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Rosari ideologici

Il conclave del Pd come nel "Nome delle rosa": Zingaretti va in ritiro ma non si ritira

15 Gennaio 2020

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Padre Zinga al conclave

Vengo dopo il Pd

San Pastore a Contigliano, nel reatino, è una splendida abbazia cistercense del 1200 con vista sul Terminillo. In questi giorni ospita il conclave laico meno splendido della storia del centrosinistra. Il Pd, in attesa dell’ennesima “ripartenza”, riunito con ministri, parlamentari, amministratori qui ricorda un po’ il refettorio delle spartizioni del Todo Modo di Sciascia; e, soprattutto, le caligini romanzesche del Nome della Rosa. Come nel libro di Eco, infatti, la trama s’intreccia coi rosari ideologici sgranati nell’arco di due mattini; e nel chiostro, tra i sussurri, s’ergono monaci fedeli, un Priore confuso, i cadaveri ammonticchiati delle ideologie, l’ombra di un assassino (Salvini) e quella di un inquisitore esterno abilissimo (Renzi) nel rompere i coglioni a tutti.
Riunirsi attorno alla mensa di resort di Contigliano per spezzare il pane del dialogo; e rendere grazie al governo che si piega come un giunco biblico ma non si spezza, e farlo proprio mentre il tuo diretto avversario Salvini ingolfa le piazze, i paeselli gremiti di popolo e le sagre della salsiccia; bè, questa è stata la prima idea venuta al Priore Nicola Zingaretti. Dopo la sofferta legge di bilancio e prima delle soffertissime Regionali d’Emilia, Padre Nicola ha immerso il partito nell’acquasantiera del dialogo, sopendo i malumori dei monaci che avevano subìto come penitenza l’alleanza e le leggi su misura dei 5 Stelle. Padre Zinga ha convocato cinque tavoli di discussione: crescita, Lavoro e Sostenibilità, nuovo Welfare, Italia semplice, Conoscenza, Cittadinanza. Quest’ultimo è il tavolo più pregnante: include il superamento dei decreti sicurezza e il rilancio con forza dello “ius culturae” versione rimaneggiata dello Ius Soli che faceva tanto incazzare anche parte degli elettori a sinistra ma detto così è una roba più sacrale. In abbazia si discetta pure, tra una preghiera e l’altra, di cuneo fiscale e di legge elettorale maggioritaria la quale, se introdotta via referendum, consentirebbe a Salvini col 45% dei voti di prendersi il 66% dei seggi, e ciò non è buono e giusto; e, ciononostante, l’introduttore della liturgia Franceschini chiede “spazio per una nuova vocazione maggioritaria del partito” e spinge per una proposta di legge con sbarramento al 5%. E, ha ragione Lucia Annuziata "Don Dario Franceschini non vedeva l’ora di sposare Pd e M5S in chiave antiSalvini”; e, infatti, si è lasciato andare ad una predica vibrata con frasi del tipo: “Dobbiamo farli venire di qua, i 5 Stelle, provare ad allargare il campo di chi condivide certi valori. Non ci si può fermare perché dicono no a un’alleanza, perché non capiscono, bisogna andare avanti anche quando riceviamo dei no”. Urge evangelizzare Di Maio. 
Ma tra gli inginocchiatoi, si rannicchia l’ombra di Salvini, il diavolo, il cui odor di zolfo si spande dalla sacrestia. La liturgia del Pd ha ritmi lenti. Parla il sociologo Ilvo Diamanti “sugli scenari socio-economico” dell’Italia 2000. E spunta il ministro Boccia con la riforma dell’autonomia regionale differenziata mai tirata fuori dalla tasca; ed ecco Matteo Orfini che vuole una rivoluzione profonda senza “fuffa”; e appare Deborah Serracchiani davanti a un camino in collegamento con i talk; e c’è Delrio l’unico a girare in cardigan. Mentre Valeria Fedeli, in collegamento su Radio1 a  Un giorno da pecora  confessa: "Non c'è riscaldamento, è una cosa francescana. Vuol dire che dobbiamo conservarci per rilanciarci”. E Padre Zinga li osserva tutti e benedice, “Penitenziagite, penitenziagite!”: ed  evoca “l’unità ritrovata del Pd”, però convinto in cuor suo di non accollarsi la tenuta di un governo che non l’entusiasma. Così preannuncerà il cambio di nome al partito – “I Democratici”, originalissimo-; e si butterà in un’apertura “ a sinistra” che include i sindacati, Leu e le sardine già ammantate di luce divina da Dacia Maraini. Richiama la “piattaforma Corbyn” che tanto fa rabbuiare Renzi. Afferma, il Priore, di voler cambiare tutto; e qui, in uno strano fenomeno dissociativo, lo sostengono anche i monaci che egli vorrebbe far fuori. Finisce che il Pd, insomma, va in ritiro ma non si ritira. E a me viene in mente che tutte le volte che la sinistra ha scelto un convento come lavacro penitenziale  per l’ennesima “svolta” (da Prodi a Letta a Bersani) più che dallo Spirito Santo, dopo, è stata toccata dalla sfiga… 

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