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FARMACI ORFANI

Da al 1° ‘orphan drug day’
tre nuove ipotesi di lavoro

10 Luglio 2015

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Ridanno la vista a chi l’ha persa, permettono a chi è affetto da rari tumori altrimenti mortali di vivere in buona salute per molti anni e consentono a persone affette dalla nascita da gravi malattie rare di  aver una vita simile a quella di soggetti sani. Possono avere nomi differenti ma ricadono tutti nella stessa famiglia: quella dei farmaci orfani o ‘Orphan Drug’. Ma di cosa sono orfani questi farmaci? Davvero non c’è ricerca e non c’è interesse delle aziende a portarli sul mercato? E l’Italia come partecipa allo sviluppo di queste nuove terapie? A queste domande si è cercato di dare una risposta nel corso del 1° ORPHAN DRUG DAY, un evento organizzato da Osservatorio Malattie Rare e dedicato al tema ‘Farmaci orfani, ricerca & sviluppo Made in Italy: il punto su progressi ed ostacoli’, realizzato grazie al contributo non condizionato di Alexion, Biomarin, Celgene, Genzyme, Orphan Europe e Shire. “I dati ci dicono che da quando questa designazione è stata introdotta, nel 1983 negli stati Uniti (Orphan Drug Act) e poi  anche in Europa (Regolamento CE n. 141/2000 e Regolamento CE n. 847/2000)  lo ‘status orfano’ è stato concesso a migliaia di molecole e terapie – ha spiegato la senatrice Laura Bianconi, coordinatrice dell’evento -  In Europa le designazioni orfane sono state ben 1163. C’è dunque ricerca, che però  ha  tempi particolarmente lunghi e peculiari difficoltà: su 1163 molecole che hanno ottenuto dall’Ema lo status ‘orfano’, infatti, solo 93 – cioè l’8% - hanno ad oggi avuto l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC). L’altro 92% è ancora per strada, oppure ha tradito le promesse fallendo”.

     
La situazione italiana. “L’Italia in questo settore è molto attiva – ha aggiunto Ilaria Ciancaleoni, direttore di Osservatorio Malattie Rare - il 20 % della sperimentazione clinica nel nostro paese è effettuata con farmaci orfani. Gli ultimi dati Aifa (2014) parlano di ben 117 trial clinici aperti, l’80% circa dei quali è arrivata alla fase II o alla fase III, le fasi della sperimentazioni più vicine al ‘letto del paziente’. Non sono però tutte rose e fiori. Se pure su 93 farmaci con l’AIC il 78% è già a disposizione dei pazienti, dopo aver passato tutto il lungo percorso di prezzo e rimborso con Aifa e l’inserimento nei prontuari regionali, c’è un 22% che sta ancora aspettando la fine di questo iter. Difficile sostenere che possa essere un problema di costi: stando ai dati del 2013 l’impatto dell’intera classe dei farmaci orfani è stato solo il 4,65 % dell’intera spesa farmaceutica”. “Quella che manca, probabilmente, è una cultura diffusa intorno a questo tema, e soprattutto uno sviluppo concreto di partnership tra accademia, industria, fondazioni di ricerca ed associazioni di pazienti che siano strutturate e durature – ha spiegato il professor Emilio Clementi del Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche ‘L. Sacco’ dell’Università di Milano e Direttore dell'UO di farmacologia clinica della azienda ospedaliera L. Sacco, che ha tenuto per l’occasione una Lectio Magistralis dal titolo ‘Peculiarità della ricerca e sviluppo dei farmaci orfani’  -  Qualcosa è stato fatto, per esempio l’accordo tra Telethon, IRCCS San Raffaele e GSK, ma non è sufficiente.  Bisogna stimolare questo tipo di collaborazioni  perché realmente possono facilitare la ricerca di bersagli terapeuticamente validi, accelerare ed affinare sia il disegno di farmaci innovativi che il processo clinico necessario al loro utilizzo sui pazienti”.

