, ma una figura che ricorda quella, mai vista in Italia, del consigliere per la sicurezza nazionale che affianca il presidente Usa alla Casa Bianca, con un ruolo sottinteso di agente speciale, con licenza di sconfinare in altri ministeri in virtù di quella che è denominata Back diplomacy. In comune con Renzi Minniti ha solo l’adolescenza negli scout, essendo il primo molto comunicativo e istintivo e riservatissimo e razionale il secondo, e comunque i vent’anni di differenza tra loro non inficiano la forte amicizia e fiducia reciproca.

Con il suo passo felpato e la sua concretezza il titolare dell’Interno si sta imponendo come un vero leader, molto di più dei tanti mediatici che occupano quotidianamente le prime pagine dei giornali, e se molti lo definiscono solo un uomo di partito, sottovalutano il forte consenso popolare che si sta accentrando su di lui e che lo sta collocando sul podio come l’unico «uomo forte» del governo, senza avere correnti alle spalle né truppe parlamentari, mentre guida la macchina dello Stato che tiene le redini della sicurezza e soprattutto organizza le elezioni politiche. Non sarà una sorpresa quindi se al prossimo appuntamento elettorale Domenico Minniti, detto Marco, con la solitudine e la durezza delle sue origini calabresi, sorgerà dalle urne come l’unico candidato nazionale considerato centrale, un uomo né di destra né di sinistra, e in grado di guidare tutte le tribù litigiose dei partiti e dei movimenti politici italiani che si agitano sulla scena, con un solo e patriottico intento: quello dell’unico servitore dello Stato in grado di governare e far ripartire finalmente la nostra povera Italia.

di Melania Rizzoli

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • giogio3

    07 Aprile 2017 - 12:12

    sicuramente ha una bella intelligenza unita ad una calabresità sana,fatta ,cioè,di pragmatismo,priva di fronzoli e diretta

    Report

    Rispondi

  • Waddie

    05 Aprile 2017 - 14:02

    La differenza tra Minniti e il suo predecessore è abissale. Questo può aver giocato a favore di Minniti. Alcuni suoi interventi, anche se non determinanti, sono stati significativi di serietà e determinazione. Ecco perchè, pur non apparendo mediaticamente, ha avuto subito il rispetto anche degli avversari al suo colore politico.

    Report

    Rispondi

media