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Il delirio woke: se sei incinta il figlio non è per forza tuo...

Pontificano sull'utero in affitto: la storia della coppia vip formata da Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri
di Annalisa Terranova mercoledì 13 maggio 2026

3' di lettura

Dice: ci vogliamo bene, potremmo fare un figlio. Già, ma ci sono gli impegni di lui, e c’è lei che non aveva voglia di badare a nessuno. Anni dopo lei però ci ripensa, ma a 40 anni è troppo tardi. L’eterologa non funziona, l’adozione è complicata perché arriverebbero bimbi con traumi alle spalle. Resta la gpa, cioè l’utero in affitto.

La coppia sceglie quel percorso, la prima voltava male, la seconda riesce. Nasce una bella bambina, sicuramente amata, ma altrettanto sicuramente frutto di un contratto. E si scrive un libro per raccontare questa storia che dovrebbe essere edificante, fare un po’ di propaganda sentimentale per la gpa, giustificare i genitori e magari ricordare alla sinistra quale dovrà essere l’agenda del futuro governo progressista se ci sarà: abrogare la legge voluta dalla destra sull’utero in affitto reato universale.

Stiamo parlando di una coppia della terrazza mainstream: Nicola Lagioia, già direttore del Salone del Libro per sette anni e collezionista di premi letterari, tra cui lo Strega, e sua moglie Chiara Tagliaferri, autrice del libro fresco di stampa Arkansas. Storia di mia figlia, edito da Mondadori, mica pizza e fichi. Non si tratta delle confessioni zuccherose di una mammina felice ma di una vera e propria operazione culturale, che La Stampa rilancia con apposita e opportuna intervista per togliere all’utero in affitto quell’aura negativa che la destra brutta e cattiva gli ha cucito addosso. Le risposte di Tagliaferri sono da questo punto di vista esemplari. «Ho scoperto la gpa, ne ho parlato con Michela Murgia, mia amica, e abbiamo deciso di provare». Già: e Nicola, il futuro papà, che ne pensava? Boh. E ancora: «Della gpa non si raccontano le strade relazionali che apre, le solidarietà che innesca, i sentimenti inediti che produce».

Già: provare a assecondare la natura sarebbe stato troppo semplice, una visione oscurantista della maternità, anzi della genitorialità perché madre è chi ama e non chi porta in grembo il bambino. Chiaro no? C’è un solo ma: la gestante viene pagata. Un dettaglio, una quisquilia, che vuoi che sia. Tagliaferri liquida la questione: «Pagate non vuol dire vendute. Murgia insisteva su questo come sulla differenza tra gravidanza e maternità. Portare in grembo un bambino non significa inevitabilmente esserne la madre». Per secoli il simbolico materno ha orientato le culture planetarie in una sola direzione: il pancione, il parto, il cordone ombelicale, l’allattamento.

Arcaicismi. Per fortuna è arrivata la sacerdotessa Murgia a spiegarci certe scissioni filosofiche: ci sono gli ovuli, c’è un utero, ci sono due adulti genitori intenzionali e un seme (donato da uno sconosciuto o dal genitore intenzionale) e oplà il desiderio di due adulti si realizza con un bel fiocco rosa o azzurro o senza colore perché il nascitur* ci penserà lui a definirsi il genere.

Che c’è di strano? «Non ci trovo nulla di male, i diritti non sono desideri ma quando i desideri diventano realizzabili le società – ammonisce Tagliaferri – hanno il dovere di mettere tutti in condizione di accedervi». Già: e allora perché non legalizzare la compravendita di organi?

Il titanismo egotico che è sotteso all’intera intervista fa davvero impressione. Il relegare in secondo piano quel contratto che è alla base della gpa, di tutte le gpa, è puro ideologismo perché sì: gestanti pagate vuol dire bambini venduti. Di sfruttamento del corpo femminile neanche a pararne, ipotesi scartata a priori. E questi sono le prime file della letteratura italiana. E mentre si demonizza la cultura di destra, il governo di destra, la Meloni che non sa essere femminista, l’inadeguatezza dei ministri ecco che si fanno avanti i futuri salvatori dell’Italia, quelli che la renderanno più moderna, quelli che non trascureranno i “diritti” (sarà contento il Papa di avere questa specie di difensori contro il “mostro” Trump). Loro sì che saranno adeguati, per fare tutto, per volere tutto, per desiderare tutto, tranne che per essere davvero adulti.

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