Sinistra radicale

Effetto Schlein, il Pd perde il centro. Cosa deve fare ora la Meloni

Fausto Carioti

Nel caso qualcuno avesse avuto ancora dubbi, la piazza di Firenze li ha tolti. Il Pd di Elly Schlein è un partito di sinistra radicale che per dare un senso al proprio estremismo deve raccontare a se stesso e al Paese di vivere in un’Italia distopica popolata da fascisti: i partigiani contro le camicie nere. Dal vecchio Pci ha ereditato, assieme alle parole d’ordine resistenziali, la demonizzazione costante degli avversari.

È chiaro pure che quando la nuova segretaria dei democratici mette in cima al programma la «difesa della Costituzione» non si riferisce solo ai princìpi, ma a tutto il testo del 1948 (già modificato più volte, peraltro), inclusa l’architettura istituzionale. Lo ha scritto lei stessa, nella mozione con cui ha vinto la corsa contro Stefano Bonaccini: «La destra pensa di affrontare la crisi della democrazia con la scorciatoia del presidenzialismo. È un disegno che dobbiamo contrastare». Col suo arrivo alla guida del Pd, quindi, le probabilità di una riforma costituzionale condivisa sono scese a zero.

 

 

In coerenza con questo programma e questi valori “intransigenti”, la Schlein ieri ha ufficializzato che intende allearsi con i Cinque Stelle e la sinistra ecologista di Bonelli & Fratoianni e vuole ricostruire quel rapporto privilegiato che i post-comunisti avevano con la Cgil. Tutto ciò non riguarda solo la nuova “cosa rossa” (e gialla e verde) che si va coagulando all’opposizione. Perché il ricollocamento del Pd come nuovo Pds, partito di sinistra-sinistra, apre uno spazio imprevisto al centro, lasciando senza rappresentanza elettori che appartengono ad un’area moderata e liberale e che riuscivano a digerire il post-democristianesimo di Enrico Letta, ma non possono riconoscersi nel Paese statalista, eco-fondamentalista e multigender che la Schelin vuole costruire. Italiani ai quali qualcun altro, da qui alle Europee del prossimo anno, dovrà quindi dare voce.

Carlo Calenda e Matteo Renzi starebbero lì per questo, e infatti hanno esultato per il risultato delle primarie del Pd. Ma sul successo della loro avventura politica è lecito dubitare: il terzo polo è uscito male dalle regionali in Lombardia e Lazio, e il rapporto personale tra i due (che non è tutto, ma qualcosa conta) non quaglia.
Anche altri, quindi, farebbero bene a proporsi. Forza Italia potrebbe provarci, ma la sua parabola è legata a quella del suo fondatore. La Lega appartiene al gruppo europeo dei sovranisti e non pare in grado di intercettare quegli elettori, se non in minima parte. Resta Fdi. Giorgia Meloni ha fatto tanta strada in poco tempo, trasformando il suo partito in una forza conservatrice e pienamente “atlantica”, determinata ad entrare nella sala di comando di Bruxelles per cambiare la Ue da lì dentro.

 

 

La presidente del consiglio, da ciò che ha fatto capire, punta a realizzare in Italia un sistema bipolare nel quale Fdi rappresenta conservatori e moderati. Se questa situazione si fosse presentata tra qualche anno, la candidata naturale ad occupare quello spazio sarebbe stata probabilmente lei. Ora il suo partito non appare pronto per un passo simile, ma nella stazione della politica i treni raramente arrivano all’orario che si desidera. Di certo, quei voti da qualche parte dovranno andare, e l’arrocco a sinistra della Schlein avrà conseguenze a cascata su tutti i partiti. Tutti i leader, quindi, farebbero bene a ripensare le mosse con cui intendevano affrontare la legislatura.