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SVOLTA NEI TRATTAMENTI

Tumori, l’immuno-oncologia
è efficace nell’80% dei pazienti

13 Febbraio 2015

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Gli oncologi non sembrano aver dubbi: “si è ormai aperta una nuova era nel trattamento dei tumori, che sta modificando in modo concreto e determinante le aspettative di sopravvivenza dei malati. E questo grazie all’immunotarget-terapia, la cura che utilizza il sistema immunitario per combattere le cellule tumorali”.  Eppure all’inizio questa strategia terapeutica provocava addirittura una crescita del tumore: “Ricordo quando i pazienti ci dicevano che nonostante il tumore crescesse come dimensioni loro stavano meglio – dice il dott. Renzo Canetta, Vice President, Global R&D Oncology Policy Bristol-Myers Squibb, Stati Uniti – e questo ci ha spinti a proseguire nelle nostre ricerche. E partendo proprio dalla biologia ci siamo lasciati interrogare dalle evidenze che questa ci offriva, ottenendo prime risposte positive dai nostri pazienti. Abbiamo scoperto, per esempio, che quando si usano questi farmaci all'inizio il tumore progredisce. Ma continuando a seguirli, abbiamo scoperto che dopo un iniziale aumento le lesioni regredivano, e abbiamo scoperto che l'aumento era dovuto alla crescita dei linfociti che aumentavano per 'uccidere' il tumore”. Proprio il melanoma ha rappresentato il modello per l’applicazione dell’immuno-oncologia, e ora questo approccio rivoluzionario si sta estendendo con successo a molti tipi di tumore, come quelli del polmone e del rene.

Il sondaggio AIOM. I pazienti conoscono bene l’importanza della nuova arma. Infatti oltre il 90% dei pazienti con melanoma in trattamento dà una definizione appropriata di farmaco immuno-oncologico. L’80% ritiene che queste terapie siano efficaci e più tollerate rispetto agli altri trattamenti anti-cancro. E il 98% è consapevole che possano presentare effetti collaterali, ma diversi dalla chemioterapia. Sono i risultati principali del primo sondaggio sull’immuno-oncologia mai realizzato in Italia, promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) lo scorso gennaio, che ha coinvolto sia i pazienti che i clinici. “Grazie al suo meccanismo d’azione, questo approccio terapeutico innovativo riesce a limitare e fermare la malattia per un lungo periodo – spiega il prof. Carmine Pinto, Presidente Nazionale AIOM e direttore dell’Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma – Il 70% degli oncologi medici utilizza l’immunotarget-terapia nella pratica clinica della cura del melanoma, oltre che in studi clinici. È unanime il parere degli esperti sulle potenzialità terapeutiche che ne possono derivare: per la totalità dei camici bianchi grazie allo sviluppo di questi farmaci nei prossimi cinque anni si otterrà un miglioramento della pratica clinica. Siamo di fronte ad un’importantissima novità dell’oncologia del terzo millennio, a un approccio rivoluzionario nel trattare il cancro, che si affianca a quelli tradizionali rappresentati dalla chirurgia, dalla radioterapia e dalla chemioterapia”. “È molto soddisfacente – sottolinea il prof. Pinto – che la modalità di comunicazione tra oncologi e pazienti abbia raggiunto il risultato di una adeguata e consapevole informazione da parte dei nostri malati”. I risultati del sondaggio sono stati presentati a Roma in un incontro con i giornalisti nel corso del secondo dei 4 convegni sull’“Immunotarget-terapia dei tumori” organizzati dall’AIOM.

