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ROMA. EUROPEAN CONGRESS OF CARDIOLOGY 2016/6

Bambini. Cuore artificiale efficace
in attesa di un organo compatibile

2 Settembre 2016

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Dal 2002 al 2011 sono 204 i cuoricini che hanno ricominciato a battere nel cuore di piccoli pazienti italiani. Il 54% dei pazienti soffriva di cardiomiopatie e il 31% di problemi congeniti. Bambini anche molto piccoli: il 16% dei trapiantati aveva tra 4 e 8 anni, il 22% tra 9 e 13 e un altro 22% tra 14 e 17. Tradizione permessa da centri di riferimento nazionale come Roma e Bergamo ma anche da dispositivi elettromeccanici impiantabili (VAD) che aiutano il cuore nella sua funzione di pompa meccanica in attesa che sia disponibile un organo da donatore. È avvenuto a gennaio di quest’anno a Roma – spiega Leonardo Bolognese, direttore della cardiologia dell’ospedale di Arezzo e local press coordinator del congresso ESC – presso l’ospedale pediatrico Bambin Gesù il primo trapianto pediatrico di cuore artificiale: ne ha beneficiato una ragazza di 16 anni che rischiava di morire a causa di una cardiomiopatia dilatativa severa. Lo strumento preleva il sangue dai ventricoli e lo aiuta a raggiungere gli organi vitali come farebbe un cuore sano e viene usato sia come ausilio nei pazienti in attesa di un organo compatibile sia per coloro che non sono eleggibili per un trapianto.

“Durante il congresso ESC a Roma è stata presentata una ricerca dell’ospedale universitario di Lione – aggiunge Francesco Romeo, direttore della cardiologia del Policlinico ‘Tor Vergata’ di Roma e local press coordinator del congresso – che si è proposto di analizzare l’efficacia dell’impianto del Ventricular Assist Device (VAD) che ha funzionato da ‘ponte’ verso il trapianto di cuore. Si tratta di una analisi retrospettiva su dati clinici, demografici e outcome a lungo termine di 21 pazienti con meno di 18 anni a cui era stato impiantato il device ventricolare prima del trapianto di cuore in un periodo compreso tra il 2005 e il 2015. L’età media in cui era stato impiantato il dispositivo era 5,6 anni per un periodo di circa 30 giorni e purtroppo due casi hanno avuto un infarto nonostante l’impianto di cuore artificiale e uno è stato vittima di una emorragia digestiva severa”.

Le ragioni che rendevano necessario un cuore nuovo era una cardiomiopatia dilatativa in 19 casi e disturbo congenito nei rimanenti 2. Nel periodo di osservazione si sono verificati tre decessi di cui uno immediatamente dopo il trapianto a causa di un rigetto e altri due per sepsi severa, tutti gli altri pazienti hanno avuto una normale reazione e sopravvivenza all’impianto con ratei di sopravvivenza del 95% ad un anno, dell’89% a 5 anni e del 65% a 10 anni. Le conclusioni dei ricercatori sono state valutate favorevoli: il supporto del VAD si è mostrato particolarmente importante per allungare la sopravvivenza degli aspiranti ad un trapianto di cuore con un incidenza estremamente bassa di infezioni e di rigetto acuto. (EUGENIA SERMONTI)

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