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XVI RAPPORTO OSSERVASALUTE

Cattive abitudini e cronicità
i problemi di salute dell’Italia

Gli italiani sono in sovrappeso e restii ad abbandonare il fumo. Malgrado questo, si vive ancora a lungo nel nostro Paese, situazione che però comporta costi ingestibili per il servizio sanitario nazionale

3 Giugno 2019

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Walter Ricciardi e Alessandro Solipaca

Walter Ricciardi e Alessandro Solipaca

Fumo, sedentarietà e alimentazione sbagliata: sono questi i tre grandi vizi che minano la salute degli italiani. L’aspetto più preoccupante è la resistenza al cambiamento che si riscontra nel nostro Paese, dove, malgrado il costante impegno nell’aumentare la consapevolezza dei danni causati da queste abitudini, sono ben pochi ad abbandonarle. Per fortuna a ‘mettere una pezza’ ci pensano i miglioramenti nell’assistenza sanitaria e gli avanzamenti della ricerca scientifica, grazie ai quali in Italia si muore sempre di meno. Questo emerge dalla XVI edizione del Rapporto Osservasalute, curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica presso la sede di Roma, con la direzione scientifica di Alessandro Solipaca, e la direzione di Walter Ricciardi, professore ordinario di igiene generale e applicata all’Università Cattolica. Un volume di 639 pagine, frutto del lavoro di 318 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso università, agenzie regionali e provinciali di sanità, assessorati regionali e provinciali, aziende ospedaliere e aziende sanitarie, Istituto superiore di sanità, Consiglio nazionale delle ricerche, Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori, ministero della Salute, Agenzia italiana del farmaco, Istat. Suddiviso in due parti principali - la prima dedicata alla salute e ai bisogni della popolazione, la seconda ai sistemi sanitari regionali nonché alla qualità dei servizi.

Quanto viviamo. Un dato rilevante per la salute degli italiani è rappresentato dalla forte riduzione della mortalità prematura - indicatore del Sustainable development goals delle Nazioni unite calcolato rispetto alle principali cause di morte della fascia di età 30-69 anni - diminuita, dal 2004 al 2016, del 26,5 per cento per gli uomini e del 17,3 per cento per le donne. In generale, il tasso di mortalità si è ridotto di oltre il 50 per cento nel periodo 1980-2015 ed il contributo delle malattie cardiovascolari è stato quello che più ha influito sul trend in discesa della mortalità. Si muore meno anche di tumori che restano, però, la prima causa di morte tra i 19-64 anni: nell’arco di tempo compreso tra il 2006-2016, diminuisce del 24 per cento per gli uomini (da 12,5 a 9,5 per 10 mila) e del 12,6 per cento per le donne (da 8,7 a 7,6 decessi per 10 mila). La mortalità neonatale e infantile è significativamente diminuita nel nostro Paese e ha raggiunto livelli tra i più bassi del mondo, anche migliori di quelli osservati nei Paesi occidentali più sviluppati. Il tasso di mortalità infantile è passato da 3,16 decessi per mille nati vivi a 2,81 per mille nell’arco temporale 2010-2016. Non a caso l’Italia, con 83,4 anni di vita media attesa alla nascita nel 2016, è da anni uno dei paesi più longevi nel contesto internazionale, secondo dopo la Spagna (83,5 anni) tra i Paesi dell’Unione europea (Ue). Sempre nel 2016, il nostro Paese si colloca direttamente al primo posto in Europa per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81,0 anni), secondo gli ultimi dati disponibili da fonte europea Eurostat.Per le donne, invece, si colloca al terzo posto (con 85,6 anni) dopo Spagna (86,3 anni) e Francia (85,7 anni). L’Italia, rispetto alla media dei Paesi dell’UE, presenta un vantaggio di circa 3 anni per gli uomini (la media dell’UE è pari a 78,2 anni) e 2,0 anni per le donne (la media dell’Ue è 83,6 anni).

