Inchiesta sull'Anas

Serracchiani e Bonelli usano Verdini per colpire Salvini

Fausto Carioti

Cosa c’entra il parlamento con un’inchiesta giudiziaria appena iniziata, che per di più non vede indagato nessun parlamentare e nessun esponente di governo? In un Paese con un’opposizione normale, zero. Per quei due motivi, innanzitutto. C’è la presunzione d’innocenza scolpita nella Costituzione: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». E nell’inchiesta sulla presunta corruzione degli appalti Anas le condanne definitive, se mai ci saranno, sono ben lontane: siamo ancora alle misure cautelari, tutto deve iniziare, non si sa chi andrà a giudizio e chino, figuriamoci il resto.

Quanto alle intercettazioni ritagliate e commentate ad hoc, prima dalle procure e poi dai giornali, al momento non provano nulla. Sproloqui di personaggi che millantano conoscenze in alto e la capacità di influenzare nomine e appalti sui quali in realtà non toccano palla, per dire, se ne sono letti a faldoni. Manca la materia su cui discutere, dunque. Tanto basterebbe, ma stavolta c’è il sovrappiù dell’assenza di ogni figura istituzionale tra gli accusati dalla procura di Roma. Il leghista Federico Freni, sottosegretario all’Economia, citato nelle conversazioni di alcuni personaggi coinvolti, nemmeno è indagato.

 

 

 

LE DUE OPPOSIZIONI

Insomma, il rispetto delle garanzie individuali e della separazione dei poteri imporrebbero di aspettare il formarsi della verità processuale prima di allestire la gogna in piazza Monecitorio. Ma la sinistra italiana, quando di mezzo ci sono le procure, non ha più nulla di normale. Da almeno trent’anni ha scelto la strada del collateralismo: se un’inchiesta si può ritorcere contro gli avversari lo si fa, e pazienza se in questo modo il Pd e i suoi antenati hanno segato il ramo su cui un tempo il Pci sedeva con orgoglio, quello dell’autonomia della politica.

Si è visto pure ieri, mentre nell’aula della Camera si discuteva della manovra. Ha preso la parola il deputato dei Cinque Stelle Federico Cafiero De Raho, ex magistrato ed ex procuratore nazionale antimafia, per chiedere «che il ministro Salvini venga immediatamente e urgentemente a riferire sul sistema di consulenza e appalti pubblici banditi da Anas». La motivazione: «È gravissimo quanto sta accertando l’indagine della procura di Roma» e «bisogna che il parlamento sappia in quale misura i fatti coinvolgono Anas, per quanti e quali appalti, quale il coinvolgimento di esponenti delle istituzioni...». Il Pd, tramite Debora Serracchiani, e i rossoverdi, con Angelo Bonelli, si sono subito accodati: il M5S fa da apripista, i gregari seguono.

Notare che la procura non «accerta» nulla, ma formula ipotesi di reato: le certezze semmai arrivano dopo, con le sentenze dei giudici. E che non spetta certo a un ministro stabilire in che misura Anas e gli esponenti delle istituzioni sono coinvolti: anche questo è compito dei giudici, che ce lo diranno tra qualche anno. Peraltro, i fatti dell’inchiesta emersi sinora risalgono tutti al periodo del governo Draghi, quando Salvini nemmeno era ministro. Insomma, una richiesta strumentale, come hanno notato pure i garantisti dell’opposizione (ce ne sono ancora).

Enrico Costa, di Azione, ha denunciato «lo schema delle informative a gettone» diffuse dai giornali e il tentativo della sinistra di interessare il parlamento «su questioni che non c’entrano assolutamente niente». E Davide Faraone, di Italia viva, attacca il «M5S, che vuole perennemente trasformare il parlamento in un tribunale del popolo», e «il Pd, che naturalmente si è accodato». È questo l’unico vero motivo per cui il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è stato chiamato in aula, a rispondere di un’inchiesta che non lo riguarda e della quale nulla può sapere: quel «processo del popolo» che, in mancanza di magistrati, vogliono inscenargli Cafiero De Raho, Serracchiani e gli altri.

L’ex senatore Denis Verdini è indagato per la vicenda, suo figlio Tommaso è agli arresti domiciliari, e siccome Salvini è fidanzato con Francesca Verdini, sorella di Tommaso, metterlo sul rogo sembra facile. A maggior ragione in un periodo in cui il capo della Lega avrà il suo daffare con i tribunali veri: il 12 gennaio sarà interrogato a Palermo per il processo Open Arms, dove è accusato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio. Bene farebbe Salvini, quindi, a mantenere il proposito formulato ieri e respingere la prete sa di grillini e piddini.

 

UNA MINA SUL PONTE

L’aggressione a lui serve ad indebolire il governo, ovviamente, ma non è solo questo. L’altro bersaglio è il ponte sul lo Stretto, che sarà realizzato e gestito da una società di cui l’Anas oggi è azionista con una quota dell’82%, destinata a scendere quando il 51% passerà al ministero dell’Economia. I fondi per far partire i lavori sono stati stanziati: per il 2024 ci sono 780 milioni di euro, con i quali Salvini ha promesso di aprire i cantieri entro l’estate. Tutto è pronto, dunque. Dipingere l’Anas, che ha procedure d’appalto severissime, come società infiltrata dalla corruzione, è un pezzo del meccanismo con cui si vuole far saltare l’opera-simbolo di Salvini e del go verno.