Lo scontro

Maurizio Zanfanti fa impazzire la sinistra: "Niente strada al playboy"

Giordano Tedoldi

Incredibile, nel 2023 il playboy fa ancora paura. E ancora più incredibile è che per playboy intendiamo la sua versione meno rapace (niente a che fare con un avventuriero spregiudicato come Casanova o con la leggenda diabolica di Don Giovanni), il vitellone della riviera romagnola, il bon vivant di Miramare che fu il compianto “Zanza”, Maurizio Zanfanti, caduto in azione alla prematura età di 63 anni, il 26 settembre 2018, poco dopo aver fatto l’amore con una ragazza di 23 anni. Lui, nei suoi ultimi istanti di vita, sentendo arrivare il colpo fatale, le chiese di tenergli la mano, dopo che la ragazza, sconvolta dall’improvviso malore dell’uomo, aveva avvisato il 118.

L’INIZIATIVA
Di questo personaggio, che a Rimini godeva di una certa fama ed era generalmente benvoluto, e che non risulta abbia mai espresso alcuna forma, come si dice oggi, di mascolinità tossica, o di patriarcale protervia, si torna oggi a parlare e a discutere perché la madre, la signora Teresa Succi, titolare di una storica pescheria riminese che gestiva da 57 anni, e che ora ha chiuso perché senza più il marito né Maurizio ad aiutarla, non ce la fa più, ha chiesto che il comune dedichi una strada, o una rotonda, al figlio, l’ultimo dei playboy. Sappiamo bene che le polemiche attorno alle dediche di strade o piazze o perfino vicoletti o sentierini irraggiungibili in parchi remoti sono un genere prediletto di chi non ha di meglio da fare, e anche stavolta non sorprende che qualcuno si sia indignato di fronte a tale proposta, come il presidente di Arcigay Rimini, Marco Tonti, che ha dichiarato: «Niente contro la persona, ma è un tipo di mito dal quale Rimini deve distaccarsi. Specie oggi che è in corsa come Capitale della Cultura 2026. In quegli anni lo sciupafemmine ci poteva stare, ma non è cosa da prendere ad esempio come modello oggi. Non servono epigoni di Zanza».

Leggiamo sul Resto del Carlino che anche un esperto della storia turistica riminese, come Ferruccio Farina, non è proprio favorevole a una ipotetica “via Maurizio Zanfanti”, e afferma: «prima Rimini scopra la sua storia più antica, e anzitutto torni a volare alto e a valorizzare i suoi tesori», non senza citare i riminesi illustri che la toponomastica ha colpevolmente ignorato. Ma il Zanza creò non pochi dissapori anche al momento della sua dipartita, quando fu addirittura il parroco della chiesa di Regina Pacis – dove il playboy aveva fatto la comunione e pure la cresima- a mostrarsi atterrito dal clamore mediatico, come disse, suscitato dal personaggio, e dunque a rifiutare la richiesta di esequie da parte della famiglia.

Arcigay, chiesa cattolica, storico del turismo: ognuno, a suo modo, infastidito, spaventato, imbarazzato dall’innocuo Maurizio Zanfanti, al punto che il parroco si chiuse addirittura in un blindato silenzio stampa. Ora, d’accordo, non che fosse morto un sant’uomo, ma nemmeno un cinico, spietato seduttore o avventuriero come quelli, veri e immaginari, che abbiamo citato all’inizio. Non solo la famiglia, com’è naturale, ma anche le testimonianze degli amici e conoscenti, o semplicemente di chi non poteva non incrociarlo nelle notti riminesi, lo descrivono come un personaggio gentile, amabile, simpatico, garbato. Non si trovano, nelle cronache, tracce di eccessi di nessun tipo, di trasgressioni particolari: negli ultimi anni, pervivere, gestiva un baretto chiamato il Brigantino. Certo, era un playboy romagnolo, e quindi non si faceva pregare per confessare, ai giornalisti che gliene chiedevano conto (anche al quotidiano tedesco Bild, che gli aveva dedicato una pagina) le migliaia di conquiste, circa duecento a stagione, e gli aneddoti come il reportage sul campo della giornalista francese che, dopo l’amore, riferisce tutti i dettagli agli avidi lettori.

FINO ALLA MORTE
Ora, cari amici di Arcigay, parroci imbarazzati e difensori della storia di Rimini, ma vi pare che questo sarebbe un “mito” da cui “distaccarsi”? La parola “sciupafemmine” è, non da oggi, un puro anacronismo; il rischio che torni a indicare un essere vivente in carne ossa è assolutamente nullo. L’eventuale intestazione di una via (o quel che sarà) non è allo “sciupafemmine”, al “mito” del seduttore compulsivo, figure che ormai suscitano più pietà che ammirazione (e per buone ragioni), ma a un uomo che amava le donne, con un’ingenuità e un abbandono che gli sono costati la vita.