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SOCIETÀ ITALIANA DI TERAPIA ANTINFETTIVA

Aumentano le antibiotico resistenze
Come affrontare questa emergenza?

L’industria farmaceutica ha sempre ‘parato il colpo’, ma da qualche anno non è più così: i nuovi antibiotici sono sempre meno e i batteri stanno prendendo il sopravvento

8 Aprile 2016

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Aumentano le antibiotico resistenzeCome affrontare questa emergenza?

Sono oltre 70 anni che utilizziamo gli antibiotici, e ormai i batteri hanno dimostrato di avere una incredibile capacità di resistenza, riuscendo di volta in volta ad adattarsi alla presenza del nuovo ‘veleno’ e diventando ad esso resistenti. Nel corso degli anni l'industria farmaceutica e la ricerca indipendente sono sempre riuscite a ‘parare il colpo’, mettendo di volta in volta a disposizione dei medici nuove armi, ma da un po' di tempo non e più così: per vari motivi, i nuovi antibiotici sono pochi e sembra che i batteri stiano riprendendo il sopravvento, e si stanno diffondendo ceppi particolari di batteri contro cui i comuni antibiotici non sono più attivi. In Italia, ai primi tre posti tra le infezioni in ospedale ci sono la Klebsiella, l’Escherichia coli e la Pseudomonas aeruginosa. Si tratta purtroppo di tre specie che comprendono anche ceppi ultraresistenti, sensibili a pochissimi antibiotici, che recentemente si sono diffusi negli ospedali italiani raggiungendo, in alcuni casi, numeri preoccupanti. “I provvedimenti da mettere in atto per contrastare la diffusione di questi micro-organismi sono ben conosciuti, ma non facilmente applicabili – sostiene il professor Claudio Viscoli, presidente della Società Italiana di Terapia Antinfettiva – L’educazione degli operatori sanitari al lavaggio delle mani e all’utilizzo dei guanti, lo screening dei portatori di questi batteri e il loro isolamento, lo screening dei contatti e la diagnosi microbiologica rapida sono azioni che, se applicate tutte insieme e da tutti gli ospedali, potrebbero arrestare questo preoccupante fenomeno. Mettere in atto tutto questo richiede un’azione centralizzata, che finora è mancata”.

Di chi è la colpa? Tra le cause dell’aumento delle resistenze ha avuto un ruolo determinante anche l’uso improprio dei vecchi antibiotici. In Italia, per esempio, nonostante le numerose campagne di comunicazione del Ministero, vengono prescritti troppi antibiotici: oltre il 50% dei pazienti ricoverati in ospedale viene sottoposto a questo tipo di terapia. L’eccessivo uso, spesso non corretto, di questi farmaci ha portato a un incremento rilevante delle resistenze batteriche. “L’Italia è ai primi posti in Europa per antibiotico-resistenza. Recentemente, infatti, si sono evoluti ceppi capaci di resistere alla maggior parte degli antibiotici disponibili – afferma il professor Gian Maria Rossolini, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia di A.O.U. Careggi di Firenze – Sembra quasi di tornare indietro di oltre mezzo secolo, quando non esistevano farmaci per trattare le infezioni, importante causa di morte. La resistenza agli antibiotici rende i batteri insensibili a questi farmaci e, nello stesso tempo, riduce le possibilità di trattamenti efficaci. Questo fenomeno tende ad essere particolarmente rilevante tra i batteri responsabili delle infezioni nosocomiali (dove si fa tipicamente più uso di antibiotici) e rende molto più complicato il trattamento di queste infezioni, allungando tempi di degenza, quindi costi per il SSN, oltre ad aumentare il rischio per il paziente”.

Cosa fare. La mortalità nelle infezioni sostenute da batteri multiresistenti è molto elevata, si aggira, infatti, intorno al 40-50%. E’ necessario pertanto mettere in atto delle misure volte a razionalizzare l’uso degli antibiotici, a migliorare le norme di igiene sanitaria e, in primis, individuare le strategie terapeutiche adeguate. “Da fine marzo, sarà disponibile negli ospedali italiani la fosfomicina, un antibiotico ad ampio spettro d’azione, estremamente utile nella terapia delle Klebsielle multiresistenti – dichiara il professor Ercole Concia, direttore della Clinica Malattie Infettive e Tropicali A.O.U. di Verona – Il farmaco, che dovrà essere utilizzato in associazione con altri antibiotici, presenta un ottimo profilo di sicurezza e tollerabilità, si diffonde bene nell’organismo, può essere somministrato sia agli adulti che ai bambini, neonati inclusi. La molecola mostra un ampio spettro di attività che comprende diversi batteri gram-negativi e gram-positivi anche multiresistenti: è attiva contro la maggior parte dei ceppi di Pseudomonas aeruginosa e di diverse Enterobacteriaceae multi-resistenti”.

La ricerca. Di certo i risultati della ricerca sugli antibiotici hanno subito una battuta d’arresto: tra il 1983 e il 1987 i nuovi antibiotici sono stati 16, negli anni ‘90 solo 10 mentre tra il 2003 e il 2007 quelli presentati sono scesi a 5. Il motivo di questo calo è di tipo economico piuttosto che scientifico: le aziende hanno preferito puntare su trattamenti destinati a essere più duraturi nel corso del tempo invece che puntare su nuovi antibiotici, destinati ad un numero ristretto di pazienti e mirati ad un numero ridotto di infezioni. “All’orizzonte, comunque, si intravedono alcuni nuovi antibiotici molto interessanti: nuove combinazioni di inibitori delle betalattamasi - precisa Matteo Bassetti, direttore della Clinica delle Malattie Infettive A.O.U. Santa Maria Misericordia di Udine - in grado di ripristinare l’attività degli antibiotici, soprattutto nei confronti dei gram-negativi resistenti. Passeranno anni, comunque, prima che questi farmaci possano essere in commercio, con il rischio che i batteri imparino velocemente a rendere inattivi anche questi nuovi antibiotici. Nel frattempo, alcuni dei ‘vecchi’ farmaci poco utilizzati fino ad oggi, ma dotati di una notevole attività microbiologica come la fosfomicina, potrebbero aiutare a colmare questo momentaneo ‘gap’. (W. S.)

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