Gli stili di vita. Sono circa 10 milioni e 370 mila i fumatori in Italia nel 2017, poco più di 6 milioni e 300 mila uomini e poco più di 4 milioni e 70 mila donne. Si tratta del 19,7 per cento della popolazione di 14 anni ed oltre. Il numero di coloro che fumano è rimasto pressoché costante a partire dal 2014. In Italia, nel 2017, si conferma che più di un terzo della popolazione di età 18 anni ed oltre (35,4 per cento) è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su dieci è obesa (10,5 per cento); complessivamente, il 45,9 per cento dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale. Questi valori non presentano variazioni significative rispetto al 2016. In Italia, la quota dei bambini e degli adolescenti in eccesso di peso è pari al 24,2 per cento.L’eccesso di peso raggiunge la prevalenza più elevata tra i bambini di età 6-10 anni risultando pari a 32,9 per cento. Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a raggiungere il valore minimo tra i ragazzi di età 14-17 anni(14,4 per cento). Dai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) relativi alla raccolta del 2012-2013 avvenuta in 19 Paesi l’Italia è risultata tra i Paesi a più alta prevalenza di sovrappeso e obesità nei bambini di età 8-9 anni insieme a Grecia e Spagna, mentre i Paesi del Nord Europa presentano prevalenze più basse. I dati di lungo periodo evidenziano un aumento della propensione alla pratica sportiva in modo  continuativo (dal 19,1 per cento del 2001 al 24,8 per cento del 2017), tuttavia i sedentari sono ancora molti, oltre 22,4 milioni, pari al 38,1 per cento della popolazione.

Cronicità, quanto ci costa! L’Italia è sempre più vecchia e gravata da malattie croniche la cui gestione, infatti, incide per circa l’80 per cento dei costi sanitari.Nel 2017, il costo medio annuo grezzo della popolazione in carico ai medici di medicina generale (Mmg) del network Healthsearch, affetta da almeno una patologia cronica è stato di 708 €. Sono presenti differenze di genere nei costi generati per il Servizio sanitatio nazionale (Ssn); infatti, i pazienti uomini affetti da almeno una patologia cronica hanno generato un costo medio annuo superiore a quello delle donne (738 € vs 685 €). I costi medi annui sostenuti dal Ssn per i pazienti cronici aumentano progressivamente al crescere dell’età, raggiungendo il picco nelle fasce di età 80-84 anni (1.129 €) e 75-79 anni (1.115 €), per poi calare leggermente nelle classi di età successive.

Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai Mmg riferiscono che mediamente in un anno si spendono 1.500 € per un paziente con uno scompenso cardiaco congestizio, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6 per cento delle prescrizioni farmaceutiche a carico del Ssn, il 4 per cento delle richieste di visite specialistiche e il 4,1 per cento per le prescrizioni di accertamenti diagnostici. Circa 1.400 € annui li assorbe un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, il quale è destinatario del 16 per cento delle prescrizioni farmaceutiche a carico del Ssn, del 10,6 per cento delle richieste di visite specialistiche e del 10,1 per cento degli accertamenti diagnostici. Quasi 1.300 € vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2, il quale assorbe il 24,7 per cento delle prescrizioni farmaceutiche a carico del Ssn il 18,5 per cento delle richieste di visite specialistiche e il 18,2 per cento degli accertamenti diagnostici. Un paziente affetto da osteoporosi costa circa 900 € annui, poiché è destinatario del 40,7 per cento delle prescrizioni farmaceutiche a carico del Ssn, del 35,0 per cento delle richieste di visite specialistiche e del 32,0 per cento degli accertamenti diagnostici. Costa, invece, 864 € un paziente con ipertensione arteriosa che assorbe mediamente in un anno il 68,2 per cento di tutte le prescrizioni farmaceutiche a carico del Ssn, il 52,2 per cento delle richieste di visite specialistiche e il 51,7 per cento degli accertamenti diagnostici.

