Messaggini, birre e ricercatori: Monti fa retromarcia su tutto

Andrea Tempestini

Il meccanismo geniale è contenuto nella delega fiscale che  Monti ha fatto approvare ieri dal consiglio dei ministri. Dentro c’è quella vaga idea, più volte annunciata, di utilizzare i fondi ottenuti recuperando evasione fiscale per abbassare le tasse almeno sui livelli più poveri della popolazione. Come? Lo dirà un decreto legislativo di attuazione che sarà emanato «entro nove mesi dall’entrata in vigore del disegno di legge delega». Fatti due conti: il ddl è stato approvato ieri dai ministri, sarà trasmesso alla Camera o al Senato che deciderà quando calendarizzarlo. Con un miracolo di rapidità potrebbe diventare legge prima della chiusura estiva, a fine luglio-agosto. A quel punto per sapere se e come si avrà intenzione di ridurre le tasse ci saranno nove mesi. Entro maggio 2013, dunque. Cioè a legislatura ormai finita. Ieri dunque Monti si è firmato l’assicurazione sulla vita del governo. Per tirare a campare fino alla prossima primavera. Come  il governo sta facendo da gennaio, visto che l’unico vero provvedimento adottato è quel decreto salva-Italia  che ha bastonato con una raffica di  tasse gli italiani. Da quel momento ha cercato solo di tirare a campare. Prendendo a modello proprio quella massima di   Andreotti che recentemente con un lapsus freudiano Monti ha evocato per dire: «Io non voglio tirare a campare». Ecco come 'tirare innanz'... - Il metodo del professore della Bocconi per allungare a se stesso e alla corte dei tecnici la permanenza sulle  poltrone non è nemmeno tanto diverso da quello che fece arrivare fino in fondo nel 1992 il governo Andreotti-Pomicino di cui lo stesso Monti era consulente economico. Oggi come allora per tirare innanz il governo propone una cosa. Poi fa marcia indietro e la ritira. La ripresenta declinata nel suo opposto. Accarezza la pancia di una lobby e le viene incontro. Litiga naturalmente con la lobby che ha l’interesse opposto. Poi fa pace. Cambia tutto e naturalmente si arrabbia la lobby prima accarezzata e poi presa a schiaffi. Nel caso delle liberalizzazioni questo è stato proprio il canovaccio del film. Che alla fine è stato davvero prodotto, con l’andreottianissimo scopo di cambiare tutto per non modificare nulla. È  accaduto così con i taxi, con le farmacie,  con i conti correnti bancari. Monti ha messo  la sua faccia per difendere il testo approvato dal Parlamento e dare contro ai banchieri. Poi con tante scuse ha varato un decreto legge che dava ragione loro, senza più metterci nemmeno la faccia. Il valzer sul lavoro - Ormai le giravolte non si contano più. Come sulla riforma del lavoro. Monti ha fatto un giro di valzer con Susanna Camusso e ne è uscito un documento che ha fatto infuriare Confindustria. Allora ha fatto un tango con Emma Marcegaglia, e annunciato un testo draconiano. La festa a quel punto gliela hanno fatta tutti i sindacati insieme in un sol passo di danza  e così in Parlamento è approdato un testo assai diverso che ha fatto venire la bava alla bocca alle imprese. Ora il premier è pronto a ridanzare con loro, e  cambiare ancora. Di questo passo il risultato è certo: la musica giusta non si troverà e la riforma finirà nel cestino. La castromeria sms - Qualche volta il povero capo dei tecnici si avvita su se stesso  per le castronerie tecniche dei suoi. È  accaduto così con gli sms che dovevano finanziare la protezione civile, con la birra che doveva assumere i precari della scuola, con i giochini sulla benzina, con le tasse sulle borse di studio dei medici. A questo punto è già diventata una barzelletta: se il premier si alza e con aria professorale annuncia urbi et orbi che si farà in questo modo, puoi stare certo che si farà nel modo opposto. Meglio ancora: si oscillerà continuamente fra una soluzione e la sua contraria senza fare un bel niente. Come Andreotti - A questa sceneggiata  il premier  si è condannato da solo a dicembre. Aveva un’occasione d’oro  per piazzare nell’emergenza tutte le riforme in un colpo solo. Se metteva insieme fisco, lavoro, liberalizzazioni e tagli di spesa in un decretone, nessuno avrebbe potuto mettergli i bastoni fra le ruote in quel momento. Qui però più di Andreotti ha pesato Alessandro Manzoni, e come diceva il suo don Abbondio uno se il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare. Monti quel coraggio non ha avuto, e ora tirerà a campare ancora qualche mese... di Franco Bechis