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SECONDO L’INDAGINE PAIN IN ITALY

Dolore ‘cronico’ per 1 italiano su 2
cure assenti e spesso inappropriate

22 Aprile 2016

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Circa la metà degli italiani soffre di un dolore cronico, che è legato in genere a patologie di natura artrosica e, nella maggior parte dei casi, si protrae per parecchi mesi. Nonostante il 90% dei pazienti sia colpito da una sofferenza di intensità moderata-severa, 1 su 3 non riceve alcun trattamento; chi segue invece una cura antalgica spesso assume terapie non appropriate, che si caratterizzano per un impiego ancora limitato di oppioidi e un uso eccessivo di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), gravati dal rischio di eventi avversi a carico di stomaco e cuore. Questi, in sintesi, alcuni risultati dell’indagine ‘Pain in Italy’, promossa da Movimento Consumatori, in collaborazione con il Centro Studi Mundipharma, e presentata oggi in conferenza stampa a Milano. La ricerca, svolta da ottobre a dicembre 2015 su un campione di oltre 2.200 italiani di età adulta (52,5% donne), è stata condotta sia attraverso la compilazione di un questionario online, pubblicato sul sito di Movimento Consumatori, sia tramite interviste face to face realizzate dai volontari alle persone che accedevano agli sportelli associativi presenti in 8 città italiane (Torino, Milano, Livorno, Roma, Foggia, Andria, Palermo, Caltanissetta). Obiettivo dell’indagine: tracciare un quadro aggiornato della ‘malattia dolore’ in Italia, a distanza di 6 anni dalla Legge 38/2010 e a oltre un decennio da ‘Pain in Europe’, una delle ultime e più articolate survey sull’argomento, che aveva evidenziato nel nostro Paese una prevalenza del problema pari al 26% della popolazione.

“Siamo particolarmente soddisfatti per l’interesse e le adesioni che ha riscosso l’indagine ‘Pain in Italy’ – afferma Alessandro Mostaccio, Segretario Generale Movimento Consumatori – In realtà, siamo anche un po’ sorpresi; sinceramente non pensavamo che i cittadini fossero così disponibili a confrontarsi con un tema tanto ‘intimo’ come il proprio dolore: segno che si tratta di una problematica di forte attualità, su cui gli italiani hanno desiderio di essere ascoltati e trovare conforto. I risultati emersi sono, tra l’altro, molto significativi, se si pensa che il problema tocca da vicino 1 cittadino su 2. Il prossimo step, ora, dopo aver sondato il vissuto e indagato le modalità terapeutiche in atto, sarà monitorare a che punto siano le Regioni italiane rispetto al recepimento della Legge 38. Riteniamo, infatti, che solo tramite una sua puntuale attuazione i cittadini italiani potranno nutrire la ragionevole speranza di accrescere la propria soddisfazione sull’efficacia delle cure, alle quali devono necessariamente sottoporsi”. Analizzando nel dettaglio i risultati della ricerca, si scopre che il 46,4% del campione deve fare i conti con un dolore cronico che, nell’87% dei casi, perdura da almeno 6 mesi. La sua causa principale è una forma di artrosi (49,8%), seguita da mal di testa/emicrania (19,9%) e artrite (14,4%), mentre un’origine oncologica si riscontra solo nel 4% dei rispondenti.

Gli intervistati dichiarano di convivere con un dolore di grado severo (47,5%) o moderato (42%); per 7 su 10, le condizioni fisiche sono tali da compromettere la qualità di vita, con importanti ripercussioni sullo svolgimento delle attività quotidiane (65%), sul riposo notturno (45%) e sulle mansioni lavorative (36,4%). Spesso i pazienti cercano sostegno all’interno delle mura domestiche - confidandosi con il partner (51%) o un familiare (30%) - o nella cerchia delle proprie amicizie (26%), anche se il medico (73,5%) resta il principale interlocutore con cui parlano della loro problematica. Ma come vengono curati oggi gli italiani afflitti da una sofferenza cronica? Innanzitutto, la survey ha rilevato che, in quasi il 60% dei casi, la sintomatologia dolorosa non viene misurata in maniera costante durante ogni visita, contravvenendo così a quanto stabilisce la stessa Legge 38, che invita a monitorare regolarmente l’andamento del dolore per poter impostare una corretta terapia antalgica.