Non è un paese per vecchi. Siamo longevi ma non invecchiamo in salute e manca l’assistenza dedicata: gli anziani italiani trascorrono in cattiva salute più tempo dei coetanei europei. Infatti, l’Italia, pur essendo il primo Paese per longevità degli uomini, scende in graduatoria al terzo posto per speranza di vita alla nascita in buona salute, pur mantenendo un vantaggio di circa 4 anni rispetto alla media europea, dopo Svezia e Malta (rispettivamente, 73,0 e 71,1 anni). Anche per le donne l’Italia scende in graduatoria, passando dal terzo posto per la speranza di vita al settimo quando si considerano gli anni di vita ancora da vivere in modo autonomo, senza limitazioni nelle attività dovute a problemi di salute, con un differenziale positivo di 3,0 anni rispetto alla media dei Paesi dell’Ue. Oltre alle malattie croniche, tra le problematiche di salute che condizionano la vita di un anziano vediamo i disturbi depressivi. Depressione per quasi 1 anziano su 5: disturbi depressivi per il 19,5 per cento degli ultra 75enni. Differenze di genere a svantaggio delle donne, tra le over 75 anni quasi una donna su quattro soffre di sintomi depressivi (23,0 per cento) a fronte del 14,2 per cento tra gli uomini. Carente l’assistenza dedicata agli anziani: infatti, in Italia, nonostante l’elevata percentuale di ultra 80enni, è ancora troppo bassa la quota della spesa sanitaria complessiva allocata da tutto il sistema sanitario all’assistenza sanitaria a lungo termine (10,1 per cento) se confrontata con quella di Paesi con simile livello di invecchiamento (14,8 per cento in Francia e 16,5 per cento in Germania). Risulta, quindi, prioritario per il nostro Ssn orientarsi alle necessità della popolazione che invecchia, potenziando l’assistenza a lungo termine e l’assistenza domiciliare, con maggiori e rinnovate risorse economiche ed umane, soprattutto infermieri e personale specializzato nell’assistenza domiciliare.

Un futuro preoccupante. “Lo scenario che si prospetta – sottolinea  Solipaca – evidenzia che la sfida che il Ssn dovrà affrontare è quella legata alle crescenti fragilità degli anziani, la spesa da sostenere per questo gruppo di popolazione non potrà gravare tutta sul settore sanitario, perché si tratta di prestazioni con una forte connotazione socio-assistenziale”. Le proiezioni dell’Istituto nazionale di statistica mostrano che gli over 65 nel 2028, saranno il 26,0 per cento della popolazione pari a poco più di 15,6 milioni di abitanti, mentre nel 2038 saranno oltre 18,6 milioni, il 31,1 per cento degli italiani. Le proiezioni della cronicità indicano che tra meno di 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a oltre 25 milioni (oggi sono quasi 24 milioni), mentre i multi-cronici saranno circa 14 milioni (oggi sono oltre 12,5 milioni). La patologia cronica più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette nel 2028, mentre l’artrosi/artrite interesserà quasi 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende oltre 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Tra 10 anni le persone affette da osteoporosi, invece, saranno circa 5,3 milioni, oltre 500 mila in più rispetto al 2017. Inoltre, gli italiani affetti da diabete saranno oltre 3,6 milioni, mentre i malati di cuore circa 2,7 milioni. L’aumento della domanda di cure e assistenza avrà conseguenze sulla spesa sanitaria. Attualmente nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi di € per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di euro. “Di fronte al quadro futuro, per il Ssn – commenta Ricciardi – è necessario intensificare gli sforzi per promuovere la prevenzione e un cambio di paradigma rispetto all’organizzazione dei servizi di cura, definendo nuovi percorsi assistenziali in grado di prendere in carico il paziente nel lungo termine, prevenire e contenere la disabilità, garantire la continuità assistenziale e l’integrazione degli interventi socio-sanitari”. (MATILDE SCUDERI)

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