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EUROPEAN HEMATOLOGY ASSOCIATION (EHA 2015)

Studi positivi per i pazienti affetti
da linfoma non-Hodgkin indolente

13 Giugno 2015

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Risultati incoraggianti emergono dallo studio registrativo di fase III, GADOLIN sui pazienti con linfoma non-Hodgkin (NHL) indolente refrattario al trattamento a base di rituximab (terapia standard), dimostrando che la combinazione obinutuzumab più bendamustina seguita da obinutuzumab in monoterapia è in grado di ridurre il rischio di progressione della malattia (PFS) del 45% (HR=0,55, p <0,0001) rispetto a bendamustina in monoterapia. Lo studio, inoltre, non ha identificato nessun nuovo evento avverso con la somministrazione di obinutuzumab. Come noto esistono due forme di linfoma: il linfoma di Hodgkin e il linfoma non-Hodgkin (NHL). Il NHL rappresenta circa l'85 per cento di tutti i linfomi diagnosticati. Circa 200.000 persone muoiono ogni anno di NHL in tutto il mondo e la malattia viene diagnosticata a circa una persona ogni 90 secondi. Esistono più di 60 forme diverse di NHL che rientrano in due sottoinsiemi: aggressivo e indolente (a crescita lenta). Il più comune di NHL indolente è il linfoma follicolare (FL), da cui è affetto circa il 25 per cento di tutti i pazienti con NHL. La maggior parte dei casi di NHL ha origine nei linfociti B, cellule che fanno parte del sistema immunitario dell'organismo contribuendo a difenderlo dalle infezioni. Il linfoma delle cellule B si sviluppa quando queste cellule diventano cancerose e iniziano a moltiplicarsi e a raccogliersi nel sistema linfatico ovvero nei linfonodi, nei tessuti linfatici o nella milza.

Il parere degli esperti. "Purtroppo, alcune persone affette da linfoma non-Hodgkin indolente hanno una malattia refrattaria alla terapia a base di rituximab, uno standard terapeutico. Siamo entusiasti di questi dati, che dimostrano che obinutuzumab potrebbe aiutare questi pazienti a cui, oggi, restano poche opzioni terapeutiche", commenta Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. “I pazienti refrattari a rituximab e che cioè non rispondono o progrediscono entro sei mesi dall’ultima esposizione a questo anticorpo monoclonale, hanno purtroppo una scarsa possibilità di rispondere a terapie successive – commenta il professor Umberto Vitolo, Direttore della struttura complessa di ematologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza Città di Torino - e tra le poche possibilità terapeutiche vi è il trapianto di cellule staminali autologhe o allogeniche, terapia possibile per pochi pazienti per problemi di età e situazione clinica. E’, quindi, molto importante per i pazienti e per noi clinici avere a disposizione una nuova possibilità terapeutica. Lo studio GADOLIN ci offre questa possibilità evidenziando come la combinazione di un nuovo anticorpo monoclonale anti CD20 il GA101 con la bendamustina determini un significativo aumento della sopravvivenza libera da malattia fino a circa 30 mesi. E’ un importante passo avanti perchè questo studio dimostra, inoltre, che il GA101 ha meccanismi di azione differenti dal rituximab funzionando appunto nei pazienti resistenti a quest’ultimo. Questa combinazione, inoltre, ha dimostrato un’ottima sicurezza con eventi avversi contenuti e può quindi rappresentare un nuovo standard terapeutico per i pazienti refrattari alla terapia standard”. I risultati dello studio GADOLIN sono stati presentati al 20° Congresso annuale dell'Associazione europea di ematologia (EHA) e verranno presentati alla 13a Conferenza internazionale sul linfoma maligno (ICML). (ISABELLA SERMONTI)

 

 

 

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