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PATOLOGIE MENTALI

Depressione sintomo di demenza?
“Trattare la prima aiuta la seconda”

29 Gennaio 2015

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In genere quando si tratta di malattie che colpiscono la memoria come l’alzheimer che è la più comune forma di demenza, ci si concentra poco sulla sfera socio-esistenziale del paziente che è ormai compromessa. La progressiva distruzione della memoria – primaria, autobiografica, semantica e di apprendimento – non riguarda solo i disturbi cognitivi ma soprattutto mina gli affetti e la vita quotidiana del paziente. Esiste infatti una correlazione tra depressione, demenze e memoria. Questa tesi è supportata da una recente review su 23 studi che ha messo in relazione le due patologie, depressione e demenza: su oltre 50 mila uomini e donne anziani, quelli che hanno riferito una diagnosi di depressione avevano una possibilità doppia di sviluppare demenza e il 65% in più di avere l’Alzheimer. La demenza è un problema attuale di salute pubblica e, purtroppo, i dati non sono rassicuranti: nel 2005 i pazienti erano 25 milioni con un trend di crescita nel mondo di 5 milioni l’anno. Inoltre il declino cognitivo è correlato all’età: interessa il 5% degli over 65 e raggiunge il 50% degli ultra 90enni. Senza contare che il costo sociale della malattia di Alzheimer è stimato in 100 miliardi di dollari l’anno, solo negli Usa. C’è da dire che tra il 40 e il 50% degli ultranovantenni conserva intatte le proprie facoltà e non mostra segni di declino cognitivo.

Spiega Marco Andrea Riva, del dipartimento di scienze farmacologiche e biomolecolari dell’università di Milano “L’ipotesi è che trattare la depressione possa diminuire l’incidenza di demenza e che gli antidepressivi non siano una terapia per l’Alzheimer, ma rappresentino una forma di ‘protezione’. Il trattamento per la depressione infatti ha un effetto sia sul recupero del ‘funzionamento’ individuale e sociale dell’individuo che di stimolo sulla plasticità cerebrale e la creazione di nuovi connessioni grazie a un’azione neurotrofica che stimola la produzione di fattori di crescita. - e aggiunge - I nuovi farmaci antidepressivi multi modali hanno un meccanismo di azione diverso rispetto a quelli tradizionali come gli SSRi. Non solo aumentano i livelli sinaptici di serotonina, ma modulano significativamente anche altri neurotrasmettitori, tra cui il glutammato, con un’attività importante su due aree cerebrali: l’ippocampo e la corteccia prefrontale. Il risultato è sia una modulazione del tono dell’umore che il miglioramento dei sintomi cognitivi (memoria, attenzione, focalizzazione), che rappresentano un aspetto importante nei disturbi psichici. Infatti, le terapie precedenti determinavano spesso una remissione parziale della sintomatologia, che rendeva il paziente più a rischio di recidive. Abbiamo necessità di ristabilire il paziente nel suo ‘funzionamento’ affettivo ma anche in quello intellettuale, risultato che possiamo ottenere se agiamo in maniera integrata su più bersagli cellulari” conclude il farmacologo. (GIOIA TAGLIENTE)

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