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RISCHIO EMORRAGICO

Terapia anticoagulante su misura
grazie ad un nuovo 'test genetico'

17 Marzo 2015

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Uno studio pubblicato su Lancet a firma dei ricercatori del TIMI Study Group evidenzia che i pazienti con una particolare sensibilità genetica al warfarin, l’anticoagulante orale più usato nel mondo,  presentano un più elevato rischio di sanguinamento durante i primi mesi di trattamento e possono dunque trarre beneficio da un trattamento anticoagulante alternativo, ad esempio con uno dei nuovi anticoagulanti orali di recente entrati nella pratica clinica. Gli autori dello studio suggeriscono dunque di utilizzare il test genetico per individuare quei pazienti a più elevato rischio emorragico, per offrire loro il trattamento più adatto; questo approccio può aumentare la sicurezza della terapia anticoagulante, soprattutto nei primi tre mesi di trattamento. “Studiando il comportamento dei pazienti in terapia con warfarin, abbiamo riscontrato che alcune varianti genetiche possono fare la differenza in termini di rischio di sanguinamento – afferma Jessica Mega, primo autore dello studio e ricercatore senior del TIMI Study Group – Nei pazienti che sono sensibili o molto sensibili al warfarin abbiamo osservato un aumentato rischio di emorragia nei primi mesi dall’avvio del trattamento, mentre una notevole riduzione di questo rischio è emersa sempre in questa categoria di pazienti, quando trattati con edoxaban, un nuovo anticoagulante orale, al posto del warfarin”. Il warfarin è l’anticoagulante più utilizzato al mondo, in uso da almeno 60 anni. delle varianti particolari di due geni, CYP2C9 e VK0RC1, rilevabili attraverso un apposito test genetico, possono risultare utili nel determinare il giusto dosaggio di questo farmaco. Fino ad oggi tuttavia non era ancora mai stato dimostrato una relazione tra questi polimorfismi e un aumentato rischio di sanguinamento. Una sottoanalisi dell’ENGAGE AF-TIMI 48, un vasto studio internazionale, randomizzato e in doppio cieco all’interno dei quale i pazienti con fibrillazione atriale venivano trattati con edoxaban (un nuovo anticoagulante orale, inibitore del fattore X attivato) a basso o elevato dosaggio o con warfarin, al fine di prevenire l’ictus trombo-embolico che si può verificare nei pazienti con di fibrillazione atriale non valvolare, ha fatto emergere importanti correlazioni tra le differenze genetiche e la prognosi dei pazienti. Questo studio è il più ampio mai realizzato in questo campo finora (14.000 i pazienti arruolati) e ha avuto un follow up di circa 3 anni. Gli autori dello studio hanno assegnato i pazienti a tre gruppi sulla base delle loro caratteristiche genetiche di sensibilità al warfarin:  normali,  sensibili e  molto sensibili. Nell’arco dei primi tre mesi, i pazienti sensibili o molto sensibili al warfarin, trattati con questo anticoagulante hanno presentato un tasso di sanguinamento maggiore rispetto ai ‘normali’. Al contrario, l’edoxaban è risultato più efficace nel ridurre il rischio di sanguinamento ne soggetti sensibili o molto sensibili al warfarin. “Questi risultati – sottolinea il cardiologo americano Marc S. Sabatine, direttore del TIMI Study Group – sottolineano le potenzialità della genetica nella personalizzazione dei trattamenti e nel cucire su misura le terapie per i pazienti”. (LAURA MONTI)

 

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