Mario Draghi bis: dopo Mattarella, tocca al premier. Tra Palazzo Chigi e il Parlamento, chi lo vuole blindare

Fausto Carioti

Non si capiscono le cause del terremoto che sta mandando in pezzi alleanze e partiti se non si vede il traguardo verso il quale molti stanno correndo: la creazione di un governo "Draghi 2". Non adesso, perché un rimpasto rischia di far venire giù tutto, legislatura compresa. Ma subito dopo le elezioni che si terranno nella primavera del 2023. Non c'è forse un Piano nazionale di ripresa da portare a termine nel 2026? E chi meglio di Mario Draghi - ragionano i draghiani di ogni colore - garantirebbe il rispetto del contratto che abbiamo firmato con l'Europa? Tanti lo pensano in privato, alcuni lo affermano in pubblico. Nei giorni scorsi il forzista Renato Brunetta ha lanciato «la squadra vincente Mattarella-Draghi in vista del 2023 e oltre», dove la parola chiave è quell'avverbio alla fine. Una posizione autonoma del ministro per la Pubblica amministrazione, che però è tacitamente condivisa da parecchi forzisti e ha ricordato una frase detta a novembre da Silvio Berlusconi: «Siamo convinti che il lavoro del governo Draghi debba andare avanti fino al 2023 e anche oltre».

 

 

 

 

 

 

Spinge in questa direzione la variegata pattugliona centrista. Divisi su tante cose, Matteo Renzi, i tre leader di Coraggio Italia (Giovanni Toti, Gaetano Quagliariello e Luigi Brugnaro), molti degli ex renziani del Pd (Andrea Marcucci, Dario Stefano, Valeria Fedeli...) e Carlo Calenda si riconoscono almeno nel programma «Draghi forever», minimo comun denominatore delle loro speranze. Nemmeno i leghisti sembrano escludere un simile sbocco. Quando dicono ai Fratelli d'Italia cose tipo «noi possiamo governare senza di voi e lo stiamo facendo, voi non potere governare senza di noi», fanno capire che la soluzione attuale potrebbe essere replicabile dopo il voto. A maggior ragione se Lega e Fdi si presentassero separati agli elettori. Quanto a Enrico Letta, non arriva al punto di candidare Draghi premier, come alcuni del Pd gli consigliano di fare (anche perché il concupito difficilmente accetterebbe). «È chiaro che la prima scelta di Letta per palazzo Chigi è Letta stesso», dicono al Nazareno. Ma siccome solo un miracolo potrebbe dargli i numeri per ," ambire a tanto, la conferma dell'ex presidente della Bce sarebbe un compromesso più che onorevole, e di certo Sergio Mattarella gradirebbe. Discorso opposto per Giuseppe Conte. Il suo tentativo di far eleggere Elisabetta Belloni al Quirinale avrebbe avuto l'effetto di far dimettere Draghi dalla guida del governo; se Luigi Di Maio ha contribuito a sventare la manovra, è anche perché punta a far nascere, dopo le elezioni, un altro esecutivo guidato dal banchiere romano. Preferirebbe farlo come leader dei Cinque Stelle, ma lo farebbe comunque a capo di una formazione scissionista, se a vincere il duello interno sarà Conte. Le probabilità di confermare Draghi a palazzo Chigi aumenterebbero di molto qualora si andasse a votare con una legge di tipo proporzionale, fatta cioè per produrre un parlamento "fotocopia" delle divisioni tra gli elettori: perfetta per distruggere ciò che resta delle coalizioni e garantire che nessuno vinca.

 

 

 

 

 

«Fisiologia vorrebbe», dice Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del Pd, «che si tornasse all'alternanza, con programmi alternativi che facciano tesoro della grande coalizione di Draghi. E ovviamente la mia speranza è che il Pd riesca ad essere più credibile». In atto, però, c'è un disegno diverso: «Congegnare un sistema per non far vincere nessuno e ritornare ad una grande coalizione, magari chiamando in servizio Draghi, invece che "draghizzare" il Pd, non mi pare uno scenario auspicabile e nemmeno realistico», avverte il professore pisano. Peraltro, come dimostra questa legislatura, anche con la legge elettorale attuale, che non garantisce affatto la vittoria di una coalizione, all'indomani del voto potrebbe rendersi necessario un governo di larghe intese, da affidare a un premier "terzo", e nessuno sarebbe più indicato di quello che già ora sta lì. Resta da capire per quale motivo Draghi dovrebbe accettare. Qui occorre provare a entrare negli arcani imperii e nella testa di Mattarella. Il quale è pronto a restare altri sette anni sul Colle, ma sarebbe comunque libero di dimettersi prima, qualora lo ritenesse utile al Paese. Magari quando il riconfermato presidente del consiglio avrà fatto tutti i compiti legati al Pnrr e potrà finalmente passare ad un altro incarico. Un segnale d'interesse, Draghi lo ha già dato: la sua prima visita ufficiale dopo la rielezione di Mattarella la farà domani a Genova, dove incontrerà il governatore ligure Toti, uno di quelli che più puntano su lui.