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Giuseppe Conte, gli inspiegabili 435mila euro all'avvocato ex socio del grillino

di Pietro Senaldi martedì 9 giugno 2026

4' di lettura

In commissione Covid ieri è venuta fuori una notizia che getta ombre non su Giuseppe Conte ma su alcuni aspetti della gestione del Covid da parte del governo giallorosso; per intendersi, quello dell’andrà tutto bene e poi sono morti in 176mila, dell’abbraccia un cinese e poi arriva il lockdown più duro d’Europa e del non c’è obbligo di vaccino, ma di Green Pass sì, se vuoi lavorare o uscire di casa anche a pandemia quasi finita.

La notizia è che Marco Spadaccioli, dirigente di Atlas, ha confermato che la sua azienda aveva sottoscritto con la praticante di Luca Di Donna, ex socio di Conte nello studio che fu di Guido Alpa un contratto per la fornitura al governo di tamponi che prevedeva una percentuale del dieci per cento ai legali sulle commesse del governo. La ciliegina sulla torta è che il manager ha detto ai nostri parlamentari che la società «ha pagato agli avvocati 435mila euro solo per l’attività di controllo dei documenti e per la lettera di sollecito scritta quando Atlas non stava ricevendo il saldo per la fornitura». I dettagli, evidenziati dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, è che a conti fatti «i legali sono stati pagati trentamila euro al giorno, neanche fossero Cristiano Ronaldo...».

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L’INCHIESTA

È d’obbligo ricordare che sulla vicenda la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta a carico di Di Donna per traffico di influenze e associazione a delinquere che si proponeva di verificare se l’avvocato avesse sfruttato i suoi rapporti con Conte, allora presidente del Consiglio, per ottenere incarichi e consulenza da società pubbliche e si fosse reso colpevole in qualche modo dei reati di corruzione e riciclaggio. È d’obbligo anche dire che l’indagine non è sfociata mai in un processo e che l’anno scorso è stata depositata una richiesta d’archiviazione.

Però è altrettanto doveroso specificare che i pm non si sono mai spinti fin dove si è spinta la commissione parlamentare, cioè fino a sentire Spadaccioli; la cui deposizione di ieri offre un punto di vista non banale. Infine, per gli smemorati, si rammenta che la prima mossa che fece Mario Draghi, una volta diventato premier, fu rimuovere il commissario straordinario al Covid, Domenico Arcuri, manager pubblico da sempre vicino al Pd, in particolare alla sua componente più affaristica.

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Ebbene, alla luce di tutto questo il Pd che fa? Anziché inquietarsi e mettere in dubbio l’operato di alcuni personaggi coni quali ha cogestito l’emergenza pandemia se la prende con la maggioranza, colpevole di cercare di fare chiarezza.

«Questa commissione d’inchiesta è un plotone d’esecuzione», si lamenta Francesco Boccia, «anziché accertare fatti e responsabilità, costruisce processi politici postumi per trasformare una tragedia nazionale in un’arma contro gli avversari». Il capogruppo dem in Senato, consapevole di perdere la partita, prova a portare via il pallone, come i bulli all’oratorio, accusa la commissione di «revisionismo», chiede la sospensione dei lavori e annuncia che il suo partito non parteciperà più.

La scusa per far saltare tutto è che la commissione avrebbe delegato all’esterno che non avrebbero potuto essere svolte, come l’escussione di Spadaccioli. Ma qui i dem, dopo aver cercato di ignorare la sostanza che li imbarazza, sbagliano anche nella forma. L’interrogatorio del manager Atlas è stato infatti autorizzato da un ordine del giorno approvato anche dal Pd, o perché non sapeva cosa stava votando o perché non sapeva cosa l’uomo avrebbe detto. In ogni caso, quel che conta e offende è il negazionismo dell’opposizione, quasi si sentisse colpevole di qualcosa e non volesse che gli italiani sappiano...

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È alla luce di quanto emerso ieri che si spiega il nervosismo dei giorni scorsi di Conte. L’ex premier, che nessuno ha ragione di credere sia minimamente coinvolto in impicci che possono aver riguardato chi tuttalpiù spendeva a sua insaputa il suo nome, è possibile che sia il primo a essere disorientato per quanto sta emergendo in commissione Covid. «L’avvocato Alpa ha la sola colpa di essere mio amico. Chi dice che è stato coinvolto nelle vicende del Movimento Cinque Stelle, sfoga sudi lui accuse e allusioni livide con l’obiettivo di colpire politicamente me». Così si era espresso l’ex premier prima dell’audizione in commissione di ieri in merito a ricostruzioni giornalistiche che documentavano l’aiuto a Giuseppi del suo vecchio mentore, professionale e politico, per sfilare il partito al fondatore Grillo.

INTERCETTAZIONI

Intercettazioni giudiziarie hanno poi dimostrato che in realtà Alpa parlava al telefono con Di Donna, chiedendogli di aiutarlo a sostenere il suo pupillo, appena cacciato da Palazzo Chigi da una manovra Pd-M5S. Niente di male; non fosse che la commissione Covid riapre politicamente un caso che a livello giudiziario si è chiuso e che ai giallorossi risorti sotto le insegne del campo largo converrebbe restasse sepolto. Poco di nuovo sotto il cielo comunque. C’è un manager che ammette di aver strapagato per un lavoro legale soggetti ai quali lo legava un contratto di natura commerciale per provvigioni. C’è che questi soggetti sono in qualche modo collegabili all’ex premier, espressione di un governo giallorosso. C’è che la commessa, ricca, è arrivata. E c’è che, anziché battersi per andare fino in fondo, magari chiedendo a chi di dovere di riferire in Aula come fa con il governo su ogni minima questione che può imbarazzarlo, l’opposizione strepita e chiede di insabbiare tutto; e grida allo scandalo, ma degli altri...

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