Crisi interna

Elly Schlein, retroscena: come farà eleggere i suoi nemici interni

Elisa Calessi

La candidatura di Elly Schlein alle elezioni europee incomincia a farsi complicata. Molto. Non solo perché una parte dei suoi non vuole, chi perché vede i rischi (prendere meno voti di Giorgia Meloni), chi perché vede gli effetti negativi sulle altre candidature (Stefano Bonaccini che vorrebbe correre da capolista e tutte le donne uscenti che verrebbero penalizzate). La grande pietra d’inciampo sul cammino verso il 9 giugno è diventata, paradossalmente perché tra i due c’è un ottimo rapporto, Romano Prodi. Il fondatore dell’Ulivo e due volte premier, infatti, per due giorni di seguito ha ribadito la sua netta contrarietà. Lo ha fatto giovedì a Piazza Pulita e lo ha ripeuto ieri in Campidoglio, a margine di un convegno in ricordo di David Sassoli. Ha precisato che il suo discorso non è contro Elly Schlein, «io non stoppo nessuno».

Ma ha confermato la sua posizione rispetto all’idea di candidature-bandiera, come sarebbero quelle dei leader, da Meloni a Schlein, alle Europee. A domanda, ha spiegato che il suo è «un discorso generale» che «vale per tutti: se ci metti cinque candidature e ne scegli una vuol dire che alle altre quattro non ci vai. In alcuni casi non ci vai proprio. Questo è un vulnus per la democrazia. Se continuiamo a indebolire la democrazia in tutti i suoi aspetti, poi non ci lamentiamo se arriva la dittatura perché se risolve più problema la dittatura della democrazia, poi vince la dittatura». Parole che pesano sulla scelta che la segretaria deve fare. Anche perché si sommano alle critiche, rispetto a questa ipotesi, arrivate sia da Giuseppe Conte, che ha attaccato chi «inganna gli elettori con finte candidature» e «non rispetta il mandato ricevuto», sia da Carlo Calenda, che ha detto di condividere «le parole di Prodi contro le candidature di bandiera dei segretari di partito alle elezioni europee».

 

 

 

Prima di Prodi era stato Bonaccini, che è anche presidente del Pd, a bocciare l’ipotesi con parole insolitamente molte dure (il Pd, ha detto al Corriere della Sera, «non ha bisogno di finte candidature»). E ieri lo ha fatto Paola De Micheli, candidata come Schlein al congresso dem, in un intervento su L’Unità: la candidatura della segretaria del Pd alle prossime elezioni europee, «senza mantenere il proprio seggio a Bruxelles, sarebbe un errore», ha scritto. «Il Partito Democratico non promuove candidature fittizie in un luogo istituzionale come il Parlamento Europeo, chiamato ad essere sempre più importante. Il Pd non è una forza leaderista ma un partito plurale, che si fida della sua segretaria senza che questo implichi un nostro assoggettamento alla personalizzazione generalizzata così in voga nella politica italiana». Senza contare, ha aggiunto, la penalizzazione che questo comporterebbe per le candidate donne, dal momento che il sistema elettorale con cui si vota prevede la preferenza di genere.

Schlein, ieri, non ha risposto a Prodi. Intervenendo anche lei in Campidoglio, per il ricordo di Sassoli, si è limitata a dire che la sfida, alle Europee, è «di mobilitarci per fermare l’onda nera del nazionalismo». Una missione alta e gravosa. Per la decisione finale, per, c’è ancora tempo. Anche se i maggiorenti dem spingono perché decida. La campagna per le Europee, infatti, è complicata, le circoscrizioni sono molto grandi. Chi si candida deve muoversi per tempo. Il problema è che, se Schlein non si candida, tocca trovare capilista in grado di portare voti. Mentre gli unici nomi capaci di reggere a questa sfida, al momento, sono personalità vicine a Bonaccini. Sul tema, ieri, è intervenuto anche Andrea Orlando, ammettendo che «l’opinione di Prodi è sempre rilevante», ma «c’è anche il bisogno di motivare fortemente l’elettorato. Ora è urgente definire il senso della sfida europea e poi ragioneremo sulle liste». Ma non ha risparmiato una frecciata alla segretaria: «Io, pur essendo un sostenitore dell’alleanza, credo che nell'interesse dell’alleanza stessa il Pd debba reagire più tempestivamente alle azioni corsare di Conte».

 

 

 

Il rapporto con il M5S, infatti, è l'altro punto debole, in questo momento, della segreteria dem. Fin dalla sua elezione Schlein ha, con generosità e determinazione, fatto di tutto per recuperare il rapporto con l'alleato, gettando acqua sul fuoco di ogni polemica quotidiana, accettando sacrifici in tema di candidature pur di trovare una intesa con il M5S. Ma non sempre dall'altra parte c'è stata reciprocità. Giusto ieri Alessandra Todde, la candidata imposta da Conte per la Sardegna e che il Pd ha accettato, al prezzo di una rottura interna, ha rispedito al mittente l'invito di Renato Soru a rimettersi in gioco, facendo le primarie: «Abbiamo un campo ben definito, quello del centrosinistra, semmai gli chiedo di rientrare all’interno della coalizione». In Pimonte l’intesa è lontanissima. Così come in Basilicata e in Umbria.