Inoltre, il 33% del campione che lamenta una qualche forma di sofferenza fisica non riceve alcun tipo di trattamento, mentre a coloro che sono sottoposti a un regime terapeutico vengono spesso somministrate cure inappropriate. Anche quando il dolore cronico aumenta di intensità, infatti, in oltre il 51% dei casi si continua a ricorrere ai farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), il cui impiego è sconsigliato nelle terapie di lungo periodo da numerose Linee Guida e dalle Autorità regolatorie italiane (AIFA) ed europee (EMA), a causa dei gravi danni che possono determinare a livello gastrico e cardiovascolare. Al contrario, gli oppioidi forti, farmaci d’elezione per il trattamento del dolore sia moderato che severo, sono utilizzati – rispettivamente – soltanto nel 6,6% e nel 21% dei casi. Infine, circa 4 intervistati su 10 sono poco (36,8%) o per nulla (4,4%) soddisfatti delle terapie, prescritte in primo luogo dal Medico di Medicina Generale (64,4%), seguìto dallo specialista (54,6%).

“Dalla ricerca emerge una situazione italiana ancora preoccupante – commenta Vittorio Schweiger, ricercatore universitario e Direttore Struttura Semplice Terapia del Dolore, Azienda Ospedaliero Universitaria Integrata di Verona – E’ aumentata in modo rilevante la percentuale di cittadini con dolore persistente; vi è inoltre una prevalenza di patologie artrosiche, come mal di schiena o problemi alle articolazioni, e una sofferenza di grado severo in quasi metà degli intervistati. Nonostante molto si sia fatto per divulgare la cultura della valutazione del dolore – prosegue Schweiger - tale aspetto è ancora sottovalutato, con una rilevante percentuale di pazienti in cui la sofferenza non viene mai misurata o misurata raramente, impedendo di fatto un trattamento puntuale e un monitoraggio costante della sintomatologia. Inoltre, il consumo di FANS in Italia risulta ancora troppo elevato, benché questi farmaci debbano essere utilizzati solo per breve tempo, a causa del marcato aumento del rischio di eventi cardiovascolari. Al contrario, oggi le evidenze scientifiche suggeriscono di trattare il dolore moderato-severo con bassi dosaggi di oppioidi forti, più efficaci e con minori effetti collaterali. Sicuramente occorre compiere ancora un grande sforzo per sensibilizzare gli operatori sanitari sulla valutazione del dolore e sull’appropriatezza del suo trattamento, quale obiettivo etico e assistenziale fondamentale per assicurare una migliore qualità delle cure erogate”.

“Benché negli ultimi anni sia cresciuta l’attenzione delle Istituzioni e della comunità medica verso il problema – dichiara Marco Filippini, General Manager di Mundipharma Italia – l’indagine presentata oggi dimostra che, nel nostro Paese, la gestione del dolore è ancora ben lontana dal potersi definire ottimale. Sono sempre troppo numerosi i casi in cui la sofferenza dei pazienti non viene misurata né trattata, oppure è affrontata con terapie inadeguate. L’impiego di farmaci oppioidi, molto limitato, sconta tuttora retaggi culturali e timori infondati circa un presunto rischio di dipendenza, che tuttavia non riguarda la realtà italiana, dove il consumo di oppiacei a scopo analgesico è tra i più bassi in Occidente. I dati da poco pubblicati su Lancet – conclude Filippini – confermano questa marcata disparità: l’Italia supera di poco le 3.900 Dosi Definite Giornaliere (DDD) per milione di abitanti, contro le oltre 23.300 in Germania, 20.000 in Austria, 9.000 in Spagna, 6.000 in Francia e addirittura oltre 43.800 negli USA”.(WOLFGANG CORDSEN)

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