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ORIZZONTI INTERNAZIONALI


“Consolidare l’altissima qualità
della neurochirurgia del Gemelli”

7 Agosto 2016

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Allargare l’orizzonte internazionale della neurochirurgia del Gemelli grazie a nuove e importanti collaborazioni scientifiche e a scambi nel campo della ricerca e della formazione di giovani specializzandi con scuole mediche all’avanguardia nel mondo. Il tutto inserito in un programma elaborato in forza di oltre 30 anni di esperienza al vertice di una delle più prestigiose istituzioni mediche degli Stati Uniti, avvalendosi sia delle capacità di esperto in tecniche operatorie avanzate, sia di quelle manageriali mirate all’evoluzione dell’organizzazione clinica, sia di quelle di progettazione e sviluppo di programmi di ricerca. Sono alcuni dei passi significativi compiuti da Alessandro Olivi, sessantuno anni, neurochirurgo di fama mondiale, da quando è arrivato al Policlinico Gemelli, lo scorso gennaio, con l’incarico di Ordinario di Neurochirurgia all'Università Cattolica e direttore della Unità Operativa Complessa di Neurochirurgia dell’ospedale universitario.

Professor Olivi, un percorso da primatista mondiale: con oltre 5mila interventi all'attivo come primo operatore è tornato in Italia dopo 33 anni trascorsi negli USA, dove fra l’altro ha fatto parte per molti anni del National Comprensive Cancer Network (NCCN) per i tumori del sistema nervoso centrale, il panel di esperti che definisce le linee guida statunitensi, le più consultate al mondo. Condito da circa 150 pubblicazioni indicizzate su Pubmed, con un indice di Hirsh (Google Scholar) pari a 41 che lo colloca in una posizione prominente per prolificità e autorevolezza…

La mia storia di clinico a livello internazionale ha inizio appena laureato in medicina, a Padova, nel 1979, quando ho scelto la via americana alla neurochirurgia: sentivo forte l’esigenza di cogliere opportunità di crescita accademica e professionale coerenti con la mia età anagrafica, senza dover ‘subire’ la trafila italiana che non sempre concede ai giovani opportunità adeguate alle proprie qualità. La prima destinazione come ricercatore è Cincinnati, Ohio, dove conseguo la specializzazione, quindi mi trasferisco nel 1988 a Baltimora, nel Maryland, dove accedo al prestigioso Johns Hopkins Hospital, iniziando con una fellowship in Brain tumors, quindi salendo tutti i gradini della carriera di neurochirurgo e di accademico. Ho declinato un’offerta prestigiosa per tornare in Italia nel 2004, quando a Baltimora sono stato coinvolto come capo di un progetto di ricerca sostenuto dal NIH, National Institute of Health.

A quel punto è diventato uno dei neurochirurghi più affermati e noti, assumendo il ruolo di professor of Neurosurgery and Oncology e di director of Division of Neurosurgical Oncology della The Johns Hopkins University School of Medicine

Ed è stato proprio all'apice della carriera che ho fatto questa nuova scelta: ‘We are coming home’ si torna in Italia, dopo una breve consultazione sui social con amici fidati, incoraggiato pubblicamente su Twitter al rientro anche dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. L’esperienza americana mi ha completato come clinical scientist, figura che secondo me deve essere molto coltivata anche in queste situazioni: persone che usano modelli all’avanguardia di assistenza clinica, ma non si limitano a quello, guardano oltre, a quello che si può offrire ai nostri pazienti come innovazione, soprattutto in campi così tremendamente importanti per quanto riguarda i nuovi trattamenti.

A quali fa riferimento, in particolare?

Per i tumori cerebrali benigni, per esempio, c’è la sfida di poterli rimuovere senza avere conseguenze negative per i pazienti e giungere alla guarigione; ma anche e soprattutto per i tumori cerebrali maligni, per i quali l’aspetto biologico è troppo spesso ancora una 'condanna', nel senso che si tratta di tumori non completamente guaribili, c’è una richiesta incredibile e la ricerca incessante di nuovi trattamenti che possano consentire a chi ne è colpito non solo un prolungamento dell’esistenza, ma anche una buona qualità della vita.

Con quali obiettivi ha intrapreso questa nuova esperienza italiana?

Il primo è senza dubbio quello di realizzare al Gemelli (e in Italia) modelli innovativi di assistenza clinica, grazie al proprio bagaglio di esperienza e all’esempio del maestro. Al riguardo, nei primi mesi di attività, si è lavorato sull’organizzazione clinica con la creazione di un gruppo di 'intensivisti' che possono prendersi cura dei pazienti dopo gli interventi in un’area del Centro di Rianimazione dedicata esclusivamente alla neurochirurgia. Si sono già ottenuti progressi nell’efficientamento dell’organizzazione mirata al malato neurochirurgico. Il lavoro del mio team e mio su casi di particolare delicatezza e complessità ha permesso in questo primo periodo di conseguire risultati di grande soddisfazione.

Ad esempio?

Cito il completamento,  con successo, di una resezione totale di un tumore spinale raro, attraverso un approccio chirurgico mai usato prima al Policlinico Gemelli, che ha coinvolto in modo sincrono e multidisciplinare diverse aree specialistiche, coordinato e diretto, in due tempi, proprio da me.

Questo per quanto riguarda l’esperienza internazionale. E per l’Italia?

Formare le generazioni e creare una scuola fondata sulle partnership e sugli scambi scientifici internazionali, passaggio fondamentale che costituisce parte integrante della mia scelta di tornare in Italia. La mia realizzazione professionale non è solo quella di aver eseguito degli interventi molto importanti e di essere diventato un neurochirurgo di successo: non sarò davvero soddisfatto se non riuscirò a lasciare un’impronta a una nuova generazione di neurochirurghi, a ispirarla, perché spetta ai medici oggi in formazione, superare una mentalità troppo ancorata al 'culto della personalità', ristretta al solo luminare che è il ‘Dio in terra’, ma che non trasmette sapere, competenze e umanità nella propria missione di medico.

E che situazione ha trovato qui, al policlinico Gemelli?

La piacevole sorpresa nel mio ritorno è stata proprio nella qualità delle risorse umane che ho incontrato. Ho trovato giovani specializzandi che sono stati da subito disponibili, mettendo in campo ottime capacità, sia dal punto di vista intellettivo, sia di curiosità nella ricerca, sia umano: presupposti fondamentali per formare un gruppo molto solido”.

Un ‘sogno nel cassetto’?

Contribuire alla crescita accademica della nostra Scuola che riguarda i metodi e i modelli formativi, la ricerca clinica e l’internazionalizzazione, grazie allo stretto legame di network con istituzioni accademiche nord americane di assoluto livello mondiale: è un aspetto fondamentale perché si traduce nella partecipazione a trial clinici internazionali, che possano finalmente dare risposte ai malati di patologie neurochirurgiche oggi non guaribili grazie alla scoperta  di nuovi trattamenti sia chirurgici sia farmacologici; mi batterò perché l’Italia, e in particolare il Gemelli, sieda al tavolo dei Paesi leader nel campo della neurochirurgia”. (EUGENIA SERMONTI)

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