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L'intervista a Giuseppe Signori: "Vi spiego io come non si sbaglia un rigore"

14 Dicembre 2016

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Giuseppe Signorni

Ogni volta Giuseppe Signori dilatava il tempo. Piegava la schiena, posizionando il pallone sul dischetto, poi, lentamente, tornava in posizione eretta e puntava lo sguardo al portiere. Intanto faceva un passo indietro, uno solo, per garantirsi un minimo di inerzia e per osservare un po’ più a lungo l’avversario prima del fischio. In quell’attimo era nascosto il segreto di una tecnica unica che ha reso Signori un signore del dischetto: 44 rigori a segno su 52 totali, 84,6% di realizzazione che in A è seconda solo a quelle di Maradona e Boninsegna (88,2% e 85,3%). «Bei ricordi, ma ora mi dedico al mio ristorante a Bologna: tortellini e tagliatelle, un’arte come tirare i rigori».

Signori, è stato giusto far tirare di nuovo a Niang dopo l’erroraccio con il Crotone? Il francese è al quarto sbaglio su 7 tentativi, di cui gli ultimi due consecutivi sono ancora negli occhi dei tifosi milanisti...
«Niang è il rigorista designato in assenza di Bacca, quindi è giusto che tiri lui, soprattutto dopo un errore».

Ma Lapadula, che se li è procurati, avrebbe voluto tirare almeno quello con il Crotone.
«Non conta chi se li guadagna, ci deve essere una gerarchia da rispettare, altrimenti si fa confusione. Il discorso cambia quando è il giocatore incaricato a non volerlo tirare».

La “formula Signori” era quella perfetta?
«Non c’è un modo giusto o sbagliato per tirare i rigori. Ma la vera differenza rispetto al passato è che ora i portieri sono più preparati, sanno tutto dei rigoristi».

Quale potrebbe essere la prossima innovazione?
«La varietà. I tiratori potrebbero diversificare sempre la modalità di tiro così che non possano essere identificati in un trend. Il problema però è che il rigorista dovrebbe allenarsi sugli infiniti modi per calciare».

Ora sembra molto di moda la via di mezzo: rincorsa e poi un rallentamento repentino prima di calciare, quasi fermandosi, ai limiti del regolamento.
«È una tecnica rischiosa. Balotelli, ad esempio, calcia in questo modo ed era infallibile fino a che i portieri non hanno iniziato a studiarlo e capirlo».

Allora la migliore è ancora la sua, da fermo.
«Io tiravo da fermo perché nei rigori non serve la potenza ma solo la precisione. E c’era un segreto: obbligavo il portiere a decidere prima di me. Lui teneva un ginocchio più in basso dell’altro, un movimento inconscio ma una sfumatura determinante per me perché mi indicava che avrebbe spinto con quella gamba, e quindi sarebbe andato dalla parte opposta».

E se il portiere rimaneva impassibile fino all’ultimo?
«Allora puntavo sulla precisione assoluta, scegliendo un angolo con decisione. Avevo comunque un vantaggio, perché se il portiere non anticipa il movimento è difficile che arrivi sul pallone».

Ci ha convinti. Però la sua tecnica oggi la utilizzano in pochi, forse nessuno.
«Recentemente Neymar ha calciato qualche rigore così, da fermo, ma ha fatto qualche errore. È più difficile coordinarsi sul breve».

Stupisce che nessuno la chiami per chiederle qualche consiglio.
«In realtà è successo. Qualche mese fa mi ha chiamato lo staff tecnico del Barcellona. Mi hanno chiesto proprio dei consigli da dare a Neymar. Gli ho rivelato il “segreto del ginocchio”».

Al di là della rincorsa, dove è meglio mirare?
«Ovviamente negli angoli, ma a quel punto è l’altezza del tiro ad essere fondamentale. Quelli in alto sono imprendibili ma anche rischiosi, dunque è meglio calciare a filo d’erba. Tirando nella fascia che va dai 70 ai i 150 centimetri di altezza invece si ha solo il 50% di probabilità di segnare. Matematico, no?».

di Claudio Savelli

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