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Il declino della cultura del sospetto

di Alessandro Sallusti martedì 9 giugno 2026

2' di lettura

Dall’America è arrivato il conto al Fatto Quotidiano per l’inchiesta, rivelatasi infondata, sulla mancanza di requisiti della grazia concessa a Nicole Minetti. E come era nell’aria si tratta di un conto salato: 250 milioni di dollari che oltre a Travaglio vengono chiesti in parte pure alla Rai per le affermazioni di Sigfrido Ranucci conduttore di Report.

Non fa mai piacere vedere colleghi andare in difficoltà in seguito a cause giudiziarie con possibili conseguenze economiche disastrose. Ma il caso in questione, qualunque sarà il suo esito, deve farci riflettere su quanto sia lecito che la cultura del sospetto diventi una disinvolta, accanita e a volte violenta prassi giornalistica.

Perché se così fosse – e purtroppo negli ultimi anni sono numerosi i casi in cui ciò è avvenuto, dalle teorie su Berlusconi mafioso a quelle su Sgarbi falsario – cadrebbe uno dei pilastri che reggono la democrazia, quella libertà di informazione che si deve basare non su tesi da sostenere a priori in modo approssimativo e sgangherato ma su fatti certi e solidamente documentati.

Al momento non pare che sul caso Minetti questi requisiti siano stati rispettati, con l’aggravante di aver messo in dubbio – quantomeno in discussione – la buona fede e o la capacità di intendere e volere del Capo dello Stato che quella grazia ha avallato.

Il segnale che Marco Travaglio è rimasto con il cerino in mano è arrivato chiaro nel pomeriggio di ieri con un comunicato dell’Associazione nazionale magistrati – di cui il Fatto è stato una sorta di socio onorario – che per la prima volta prende le distanze dal direttore e solidarizza con la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni finita nel mirino del quotidiano per avere fatto a pezzi l’inchiesta giornalistica e confermato il suo parere favorevole alla grazia.

Pensare di avere ragione non vuole dire avere ragione, insistere con arroganza sulla propria ragione anche quando tutto la mette in discussione, ribattere alle accuse dando fiato a anonimi tassisti uruguaiani dopo essere stati sbugiardati da una massaggiatrice presentata come la pistola fumante delle colpe della Minetti, di Mattarella, Nordio e della Nanni non è segno di forza né di indipendenza. E neppure di libertà di stampa.

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