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Claudio Velardi inchioda Elly Schlein: "Atreju? Altro errore. È senza piano politico"

di Pietro Senaldi sabato 29 novembre 2025

5' di lettura

«Non ha precedenti nella storia della politica che una festa di partito, quale è Atreju, si concluda con un confronto tra la padrone di casa e un leader rivale».

Quindi Elly Schlein ha osato troppo nel subordinare la propria presenza alla kermesse di Fdi a un faccia a faccia con Giorgia Meloni?
«Invece no, era una mossa comunicativa non banale, una novità che avrebbe potuto spiazzare la premier. Poi però...».

C’è stato l’effetto boomerang quando Meloni ha risposto «va bene, ma vieni con Conte, perché non sta a me decidere chi è il leader della sinistra e perché lui è venuto anche quando era premier». Risposta al curaro. Come a dire: tu non lo sarai mai e invece ti atteggi a leader di coalizione...
«Non voglio infierire. Stigmatizzo solo che, se fai un atto comunicativo di questa forza, devi avere dietro una strategia politica in grado di sostenerlo; altrimenti resta una boutade che denota più che altro leggerezza. Se dai scacco, devi aspettarti la contromossa e prepararti già a come rispondere».

Professione spin doctor e giornalista, fondatore del Riformista nel 2002, di cui oggi è direttore responsabile: Claudio Velardi è l’uomo che ha fatto digerire agli italiani il primo, e finora unico, comunista a Palazzo Chigi. «Anche se non l’hanno molto assimilato», scherza. «Durammo un anno e mezzo e quando gli elettori presero la parola, alle Regionali del Duemila, fummo travolti e Massimo D’Alema dovette dimettersi dalla presidenza del Consiglio». Altri tempi, ma anche altre personalità, ragiona uno dei tre Lothar di Baffino, con Marco Minniti e Fabrizio Rondolino. «Non frequento D’Alema da vent’anni», prova a farci credere, «e condivido molto poco di quel che dice oggi», e questo è inconfutabile, «però di Massimo si può dire tutto il male possibile, tranne che non sapesse comunicare: quando parlava, lo si stava a sentire ed era in grado di giustificare qualsiasi contorsione politica e cambio di campo». Motivo? «La profondità, le sue non erano parole senza costrutto, fondavano su una visione e un pensiero politico», chiosa Velardi.

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La netta sensazione, un po' a tutte le latitudini, è che Elly Schlein non abbia rimediato una bella figura (e...

Aveva anche un miglior ufficio stampa?
«Oggi tutti sono convinti che i destini di un politico dipendano dalla comunicazione. È una balla, la comunicazione è una scatola vuota, se mancano analisi e profondità di pensiero e una strategia politica. Comunicare è conseguente rispetto a pensare. Silvio Berlusconi sapeva comunicare benissimo, ma vinceva perché trasmetteva un’idea di Paese, un sogno, ed era credibile. La gente lo sente».

E Giorgia Meloni?
«Anche lei comunica bene, ma anche per lei non è questa la ragione del suo successo. Gli elettori avvertono a pelle se un leader ha sostanza, se c’è una visione nel suo pensiero. Se invece manca, non c’è spin doctor che possa trasmetterla».

Cosa avrebbe dovuto fare Schlein, quando Meloni l’ha invitata con Conte?
«Forse avrebbe dovuto telefonare al leader di M5S e mettersi d’accordo con lui per andare entrambi, ma con una strategia concordata. Sarebbe stata un’occasione per dare l’idea di un campo largo compatto».

Invece hanno dato l’impressione di essere in lotta tra loro per la leadership della sinistra, più che uniti contro Meloni...
«Certo. L’ideale sarebbe stato andare ad Atreju e sfidarla davanti alla sua gente sulle carenze del governo».

E se Meloni avesse domandato chi dei due è il capo?
«Rispondere che quello è affare loro e la sinistra non sceglie il capo alla festa di Fdi, dove è la destra a dover rendere conto agli elettori di quel che fa».

Perché Conte e Schlein non sono stati capaci di una risposta simile?
«La domanda è: saranno mai capaci di concordare una strategia?».

Già, ne saranno capaci?
«Tra M5S e Pd c’è un conflitto strutturale non eliminabile. Conte è un uomo furbo e scafato, ha ancora consenso perché c’è chi lo apprezza per come ha gestito il Covid, però non ha i voti. Il Pd invece ha i voti ma non ha leadership. Andranno sempre allo scontro perché per Conte il solo modo di pesare è rivendicare la candidatura a premier mentre Schlein, in nome dell’unità a ogni costo, non può che continuare a subire le punzecchiature del suo teorico alleato».

Punto debole e punto forte della comunicazione di Schlein?
«Non è una persona empatica e c’è poco da fare perché questa è una dote naturale. L’empatia ti permette di comunicare, per esempio di spiegare perché parti dicendo che Vincenzo De Luca è un cacicco da eliminare e poi finisci per allearti con lui».

In Campania però la sinistra ha vinto...
«Colpa della destra, che aveva davanti un’autostrada ma non è riuscita a parlare a chi non voleva assolutamente votare Fico».

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C’è qualcosa di tenero nel senso di smarrimento che si è crudelmente impossessato delle guardie ross...

Come mai?
«La destra si crogiola nell’inconsistenza dell’opposizione ma così rischia, perché rinuncia a uscire dal proprio campo di gioco per starsene tranquilla. Invece sarebbe il momento di parlare con riformisti e moderati e tirarli dentro».

Torniamo a Schlein: può rimediare all’autogol dell’invito ad Atreju?
«A Napoli si dice: se sei martello, picchia; se sei incudine, stai fermo. Le conviene aspettare che passi la nottata».

Non le sarà difficile: quando è in difficoltà, Schlein soprassiede...
«Sì, anche se in genere la strategia dell’opossum, fingersi morti, non paga; a meno che uno non abbia un’aura sacrale che a Elly difetta. La leadership è in tema centrale di ogni competizione elettorale».

Punto forte invece?
«È identitaria, ma si trova in uno schieramento dove la litigiosità è endemica. È una questione di potere».

La sinistra, quando non governa e non ha potere alza il livello dello scontro. Ormai è violentissimo...
«Questo però succede non perché la sinistra non abbia più potere ma, al contrario, perché ne ha ancora tanto e vuole mantenerlo tutto. Il cosiddetto deep State, i gangli veri del potere, non sono stati toccati da questo governo. Anche la forte litigiosità interna dei progressisti è dovuta al fatto che hanno più potere che voti.
L’esatto opposto della destra».

Litigano perfino sul nome: Pierluigi Bersani è spuntato fuori adesso dicendo che campo largo non va bene per indicare la coalizione...
«In effetti l’espressione è pessima. Ma la priorità non è trovare il nome, bensì il contenuto politico».

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