Le ipotesi di lavoro. Nel corso del 1° Orphan Drug Day sono stati presentati alcuni esempi eccellenti della ricerca italiana attraverso le esperienze di aziende come Chiesi Farmaceutici, Celgene, Shire e Dompè. La presentazione di questi ‘casi aziendali’ di ricerca e sviluppo di terapie orfane è stata l’occasione per lo svolgimento di una tavola rotonda nel corso della quale le istituzioni presenti hanno interrogato le aziende e i ricercatori sulle modalità con cui la ‘politica’ può essere di supporto a questo settore, generando un vantaggio per i pazienti, per la ricerca medico scientifica e per l’intera economia del Paese. Dal dibattito sono emerse sostanzialmente tre nuove ipotesi di lavoro:
           
1) Standardizzazione dei costi e riduzione dei tempi legati al lavoro dei comitati etici

“Nella ricerca clinica – ha spiegato Gianni De Crescenzo, direttore medico di Celgene – per rendere ancora più attrattivo un Paese che conta grandi individualità ed eccellenti centri di ricerca, possiamo e dobbiamo lavorare sui costi e sui tempi per le autorizzazioni. Oggi un’azienda che voglia fare ricerca deve, tra le spese, sia versare una quota ad AIFA, che al Comitato Etico Coordinatore, che ai singoli CE per la revisione dei protocolli di studio. Sarebbe auspicabile un tariffario delle prestazioni comune a tutti i centri di ricerca clinica, così da ridurre i tempi di negoziazione dei contratti. I tempi, poi, si potrebbero ridurre anche prevedendo che la valutazione amministrativa sia contestuale all’approvazione del comitato etico.  C’è poi il problema di una omogeneità, di una standardizzazione delle procedure dei CE, delle documentazioni da questi richieste, da una standardizzazione dei moduli dei Consensi Informati”. Tutte queste richieste, a costo zero per le strutture sanitarie – hanno convenuto le aziende presenti -  permetterebbero una drastica riduzione dei tempi di approvazione delle ricerche cliniche”.


2) Programmi “name patient”

“Sul piano dell’accesso alle terapie, in fase di sperimentazione, laddove l’arruolamento di un paziente negli studi clinici in corso non sia possibile, sarebbe necessaria una valutazione specifica del rischio/beneficio per poterne valutare comunque l’accesso al trattamento - ha detto Marcello Allegretti, direttore scientifico di Dompè – Casi di questo tipo dovrebbero essere considerati con grande attenzione dalle Autorità, prima di tutto a tutela dell’interesse del paziente ma anche in considerazione dell’enorme rilevanza che, nel campo delle patologie rare, può avere il dato clinico anche del singolo paziente, se raccolto nell’ambito di una sperimentazione controllata. In questi casi la richiesta di trattamento può essere ricondotta al ‘named patient basis’ secondo cui: “i medici possono anche ottenere promettenti medicine per i loro pazienti richiedendone la fornitura all’Azienda produttrice per poterli usare per il trattamento dei propri pazienti sotto la propria responsabilità”. La proposta in questo caso sarebbe quella di istituire un processo di valutazione formale da parte dell’Ente Regolatorio delle richieste di accesso ‘named patient basis’, almeno limitatamente ai casi di pazienti affetti da patologie rare”.


3) Il tema dell’hospital exemption

“Per quanto attiene alla sperimentazione di terapie avanzate, in particolare per le patologie orfane, la compresenza di Hospital Exemption, sviluppo clinico regolatorio e produzione industriale crea una serie di problemi – ha spiegato Andrea Chiesi, Direttore R&D Portfolio Management di Chiesi e CEO Holostem Terapie Avanzate – L’esperienza clinica in Hospital Exemption non è raccolta in studi formalizzati con dati interpretabili, lasciando lacune informative potenzialmente pericolose ed impedendo la transizione verso uno sviluppo metodologicamente corretto. I sistemi di farmacovigilanza sono incerti e non sempre consentono la gestione del profilo di sicurezza ed attività dei nuovi farmaci. Inoltre l’incertezza dell’ambiente nel lungo periodo scoraggia ulteriori investimenti nel settore, con possibili pesanti conseguenze per i pazienti che potrebbero trovarsi nella situazione di non vedere nuove terapie possibili raggiungere il mercato”. La proposta è dunque quella di ricercare una più chiara gestione a livello europeo, che si potrebbe raggiungere attraverso una definizione degli ambiti presenti e futuri dei vari approcci possibili, impedendo a priori la commistione e la compresenza di approcci così differenti. In questo senso il recente Decreto Lorenzin sulle Terapie Avanzate si pone come un importante contributo alla chiarezza, che potrebbe essere divulgato come ‘best practice’ anche in altri Paesi. (STEFANO SERMONTI)

  

 

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