Seguivo ieri la cronaca quasi in diretta di Mario Sechi della partita a scacchi fra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein e cercavo nei miei ricordi, di cui sono un po’ prigioniero, lo confesso, qualcosa che le assomigliasse. Una ricerca intensificata con la richiesta amichevole e incoraggiante del direttore di “storicizzare” lo scacco matto subìto dalla Schlein, che pensava di guadagnarsi con la partecipazione alla prossima festa nazionale della destra meloniana e il confronto diretto chiesto con la premier i gradi, diciamo così, di antagonista principale o addirittura solitaria, e si è invece procurata la conferma di un’aspirante alquanto improbabile a Palazzo Chigi.
Ho cercato e ricercato nella memoria fra le tante crisi di governo e di partiti che mi è toccato di seguire, raccontare e commentare in una sessantina d’anni di professione, e non vi ho trovato, per brevità della partita e chiarezza del risultato, qualcosa di analogo. La Meloni ha sorpassato persino il mio amico Pier Ferdinando Casini, celebrato ancora nella letteratura politica, fra interviste, chiacchierate e libri, come Piefurby, il campione cioè della furbizia, che lo ha portato a diventare il decano del Parlamento a 70 anni neppure compiuti. Li festeggerà fra pochi giorni, il 3 dicembre.
Per cui profitto dell’occasione per fargli gli auguri e ricordarlo ancora quando mi raccontava con una mimica eccezionale le riunioni di corrente della Dc in cui riusciva con una battuta, o una domanda indiscreta, a far perdere letteralmente la testa all’allora segretario del partito Flaminio Piccoli, che già era un po’ fumantino di suo per carattere. Eppure di volate, inseguimenti, sgambetti, agguati e simili ne ho visti. Nella Dc di Casini, ripeto, ma soprattutto di Fanfani, Moro, Andreotti, De Mita, Donat-Cattin. Nel Pci, pur protetto dal famoso “centralismo democratico”, e dalla relativa disciplina, di Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Alessandro Natta e Achille Occhetto, ultimo segretario. Non parliamo poi del Psi di Pietro Nenni, Giacomo Mancini, Francesco De Martino e persino Bettino Craxi, in cui le correnti furono a tratti ancora più numerose ed effervescenti, a dir poco, di quelle della Dc di tre volte più votata. Persino nel Psdi di Giuseppe Saragat, nel Pri di Ugo La Malfa e nel Pli di Giovanni Malagodi le correnti facevano avvertire i loro spifferi e far saltare la pazienza ai rispettivi leader.
Non parliamo neppure di tutti questi partiti alle prese non con qualcuna delle ricorrenti crisi interne o di governo, ma con le corse al Quirinale che finivano con l’elezione, spesso imprevista, di un Presidente della Repubblica, con tutte le maiuscole dovute, ma ricominciavano già il giorno dopo, o quasi, giusto per non far passare nella monotonia i sette anni del mandato. Arrivati al record di quattordici con Sergio Mattarella. Ma bando ai ricordi e alle chiacchiere. E vediamo con i piedi ben piantati nell’attualità l’effetto ottenuto dalla Meloni prima invitando la Schlein alla festa dei fratelli d’Italia, poi accettandone la sfida a un confronto in diretta, come se fosse- ripeto- la sua unica o principale antagonista, poi chiedendo di estendere per logica e cortesia il confronto anche a Giuseppe Conte, che a Palazzo Chigi già c’è stato due volte e vuole quanto meno tentare di tornarci, e infine provocando una specie di crisi di nervi politici -tutti politici, per carità della segretaria del Pd. Che ha avvertito il rischio per niente “ridicolo”, come ha detto, di uscire malconcia da un confronto a tre e si è tirata indietro fra i sorrisi compiaciuti e muti, naturalmente, del presidente del movimento 5 Stelle già sudi giri per avere portato Roberto Fico alla presidenza della regione Campania in condizioni un po’ migliori, francamente, di Alessandra Todde in Sardegna l’anno scorso. Il campo largo già sgradito dal diffidente Conte, che lo vorrebbe solo “giusto” per le sue ambizioni politiche, è soprattutto un campo minato. Minatissimo.