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PRIMA IL PAZIENTE

“La scelta terapeutica del medico
non è certo su elementi economici”

Intervista con Giovanni Lapadula (nella foto), professore ordinario di Reumatologia e direttore del Dipartimento Interdisciplinare di Medicina (DIM) dell’Università degli Studi di Bari, sui farmaci biosimilari

14 Gennaio 2015

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Il professor Giovanni Lapadula

Il professor Giovanni Lapadula

Nell’ambito del percorso terapeutico di un paziente con patologia cronica, quali sono le ragioni che potrebbero giustificare un passaggio (switch) dal farmaco biologico al biosimilare? Quali sono i criteri da seguire?
Lo switch non risponde a un ‘unmet medical need’: il medico ha già a disposizione tutti i farmaci prescrivibili e non c’è la necessità clinica di averne uno uguale a quello già usato. Altrettanto accade per il paziente, che non avverte il bisogno di essere trattato con un farmaco uguale a quello che gli viene già somministrato. I biosimilari nascono da un’esigenza economico-sociale. In un’ottica sana, laddove il risparmio viene reinvestito in salute, usando farmaci che costano meno, usare prodotti biosimilari significa liberare risorse per consentire il trattamento di un maggior numero di pazienti. La novità costituita dall’arrivo dei biosimilari è stata accolta dalla classe medica quasi come se si trattasse dell’introduzione in commercio di farmaci nuovi: il clinico li accetta, li valuta, li prova su qualche paziente e solo quando il tempo ne avrà garantito efficacia e sicurezza, li adotterà. L’arrivo sul mercato dei biosimilari non comporterà il cambiamento automatico di tutte le terapie in corso con i farmaci originatori. Le motivazioni economiche e sociali dovranno armonizzarsi obbligatoriamente con le esigenze cliniche dei singoli pazienti.

Il Position Paper AIFA sui farmaci biosimilari è molto chiaro circa la centralità della libera decisione prescrittiva ribadendo che la scelta del trattamento rimane una decisione clinica affidata al medico prescrittore. Qual è il suo punto di vista su questo aspetto?
Si fanno grandi affermazioni di principio, quali la libertà del medico prescrittore nella scelta del biologico o del biosimilare, poi però si parla di biosimilari in termini assolutamente generici inglobando tutto e, soprattutto, alcune delibere regionali sembrano obbligare di fatto gli ambulatori pubblici ad utilizzare i biosimilari in una percentuale di pazienti pari a quella dei pazienti naïve (quelli che non hanno mai fatto i biologici) pena, in caso di inadempienza, di provvedimenti che possono arrivare fino alla chiusura del Centro. Le stesse delibere regionali continuano tuttavia a sottolineare che il medico prescrittore rimarrebbe sempre libero di prescrivere il farmaco che ritiene migliore per quello specifico quadro clinico, anche se costa di più essendo l’unico responsabile della salute del suo paziente. È una situazione gravissima, di insopportabile doppiezza burocratica nei confronti dei medici, perché articolata sul filo della contraddizione a spese dei professionisti. Per dirla tutta, il vero problema dei biosimilari non sta nella loro commercializzazione quanto piuttosto nell’inadeguatezza dei nostri decisori politici.

Ritiene che il paziente in trattamento abbia diritto alla continuità terapeutica o quanto meno ad essere coinvolto nella scelta del medico che comporta lo switch da biologico a biosimilare?
Non solo il paziente ha diritto alla continuità terapeutica e ad essere coinvolto nelle decisioni terapeutiche, ma a mio avviso ogni volta che il clinico ravveda o venga a conoscenza di seppur minime variazioni del farmaco deve informare il suo paziente e richiederne il consenso informato. (STEFANO SERMONTI)

 

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