I farmaci immuno-oncologici. Ipilimumab, sviluppato da Bristol-Myers Squibb, è stato il primo farmaco immuno-oncologico approvato. “La combinazione delle nuove terapie e la loro somministrazione in sequenza – sottolinea il prof. Michele Maio, Direttore UOC Immunoterapia Oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese - rappresentano la svolta nella lotta contro questo tipo di tumore della pelle e numerose altre neoplasie. Oggi si stanno affacciando altre armi, come nivolumab. I dati più recenti evidenziano come la combinazione di due anticorpi monoclonali immunomodulanti, ipilimumab e nivolumab, sia in grado di garantire risposte in termini relativamente brevi. I risultati degli studi in corso su nivolumab nel melanoma e in altre neoplasie, come quella del polmone non a piccole cellule, del rene e nel linfoma di Hodgkin, offrono ulteriori evidenze cliniche del potenziale dell’immuno-oncologia come approccio innovativo nel trattamento dei tumori”. Il melanoma ha rappresentato il candidato ideale per verificare l’efficacia di questa nuova arma. Sono 11.000 le nuove diagnosi stimate nel 2014 in Italia e 1.700 i casi di malattia metastatica. A settembre 2014 ipilimumab ha ricevuto l’ok dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per il trattamento in prima linea dei pazienti colpiti da melanoma metastatico, dopo il parere positivo dell’agenzia regolatoria europea (EMA) a ottobre 2013. Il farmaco ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma in fase avanzata: nel 20% dei pazienti rende la malattia cronica. “Un risultato mai raggiunto finora – afferma il prof. Paolo Ascierto, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del ‘Pascale’ di Napoli -. L’immuno-oncologia è una modalità di trattamento in rapida evoluzione, focalizzata su farmaci che agiscono direttamente sul sistema immunitario per combattere il cancro. Dalla sua iniziale approvazione nel 2011, ipilimumab ha rappresentato il primo significativo progresso negli ultimi trent’anni nel trattamento del melanoma metastatico, mostrando il potenziale di una sopravvivenza a lungo termine in alcuni pazienti”. “Vogliamo colmare significativi bisogni clinici insoddisfatti di salute nei pazienti con cancro – dice ancora Renzo Canetta -. Per questo abbiamo il più vasto programma di sviluppo clinico per valutare i nostri farmaci immuno-oncologici in differenti tipi di tumore. Bristol-Myers Squibb guida il progresso dell’immuno-oncologia, con l’obiettivo di modificare le aspettative di sopravvivenza e il modo in cui i pazienti affrontano e convivono con il cancro”. 


Come funzionano questi farmaci. Uno dei meccanismi che il tumore può utilizzare per sfuggire al controllo del sistema immunitario è rappresentato dalla via di checkpoint immunitario chiamata PD-1. Nivolumab colpisce proprio PD-1 (programmed death 1), un importante checkpoint immunitario, un ‘posto di blocco’, che si attiva in diverse fasi della risposta immunitaria per regolare la risposta dei linfociti T (potenti globuli bianchi capaci di eliminare o neutralizzare le cellule infette o anormali). “Quando le cellule tumorali sfruttano questa via di checkpoint – spiega il prof. Pinto -, spengono la risposta immunitaria inattivando i linfociti T e permettendo così la continua crescita della malattia. Questi farmaci sono in grado di superare i meccanismi di difesa del tumore e di attivare il sistema immunitario, ‘rieducandolo’ a tenere sotto controllo la neoplasia. Nuovi studi stanno evidenziando risultati positivi in diversi tipi di tumori, come quelli del polmone e del rene che, in fase avanzata, fanno registrare percentuali di sopravvivenza molto basse, inferiori al 20%. E l’Italia svolge da sempre un ruolo di primo piano nelle sperimentazioni in questo campo. Recentemente il nostro Paese ha offerto un contributo significativo a numerosi studi registrativi internazionali, non solo arruolando i pazienti, ma anche aiutando a disegnare i trial clinici”. In uno studio presentato al recente Simposio Multidisciplinare di Oncologia Toracica il 41% dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato trattati con nivolumab era vivo ad un anno e la sopravvivenza mediana è stata di 8,2 mesi. Positivi i risultati di nivolumab anche nel linfoma di Hodgkin, presentati lo scorso dicembre a San Francisco al Congresso dell’American Society for Hematology, con un tasso di risposta globale dell’87% e stabilizzazione della malattia nel 13% dei pazienti. Nel 2014 in Italia si sono registrati 365.500 nuovi casi di tumore (circa 1000 al giorno) e i dati ISTAT indicano per il 2011 (ultimo anno al momento disponibile) in 175.363 i decessi attribuibili alla malattia. “L’immuno-oncologia – conclude il prof. Pinto - rappresenta una forma di bioterapia: quest’ultima comprende tutti quei trattamenti che inducono modificazioni nel nostro organismo per favorire una forte reazione contro il tumore, senza distruggere direttamente le cellule malate. Le risposte cliniche possono manifestarsi anche alcuni mesi dopo l’inizio della somministrazione del farmaco immuno-oncologico, ma in genere durano più a lungo. Una progressione della malattia non implica in questi casi la necessaria rinuncia al trattamento come accade invece per i farmaci chemioterapici. Siamo quindi di fronte a un nuovo modo di valutare la terapia nei pazienti trattati. Nella chemioterapia tradizionale invece le risposte cliniche compaiono rapidamente, entro poche settimane, e l’eventuale sviluppo di una nuova lesione tumorale viene considerato come progressione della malattia che determina l’interruzione del trattamento in corso”. (ISABELLA SERMONTI)

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