VIENNA, CONGRESSO EUROPEO DI ONCOLOGIA

Smascherati i segreti del tumore del rene

Maria Rita Montebelli

 Era la ‘Cenerentola’ dei tumori fino a pochi anni fa. Sconosciuto ai più, orfano di screening e anche di trattamenti specifici. E’ il tumore del rene, che in Italia fa registrare ogni anno oltre 8 mila nuovi casi e che finalmente sta diventando un tumore curabile. Anzi curabilissimo. Merito della manciata di terapie innovative in uso da qualche anno, ma soprattutto di quelle di prossimo arrivo sul mercato e delle tante ancora confinate agli studi clinici pre-marketing, che fanno tuttavia prevedere un grande futuro per la terapia di questo tumore. Un assaggio consistente di questo futuro si è avuto al recente congresso dell’ESMO (European Society of Medical Oncology), che ha attirato quest’anno a Vienna oltre 16 mila ricercatori da tutto il mondo. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cora N. Sternberg, direttore della Divisione di Oncologia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, nonché una delle maggiori esperte mondiali di carcinoma del rene, avendo preso parte a numerosi trial registrativi dei nuovi farmaci diretti contro questa neoplasia. “E’ un tumore difficile da trattare quello del rene – ammette la Sternberg - perché è una malattia che normalmente non dà sintomi. Quando il paziente vede del sangue nelle urine, e questo spesso è il sintomo d’esordio (altre volte è un persistente dolore lombare o una marcata astenia), la malattia è già in fase avanzata. A volte capita di fare una diagnosi precoce ‘per caso’. Succede ad esempio quando una persona fa un’ecografia addominale di controllo e si scopre la presenza di una neoplasia renale in fase iniziale. In questo caso il paziente può essere sottoposto ad una nefrectomia parziale o ad una enucleazione del tumore e in questo modo viene praticamente guarito”. Fino a qualche anno fa, questa malattia, scoperta già in fase avanzata o metastatica, portava a morte il paziente entro 8 mesi circa. “Per molti anni – ricorda la Sternberg – abbiamo avuto a disposizione solo trattamenti molto pesanti e non molto efficaci per questi pazienti; in pratica, solo l’interferone e l’interleukina 2 ad alti dosaggi. Dal 2005 in poi c’è stata invece la rivoluzione delle ‘terapie a bersaglio’ resa possibile da una migliore comprensione della biologia di questo tumore e soprattutto del ruolo che giocano i fattori di crescita per la creazione dei nuovi vasi (VEGF, vascular endothelial growth factor e la via di mTOR). Così, la sopravvivenza media dei pazienti con tumore già in fase avanzata alla diagnosi, è arrivata a superare i 3 anni”. Il carcinoma a cellule chiare, il tipo più frequente di tumore renale, è appunto caratterizzato dalla presenza di molti vasi sanguigni, che da un lato gli permettono di crescere e di svilupparsi, dall’altro di diffondersi attraverso il sangue verso organi lontani, dove va a dare le metastasi. “Utilizzando molecole contro l’angiogenesi (i cosiddetti inibitori delle tirosin-kinasi, contro il VEGF), cioè contro i fattori che stimolano la formazione di nuovi vasi e la crescita cellulare – spiega la Sternberg - si tagliano letteralmente i viveri al tumore e gli si impedisce di crescere. Negli ultimi anni negli USA sono state approvate sette nuove molecole con questo effetto (in Italia ne abbiamo a disposizione solo 6); molti di questi sono farmaci in pillole, semplici da somministrare ma non privi di effetti collaterali, che vanno dall’ipertensione arteriosa, alla fatigue, alle infiammazioni delle mucose, alla diarrea. Il primo farmaco approvato è stato il sorafenib, seguito dal sunitinib; poi sono arrivati temsirolimus (un farmaco che si dà per via endovenosa), everolimus, bevacizumab e interferone”. Pazopanib, il farmaco preferito dai pazienti. Uno degli studi più importanti presentati all’ESMO quest’anno è lo studio COMPARZ (COMParing the efficacy, sAfety and toleRability of paZopanib vs. sunitinib), che ha coinvolto 1.110 pazienti ed è stato presentato a Vienna dal professor Robert Motzer del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York.  “E’ uno studio molto coraggioso – commenta la Sternberg - che ha confrontato testa-a-testa un nuovo farmaco, il pazopanib, contro il classico sunitinib. Il pazopanib non è risultato inferiore al sunitinib (con entrambi i farmaci, la progressione del tumore veniva bloccata in media per 11 mesi negli studi registrativi), ma il suo profilo di tossicità era diverso e a volte meglio tollerato di quello del sunitinib; in altre parole, un farmaco efficace come il sunitinib, ma decisamente meglio tollerato dai pazienti: meno fatigue, meno mucositi, ecc. Un dato confermato anche dallo studio PISCES, presentato al congresso americano di oncologia (ASCO) lo scorso giugno, nel quale si chiedeva ai pazienti se preferissero un farmaco o piuttosto l’altro; il 70% ha dato la sua preferenza al pazopanib, un farmaco che migliora la qualità di vita dei pazienti, rispetto al sunitinib”. I nuovi farmaci ‘affama-tumore’. Il tivozanib è un farmaco molto potente nell’inibire l’angiogenesi tumorale. Nello studio TIVO-1 ( TIvozanib Versus sOrafenib in prima linea nel tumore renale in fase avanzata), il tivozanib, utilizzato come prima terapia in pazienti affetti da tumore del rene, ha portato la sopravvivenza libera da progressione del tumore ad oltre 12 mesi. Il farmaco è attualmente al vaglio del FDA per l’impiego in prima linea in questo tipo di tumore. L’axitinib invece è un farmaco pensato come terapia di seconda linea; nello studio AXIS (pubblicato su Lancet), l’effetto dell’axitinib è stato confrontato con quello del sorafenib; la nuova molecola è riuscita a bloccare la progressione del tumore più a lungo del sorafenib. “Il farmaco – spiega la Sternberg - non è ancora disponibile in Italia (pur essendo approvato in America e in Europa) ma stiamo cercando di averlo per uso compassionevole”. Ritorno al futuro: la nuova era dell’immunoterapia. I primi farmaci usati contro il tumore del rene (interferon e interleukina-2) agivano sul sistema immunitario del paziente. Purtroppo senza molto successo, come visto. Adesso, dopo anni di impiego dei farmaci anti-angiogenetici, la ricerca sta di nuovo puntando al ruolo dell’immunoterapia, con farmaci molto più efficaci e ‘precisi’. E’ il caso degli inibitori del recettore del PD-1 (programmed cell death-1), che si sono rivelati efficaci su vari tipi di tumore, tra cui appunto il tumore renale. Il tumore purtroppo riesce a ‘confondere’ il sistema immunitario del paziente che, non potendo individuarlo come un nemico, non lo attacca come dovrebbe. Il grande sogno della ricerca dunque è quello di riuscire a scatenare la furia del sistema immunitario contro il tumore, strappandogli il mantello dell’invisibilità sotto il quale si nasconde e annientandolo con le armi che il paziente ha già ‘in casa’. “Anche noi a Roma – afferma la Sternberg - stiamo per prendere parte ad uno studio internazionale che prevede l’impiego di questo nuovo farmaco in seconda o terza linea confrontandolo contro l’everolimus, nei pazienti con tumore del rene”. (STEFANIA BELLI)