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TUMORE OVARICO AVANZATO, OBIETTIVO ‘CRONICIZZAZIONE’

"Coi nuovi farmaci antiangiogenici
aumenta il tempo senza malattia"

5 Agosto 2015

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Qual è il percorso che porta alla formulazione della diagnosi di carcinoma ovarico?

Purtroppo il problema principale del tumore ovarico è che i sintomi sono poco specifici e quindi non permettono di effettuare una diagnosi. Questa neoplasia è ancora poco conosciuta dalla stessa classe medica: la comparsa di sintomi quali il gonfiore, il dolore addominale e la difficoltà ad andare in bagno, dovrebbe indurre la donna a recarsi dal proprio medico che a sua volta potrebbe sospettare tra le varie eventualità anche un tumore ovarico e sottoporre la paziente ad accertamenti. In questo caso, si procede prima con la visita ginecologica, poi con un’ecografia addominale e transvaginale e, qualora il dubbio venga confermato, con una TC e il dosaggio dei marcatori tumorali come il CA-125. Gran parte dei carcinomi ovarici sono già metastatici all’origine e quando è ancora di dimensioni molto ridotte il tumore ‘sgocciola’ e va a cadere sull’ovaio e nel peritoneo. Purtroppo ancor oggi il 75-80% delle diagnosi di tumore ovarico avviene quando il tumore è in fase avanzata.

 

Quali sono attualmente le strategie e le opzioni terapeutiche disponibili per il tumore ovarico?

Una volta confermata la diagnosi di tumore ovarico la prima cosa che la donna dovrebbe fare è rivolgersi a un Centro di grande esperienza in questo tipo di tumore. La tappa successiva del percorso di cura è in genere la chirurgia che ha come obiettivo quello di ridurre il tumore, anche se è già in fase avanzata, rimuovendo tutta la massa tumorale possibile (tumore residuo assente macroscopicamente). Terza tappa, la chemioterapia di prima linea che va sempre prescritta. In qualche raro caso molto selezionato, in cui la malattia è troppo estesa o le condizioni generali della paziente sono particolarmente compromesse, si può iniziare con la chemioterapia per ridurre il tumore prima di procedere chirurgicamente. Oggi abbiamo diversi chemioterapici, tradizionali e di nuovo tipo, che si possono usare da soli o in combinazione e possono cronicizzare la malattia assicurando alle donne una buona sopravvivenza. 

 

Che importanza ha avuto di recente, dopo quasi quindici anni di assenza di novità rilevanti, l’avvento delle terapie mirate anti-angiogenesi? Come funzionano e come vengono utilizzate in combinazione con la terapia tradizionale?

L’arrivo dei nuovi farmaci anti-angiogenici è stato un grande passo in avanti nel trattamento del tumore ovarico. Bevacizumab, il primo di questi farmaci a essere utilizzato contro il tumore ovarico, aumenta gli intervalli tra le recidive, ossia è in grado di assicurare un tempo più lungo senza malattia, e senza gli effetti collaterali propri della chemioterapia. Bevacizumab, approvato come farmaco di prima linea, rimborsabile, viene utilizzato in combinazione con sei cicli di chemioterapia e somministrato per 15 mesi dall’inizio della chemio. Gli anti-angiogenici come bevacizumab agiscono in modo mirato sul processo di vascolarizzazione: sappiamo che il tumore per svilupparsi e crescere libera una serie di sostanze, tra cui fattori di crescita vascolari, che stimolano la neoformazione di vasi. I farmaci anti-angiogenici agiscono in modo mirato sul fattore che promuove la crescita dei vasi sanguigni, limitando così la crescita del tumore e la metastatizzazione.

 

Quali obiettivi si pone lo specialista per la paziente nell’approccio al tumore ovarico nelle diverse forme di malattia?

Per il tumore ovarico in stadio iniziale, l’approccio terapeutico ha sempre come obiettivo la guarigione. Negli stadi avanzati la guarigione si può raggiungere nel 30% dei casi, mentre per il 70% delle pazienti bisogna focalizzare l’obiettivo sulla cronicizzazione della malattia, utilizzando le migliori terapie disponibili per assicurare alle pazienti la maggiore sopravvivenza e la migliore qualità di vita possibile.

 

Un aspetto frequente e drammatico della storia del tumore ovarico è la comparsa delle recidive di malattia: in che misura si ripresentano e come vengono gestite?

Le recidive sono un problema enorme, perché si manifestano nel 70-80% dei casi nonostante il tumore ovarico sia molto responsivo alla chemioterapia. Il ritorno del tumore è quasi la regola e l’obiettivo dei trattamenti diventa appunto quello di cronicizzare la malattia. In generale, la recidiva si tratta con la chemioterapia ma se è localizzata si può pensare di asportarla chirurgicamente prima di iniziare la chemioterapia. Oggi per trattare le recidive possiamo usare in combinazione con la chemioterapia anche i farmaci anti-angiogenici, se non sono già stati utilizzati in precedenza. Ma il messaggio importante da dare alle pazienti è che la comparsa di una recidiva non pregiudica la possibilità di essere curate e, come ho detto, oggi abbiamo diverse opzioni che ci permettono di farlo. (EUGENIA SERMONTI)

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